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Opinioni

Il Maxiprocesso, la storica sentenza e l'analisi di Giovanni Falcone al Tg2

di Stefano Baudino
Il Maxiprocesso istruito dal pool antimafia di Palermo era cominciato e le 8067 pagine della requisitoria dei giudici istruttori Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Leonardo Guarnotta e Giuseppe Di Lello spaventavano e non poco Cosa Nostra, in particolare per la dichiarazione in apertura del documento: “Questo è il processo alla organizzazione mafiosa denominata Cosa nostra, una pericolosissima associazione criminosa che, con la violenza e l'intimidazione, ha seminato e semina morte e terrore”. Nel 1986 Paolo Borsellino, essendo stato nominato Procuratore della Repubblica a Marsala, lasciò il pool, che verrà ampliato dai tre giudici Ignazio De Francisci, Gioacchino Natoli e Giacomo Conte. Borsellino tornerà alla Procura di Palermo in qualità di procuratore aggiunto sei anni dopo.

shobha c maxiprocesso 2

Gli imputati al Maxiprocesso erano in totale 474. Di questi, 207 erano soggetti a un regime di detenzione (come Luciano Liggio, arrestato nel 1974), 44 erano agli arresti domiciliari, 102 erano a piede libero o in libertà provvisoria e 121 erano invece in latitanza (come Salvatore Riina e Bernardo Provenzano). I capi di imputazione erano un’infinità, 450: tra di essi spiccava l’associazione a delinquere di stampo mafioso che, per una cinquantina di imputati, era “finalizzata al traffico di stupefacenti”, oltre ovviamente all’omicidio, al sequestro, all’estorsione e alla rapina. Per l’enorme portata dell’evento, il Maxiprocesso si tenne in un’aula bunker fatta costruire in un breve arco di tempo di fianco al carcere dell’Ucciardone. Le udienze furono 49, gli interrogatori 1314 le arringhe difensive 635. Dopo trentasei giorni di camera di consiglio, che si riunì a partire dall’11 Novembre e si concluse il 16 Dicembre 1987, il presidente della corte Alfonso Giordano lesse il dispositivo della sentenza che andava a chiudere il processo di primo grado: vennero inflitti 19 ergastoli e 2665 anni di carcere a 338 uomini d’onore. Un colpo inaudito per tutto il mondo mafioso. La strategia di Chinnici e Caponnetto aveva funzionato alla perfezione.

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Un frame dell'intervista del Tg2 a Giovanni Falcone


Subito dopo la sentenza del primo Maxiprocesso alla mafia, Giovanni Falcone concede un'intervista al Tg2. «Questa sentenza - gli domanda in apertura il giornalista Piero Marrazzo - può essere considerata una pietra miliare nella storia della lotta alla mafia?». «Questo lo diranno i posteri - afferma Falcone -. Noi possiamo dire che è un punto importante, di partenza e non di arrivo, nell'attività di repressione del fenomeno mafioso».
In merito al cosiddetto “Teorema Buscetta”, Falcone lo definisce «un coacervo di elementi probatori che dimostrano l'esistenza e l'unicità di un'organizzazione mafiosa denominata Cosa Nostra, strutturata su basi unitarie e che ha un suo vertice. [...] I pentiti sono stati importanti, perché hanno consentito la lettura dall'interno dell'organizzazione mafiosa. Ma, contrariamente a quello che qualcuno pensa o vorrebbe far credere, lungi da costituire base di partenza, i pentiti costituiscono punto di arrivo e di riscontro di risultanze probatorie indirette, acquisite già da tempo e che hanno avuto una indiscutibile conferma nelle dichiarazioni di Buscetta, di Contorno e di diversi altri».
Il giornalista chiede dunque a Falcone «cosa cambierà nel futuro per i magistrati, come lei e i suoi colleghi, impegnati nella lotta contro la mafia?». La risposta del giudice, seppure nella sua sobrietà ed essenzialità, specie se considerata con il senno di poi, è tristemente profetica: «E' presto per dirlo, sarebbe un discorso troppo lungo e troppo difficile da esprimere. Noi continueremo a lavorare con tutto il nostro impegno così come nel passato, fin quando ci sarà consentito di poter svolgere questo lavoro».

Rubrica Mafia in pillole

Foto © Shobha

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