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Opinioni

L'ultimo intervento pubblico di Paolo Borsellino e quell'incontro col ministro Mancino

di Stefano Baudino - Video
Il 25 Giugno 1992, Paolo Borsellino tenne quello che sarebbe stato il suo ultimo intervento pubblico nell’atrio della biblioteca comunale di Palermo, invitato ad un evento organizzato dal movimento “La Rete” e dalla rivista “Micromega”. Ricordando la figura di Giovanni Falcone, Borsellino parlò così:
«Ho letto giorni fa, ho ascoltato alla televisione - in questo momento i miei ricordi non sono precisi - un’affermazione di Antonino Caponnetto secondo cui Giovanni Falcone cominciò a morire nel gennaio del 1988. Io condivido questa affermazione di Caponnetto. Con questo non intendo dire che so il perché dell’evento criminoso avvenuto a fine maggio, per quanto io possa sapere qualche elemento che possa aiutare a ricostruirlo, e come ho detto ne riferirò all’autorità giudiziaria; non voglio dire che cominciò a morire nel gennaio del 1988 e che questo, questa strage del 1992, sia il naturale epilogo di questo processo di morte. Però quello che ha detto Antonino Caponnetto è vero, perché oggi che tutti ci rendiamo conto di quale è stata la statura di quest’uomo, ripercorrendo queste vicende della sua vita professionale, ci accorgiamo come in effetti il paese, lo Stato, la magistratura che forse ha più colpe di ogni altro, cominciò proprio a farlo morire il 1° gennaio del 1988, [...] quando Falcone, solo per continuare il suo lavoro, propose la sua aspirazione a succedere ad Antonino Caponnetto, il Consiglio superiore della magistratura con motivazioni risibili gli preferì il consigliere Antonino Meli. C’eravamo tutti resi conto che c’era questo pericolo e a lungo sperammo che Antonino Caponnetto potesse restare ancora a passare gli ultimi due anni della sua vita professionale a Palermo. Ma quest’uomo, Caponnetto, il quale rischiava, perché anziano, perché conduceva una vita sicuramente non sopportabile da nessuno già da anni, il quale rischiava di morire a Palermo, temevamo che non avrebbe superato lo stress fisico cui da anni si sottoponeva. E a un certo punto fummo noi stessi, Falcone in testa, pure estremamente convinti del pericolo che si correva così convincendolo, lo convincemmo riottoso, molto riottoso, ad allontanarsi da Palermo. Si aprì la corsa alla successione all’ufficio istruzione al tribunale di Palermo. Falcone concorse, qualche Giuda si impegnò subito a prenderlo in giro, e il giorno del mio compleanno il Consiglio superiore della magistratura ci fece questo regalo: preferì Antonino Meli. Giovanni Falcone, dimostrando l’altissimo senso delle istituzioni che egli aveva e la sua volontà di continuare comunque a fare il lavoro che aveva inventato e nel quale ci aveva tutti trascinato, cominciò a lavorare con Antonino Meli nella convinzione che, nonostante lo schiaffo datogli dal Consiglio superiore della magistratura, egli avrebbe potuto continuare il suo lavoro. E continuò a crederlo nonostante io, che ormai mi trovavo in un osservatorio abbastanza privilegiato, perché ero stato trasferito a Marsala e quindi guardavo abbastanza dall’esterno questa situazione, mi fossi reso conto subito che nel volgere di pochi mesi Giovanni Falcone sarebbe stato distrutto. E ciò che più mi addolorava era il fatto che Giovanni Falcone sarebbe allora morto professionalmente nel silenzio e senza che nessuno se ne accorgesse. [...] Approdò alla procura della Repubblica di Palermo dove, a un certo punto ritenne, e le motivazioni le riservo a quella parte di espressione delle mie convinzioni che deve in questo momento essere indirizzata verso altri ascoltatori, ritenne a un certo momento di non poter più continuare ad operare al meglio. Giovanni Falcone è andato al ministero di Grazia e Giustizia, e questo lo posso dire sì prima di essere ascoltato dal giudice, non perché aspirasse a trovarsi a Roma in un posto privilegiato, non perché si era innamorato dei socialisti, non perché si era innamorato di Claudio Martelli, ma perché a un certo punto della sua vita ritenne, da uomo delle istituzioni, di poter continuare a svolgere a Roma un ruolo importante e nelle sue convinzioni decisivo, con riferimento alla lotta alla criminalità mafiosa. [...] Cercò di ricreare in campo nazionale e con leggi dello Stato quelle esperienze del pool antimafia che erano nate artigianalmente senza che la legge le prevedesse e senza che la legge, anche nei momenti di maggiore successo, le sostenesse. Questo, a torto o a ragione, ma comunque sicuramente nei suoi intenti, era la Superprocura, sulla quale anch’io ho espresso nell’immediatezza delle perplessità, firmando la lettera sostanzialmente critica sulla Superprocura predisposta dal collega Marcello Maddalena, ma mai neanche un istante ho dubitato che questo strumento sulla cui creazione Giovanni Falcone aveva lavorato servisse nei suoi intenti, nelle sue idee, a torto o a ragione, per ritornare, soprattutto, per consentirgli di ritornare a fare il magistrato, come egli voleva. [...] Il suo intento era questo e l’organizzazione mafiosa - non voglio esprimere opinioni circa il fatto se si è trattato di mafia e soltanto di mafia, ma di mafia si è trattato comunque - [...] quando ha preparato ed attuato l’attentato del 23 maggio, l’ha preparato ed attuato proprio nel momento in cui, a mio parere, si erano concretizzate tutte le condizioni perché Giovanni Falcone, nonostante la violenta opposizione di buona parte del Consiglio superiore della magistratura, era ormai a un passo, secondo le notizie che io conoscevo, che gli avevo comunicato e che egli sapeva e che ritengo fossero conosciute anche al di fuori del Consiglio, al di fuori del Palazzo, dico, era ormai a un passo dal diventare il direttore nazionale antimafia. Ecco perché, forse, ripensandoci, quando Caponnetto dice cominciò a morire nel gennaio del 1988 aveva proprio ragione anche con riferimento all’esito di questa lotta che egli fece soprattutto per potere continuare a lavorare. Poi possono essere avanzate tutte le critiche, se avanzate in buona fede e se avanzate riconoscendo questo intento di Giovanni Falcone, si può anche dire che si prestò alla creazione di uno strumento che poteva mettere in pericolo l’indipendenza della magistratura, si può anche dire che per creare questo strumento egli si avvicinò troppo al potere politico, ma quello che non si può contestare è che Giovanni Falcone in questa sua breve, brevissima esperienza ministeriale lavorò soprattutto per potere al più presto tornare a fare il magistrato. Ed è questo che gli è stato impedito, perché è questo che faceva paura».

