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Opinioni

I processi di Catanzaro e Bari: quando Cosa Nostra poteva essere sconfitta

di Stefano Baudino
La strage di Ciaculli del 30 Giugno 1963, in occasione della quale rimasero uccisi sette membri delle forze dell'ordine, provocò la prima reale ed efficace offensiva dello Stato nei confronti di Cosa Nostra palermitana, che venne decimata dagli arresti.
Negli stessi anni anche la mafia corleonese subì colpi durissimi: grazie al fortunato binomio tra il nuovo commissario Angelo Mangano ed il colonnello Ignazio Milillo, nel giro di pochi mesi vennero arrestati, tra gli altri, Salvatore Riina e il suo boss Luciano Liggio, il quale venne scovato in una camera da letto all'interno dell'abitazione di Leoluchina Sorisi, presunta fidanzata del sindacalista Placido Rizzotto (ucciso dallo stesso Lucianeddu sedici anni prima).

Il processo incentrato sulla prima guerra di mafia, tenutosi a Catanzaro e conclusosi il 22 Dicembre 1968, nella cui cornice erano imputati 117 uomini d'onore delle cosche della città di Palermo, diede risultati sconcertanti: vennero assolti quasi tutti i mafiosi che erano stati portati alla sbarra, con l’eccezione di Angelo La Barbera, Pietro Torretta, Salvatore Greco e Tommaso Buscetta (questi ultimi due, latitanti in Sud America, giudicati in contumacia).
Dalle motivazioni della sentenza emerge chiaramente come la mafia palermitana non sia stata affatto inquadrata come un’associazione organica, gerarchica e centralizzata, ma come un complesso di fatti ed individualità tra loro indipendenti e dunque non inseribili all’interno dello stesso calderone a livello giuridico.

Un anno dopo, a Bari, si tenne un processo in cui ad essere imputati per associazione a delinquere ed omicidio erano 64 uomini, tutti quanti corleonesi. La Procura chiese per loro 3 ergastoli e un ammontare di 300 anni di carcere ma, proprio durante la mattinata dell’ultima udienza del processo, da Palermo arrivò una lettera anonima indirizzata al Presidente della prima sezione della Corte d’Assise Vincenzo Stea, il cui testo recitava queste parole: «Voi baresi non avete capito o, per meglio dire, non volete capire cosa significa Corleone. Voi state giudicando degli onesti galantuomini, che i carabinieri e la polizia hanno denunciato per capriccio. Noi vi vogliamo avvertire che se un galantuomo di Corleone sarà condannato, voi salterete in aria, sarete distrutti, sarete scannati come pure i vostri familiari. A voi ora non resta che essere giudiziosi».
Il 10 Giugno 1969 la Corte pronunciò 64 sentenze di assoluzione: tra i nomi di coloro che vennero salvati dal carcere sono presenti anche quelli di Luciano Liggio, Salvatore Riina e Bernardo Provenzano. “L'equazione mafia uguale associazione a delinquere - si legge nel dettato della sentenza - sulla quale hanno così a lungo insistito gli inquirenti e sulla quale si è esercitata la capacità dialettica del magistrato istruttore, è priva di apprezzabili conseguenze sul piano processuale”.

Uno Stato debole e pusillanime, in mancanza sia di un adeguato supporto legislativo antimafia (la legge Rognoni - La Torre, che introdusse il reato di associazione mafiosa nel codice penale, verrà approvata solo nel 1982) sia del sostegno di una popolazione ancora estremamente disinformata e pavida rispetto al fenomeno della crescita esponenziale della criminalità organizzata di stampo mafioso, perse la sua più grande occasione per recidere alle fondamenta un cancro che avrebbe continuato imperterrito a mietere vittime. La mafia siciliana risorse dalle ceneri delle sentenze dei processi di Catanzaro e Bari e si dimostrò subito pronta a fare molto, molto male.

Rubrica Mafia in pillole

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