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Opinioni

Gli ultimi giorni di Paolo Borsellino e quella ''Trattativa'' che ne accelerò la morte

di Stefano Baudino
Giovanni Falcone morì a Palermo il 23 Maggio 1992 tra le braccia del suo collega e grande amico Paolo Borsellino. Subito dopo la sua morte, i Carabinieri del Ros vennero attivati al fine di trovare un “ponte” con Cosa Nostra tramite Vito Ciancimino, politico democristiano e mafioso corleonese legato a doppio filo con l'allora capo di Cosa Nostra Totò Riina e, in particolare, a Bernardo Provenzano.
Dopo la morte di Giovanni Falcone, il magistrato Liliana Ferraro venne chiamata a sostituirlo nel ruolo di direttore generale degli affari penali al Ministero di Grazia e Giustizia accanto al Ministro Claudio Martelli. La Ferraro, che venne a sapere direttamente dal Capitano De Donno della sua intenzione di contattare Vito Ciancimino per constatare se fosse disponibile ad una collaborazione, ne avvertì Paolo Borsellino il 28 Giugno. Ma come si pose Paolo Borsellino rispetto a questa eventualità?
Di estremo interesse, a questo proposito, è il contenuto delle dichiarazioni rese nel 2012 da Agnese Piraino Leto, moglie di Paolo Borsellino, che raccolse le confidenze più intime di suo marito negli ultimi giorni della sua vita, in un’intervista mandata in onda dal programma Servizio Pubblico:

A.P.L.: «(Paolo, ndr) mi ha accennato qualcosa... che c'era una trattativa tra la mafia e lo Stato, ma che durava da un po' di tempo».
Giornalista: «questo discorso della trattativa mi interessa saperlo. Quando è questo riferimento che fa Paolo?»
A.P.L. «Dopo la strage di Capaci dice che c'era un colloquio tra la mafia e alcuni pezzi infedeli dello Stato».
Giornalista: «E questo discorso non si riesce a collocare nel tempo»?
A.P.L.: «All'incirca verso la metà di Giugno, mi dice che c'è questa contiguità tra mafia e pezzi deviati dello Stato. Mi fa stare a dormire con la serranda abbassata nella stanza da letto, e c'era tanto caldo, perché, mi dice, 'da Castel Utveggio con un cannocchiale potentissimo ci possono vedere dentro casa'. L'ho visto turbato e ho chiesto 'cosa c'hai? Hai pranzato oggi?', perché non era venuto a pranzo, e ha detto 'ho visto la mafia in diretta e, fra tante cose, mi hanno riferito che il Generale Subranni si è punciutu'. E' una cosa che io non mi sarei mai immaginata né poteva mio marito immaginarsela. Così me l'ha riferito, sempre sbalordito di quello che gli era stato raccontato. Però io non ho chiesto 'chi te l'ha detto?', ma lui l'ha detto in maniera non serena, ma certa. Era turbatissimo, turbatissimo. E quando gliel'hanno detto addirittura dice che ha avuto conati di vomito, perché per lui l'Arma e chi la compone, chi ne fa parte, era sacra e intoccabile. E' come se me l'avesse detto ieri.
[…] Ricordo che Paolo mi disse 'materialmente mi ucciderà la mafia, ma la mafia mi ucciderà quando altri lo consentiranno'. Queste sono parole che sono scolpite nella mia testa e fino a quando sono in vita non potrò dimenticarle».