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Nicola Mancino © Imagoeconomica


Un fatto assolutamente oscuro accadde poi Mercoledì 1° Luglio, il giorno del primo colloquio tra Borsellino e Gaspare Mutolo, davanti a Vittorio Aliquò, al tenente colonnello Domenico Di Petrillo, al vicequestore Francesco Gratteri e all’ispettore di polizia Danilo Amore. Esso verrà raccontato dallo stesso pentito nel 1996 all’interno del processo per la strage di via D’Amelio: «Il giudice Borsellino mi viene a trovare, io ci faccio un discorso molto chiaro [...] e ci ripeto, diciamo, quello che io sapevo su alcuni giudici e su alcuni funzionari dello Stato molto importanti, però io ci dico che non volevo verbalizzare niente se prima non parlavo della mafia, ma diciamo li ho avvisati per dirci 'c’è questo pericolo, insomma, mi sa che questa cosa qui finisce male'. Allora mi ricordo [...] che il dottor Borsellino, la prima volta che mi interroga, riceve una telefonata, mi dice: 'Sai, Gaspare, debbo smettere perché mi ha telefonato il ministro, vabbè' dice, 'manco una mezz’oretta e vengo'. Quindi manca qualche ora, quaranta minuti, cioè all’incirca un’ora, e mi ricordo che quando è venuto, è venuto tutto arrabbiato, agitato, preoccupato, ma che addirittura fumava così distrattamente che aveva due sigarette in mano. [...] 'Dottore, ma che cosa ha?', e lui, molto preoccupato e serio, mi fa che viceversa del ministro, si è incontrato con il dottor Parisi e il dottor Contrada... mi dice di scrivere, di mettere a verbale quello che io gli avevo detto oralmente, cioè che il dottor Contrada, diciamo, era colluso con la mafia, che il giudice Signorino, diciamo, era amico dei mafiosi... amico, insomma che tutto quel che sapeva gli diceva, ci ho detto 'guardi noi più di questo non dobbiamo verbalizzare niente, perché', ci dissi io, 'io… insomma, a me mi ammazzano e quindi a me interessa che prima io verbalizzo tutto quello che concerne l’organigramma mafioso'». Aliquò, negando che Mutolo avesse fatto nomi durante l’interrogatorio, confermerà in sede processuale di aver accompagnato Borsellino all’ufficio di Nicola Mancino (il quale, proprio quel giorno, si era insediato come nuovo ministro dell’Interno, subentrando a Scotti), restando inizialmente sulla porta e successivamente varcando la soglia e raggiungendo il collega, oltre che di avere incontrato l’allora Capo della Polizia Vincenzo Parisi al Viminale. Mancino, invece, dirà di non ricordare di avere incontrato Paolo Borsellino, non escludendo che l’incontro possa essere avvenuto, poiché quello era il suo primo giorno al ministero e la lista di persone che in quell’occasione aveva incontrato era molto lunga. Un racconto con poche luci e molte ombre, considerando il fatto che Paolo Borsellino, a cui la mafia aveva appena ucciso il collega e amico di una vita Giovanni Falcone sventrando un’autostrada, era il giudice più famoso e influente di tutta la penisola italiana.

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