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Opinioni

La legge Rognoni-La Torre, l'ideazione del pool antimafia e l'uccisione di Rocco Chinnici

di Stefano Baudino
Il tragico omicidio del generale Dalla Chiesa, avvenuto il 3 Settembre 1982, si trasformò in un grande boomerang per i mafiosi: l’opinione pubblica insorse ed esercitò una forte pressione sul Parlamento, che in tempi estremamente brevi andò ad approvare la legge Rognoni-La Torre (legge n. 646/1982): nel codice penale fece dunque la sua comparsa l’articolo 416-bis, secondo il cui dettato “l’associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri, ovvero al fine di impedire od ostacolare il libero esercizio del voto o di procurare voti a sé o ad altri in occasione di consultazioni elettorali”. Un enorme passo in avanti dopo decenni di squallido negazionismo: grazie a questo provvedimento, le organizzazioni mafiose sono ora considerate delle vere e proprie associazioni criminali.

La legge Rognoni-La Torre, peraltro, fu costruita in modo tale da prevedere misure incisive anche nei confronti dei patrimoni della mafia, presumendo la provenienza illecita dei beni che possiede e potendoli sottoporre a misure patrimoniali quali il sequestro e la confisca. L'art. 1.7 dispone infatti che “nei confronti del condannato è sempre obbligatoria la confisca delle cose che servirono o furono destinate a commettere il reato e delle cose che ne sono il prezzo, il prodotto, il profitto o che ne costituiscono l'impiego”.

L’uccisione, nell’estate del 1980, del giudice Gaetano Costa, il procuratore capo di Palermo che era rimasto isolato nel suo strenuo tentativo di attaccare ricchezze e proprietà di Cosa Nostra, indusse Rocco Chinnici, capo dell’Ufficio Istruzione di Palermo, a mettere in atto uno storico cambio di strategia nella lotta contro la mafia. Ci si rese conto infatti che lasciare portare avanti un’inchiesta sulla mafia a un singolo magistrato significava esporlo fatalmente al fuoco nemico e, contemporaneamente, anche alle fastidiose e controproducenti chiacchiere di Palazzo. Venne dunque ideato un pool antimafia, ovvero un gruppo di magistrati che focalizzasse tutti i suoi sforzi sulle indagini su Cosa Nostra e le sue attività criminali, affinché il carico di lavoro fosse condiviso da un numero maggiore di professionisti e il rischio individuale decrescesse in maniera considerevole. Quell'idea verrà poi sviluppata e resa concreta da Antonino Caponnetto, con il gruppo originario formato dai giudici istruttori Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello e in seguito Leonardo Guarnotta.

L’ideatore del pool, infatti, il quale si era esposto in maniera così tanto forte e significativa contro il mondo mafioso, non ebbe il tempo e la possibilità di assistere alle vittorie della sua creatura rivoluzionaria: il 29 Luglio 1983 Rocco Chinnici venne fatto saltare in aria proprio davanti alla sua casa in via Pipitone Federico a Palermo, per mezzo di una Fiat 126 riempita con 75 chili di tritolo. Assieme a lui caddero anche il maresciallo dei carabinieri Mario Trapassi e l’appuntato Salvatore Bartolotta, che lo stavano scortando, e pure lo sfortunato portiere del palazzo Stefano Li Sacchi, che si ritrovò fatalmente coinvolto nel tragico evento.
Quella che uccise Chinnici non sarebbe stata l’ultima autobomba piazzata dalla mafia per mettere al tappeto un fedele servitore dello Stato.

In foto da sinistra: Antonino Cassarà, Giovanni Falcone e Rocco Chinnici © Franco Zecchin

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