In un verbale d’interrogatorio di pochi anni prima, inoltre, Agnese si era soffermata su uno degli ultimi colloqui avuti con suo marito, a nemmeno ventiquattro ore dall'attentato in Via d'Amelio: «Ricordo perfettamente che il sabato 18 Luglio 1992 andai a fare una passeggiata con mio marito sul lungomare di Carini - ha detto davanti ai magistrati di Caltanissetta - senza essere seguiti dalla scorta. Paolo mi disse che non sarebbe stata la mafia ad ucciderlo, della quale non aveva paura, ma sarebbero stati i suoi colleghi e altri a permettere che ciò potesse accadere. In quel momento era allo stesso tempo sconfortato, ma certo di quello che mi stava dicendo».
Secondo quando riportato da Agnese, insomma, il timore di Paolo verso le possibili esiziali convergenze tra Cosa Nostra e pezzi deviati dello Stato era più vivo che mai, tanto da essere collegato dallo stesso Borsellino ad un potenziale progetto di attentato ai suoi danni. Un attentato che, effettivamente, si concretizzò solo poche ore dopo il dialogo avuto con sua moglie sul lungomare di Carini.
Nelle motivazioni della sentenza sulla trattativa Stato-Mafia, uscite il giorno del ventiseiesimo anniversario della morte di Paolo Borsellino, i giudici della Corte d’Assise di Palermo hanno illustrato quale nesso intercorrerebbe tra la nascita della trattativa e la tragica morte di Borsellino in via D’Amelio:
“Ove non si volesse prevenire alla conclusione dell'accusa che Riina abbia deciso di uccidere Borsellino temendo la sua opposizione alla 'trattativa', conclusione che peraltro trova una qualche convergenza nel fatto che secondo quanto riferito dalla moglie, Agnese Piraino Leto, Borsellino, poco prima di morire, le aveva fatto cenno a contatti tra esponenti infedeli delle istituzioni e mafiosi, in ogni caso non c'è dubbio che quell'invito al dialogo pervenuto dai carabinieri attraverso Vito Ciancimino costituisca un sicuro elemento di novità che può certamente avere determinato l'effetto dell'accelerazione dell'omicidio di Borsellino, con la finalità di approfittare di quel segnale di debolezza proveniente dalle istituzioni dello Stato e di lucrare, quindi, nel tempo dopo quell'ulteriore manifestazione di incontenibile violenza concretizzatasi nella strage di via D'Amelio, maggiori vantaggi rispetto a quelli che sul momento avrebbero potuto determinarsi in senso negativo”.

Secondo i giudici, insomma, l’apertura della trattativa con Cosa Nostra da parte dello Stato italiano avrebbe accelerato i tempi dell’assassinio di Paolo Borsellino. Esso, probabilmente, sarebbe stato decretato e portato a compimento a causa della ferma contrarietà del magistrato alla trattativa tra lo Stato e la mafia.

Scrive ancora la Corte:
“E’ giocoforza ritenere che l'unico fatto noto di sicura rilevanza, importanza e novità verificatosi in quel periodo per l'organizzazione mafiosa sono stati i segnali di disponibilità al dialogo, ed in sostanza, di cedimento alla tracotanza mafiosa culminata nella strage di Capaci, pervenuti a Salvatore Riina, attraverso Vito Ciancimino, proprio nel periodo immediatamente precedente la strage di via D'Amelio. Quei contatti che già all'indomani della strage di Capaci importanti e conosciuti ufficiali dell'Arma avevano intrapreso attraverso Vito Ciancimino, unitamente al verificarsi di accadimenti che potevano ugualmente essere percepiti come ulteriori segnali di cedimento dello Stato, ben potevano essere percepiti da Riina già come forieri di sviluppi positivi per l'organizzazione mafiosa. In altre parole se effettivamente quei segnali pervennero a Riina nel periodo immediatamente antecedente alla strage di via D'Amelio (e che ciò effettivamente avvenne risulta provato) è logico e conducente ritenere che Riina, compiacendosi dell'effetto positivo per l'organizzazione mafiosa prodotto dalla strage di Capaci, possa essersi determinato a replicare, con la strage di via D'Amelio, quella straordinaria manifestazione di forza criminale per mettere definitivamente in ginocchio lo Stato ed ottenere benefici sino a pochi mesi prima (quando vi fu la sentenza definitiva del maxi processo) assolutamente per lui impensabili”.

Rubrica Mafia in pillole

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