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Opinioni

I burattinai della strage

di Benedetta Tobagi
Bologna, i misteri infiniti del 2 agosto 1980. Ecco l’intrigo di spie, depistaggi e terroristi neri che ora può svelarsi. Seguendo i soldi di Gelli

Seguendo il denaro di Gelli, un tribunale sarà presto chiamato a pronunciarsi sul ruolo della P2 nella regia della strage di Bologna, oltre che nell’inquinamento delle inchieste. Per capire l’importanza di questo nuovo processo dobbiamo ripercorrere l’intera vicenda giudiziaria precedente, una tra le più complesse della storia italiana. I depistaggi orchestrati dal Venerabile crearono infatti una confusione di false piste, mescolando ad arte vero, falso e verosimile, per «rendere indecifrabile il quadro istruttorio», come scrissero i primi inquirenti, disorientando in modo durevole l’opinione pubblica. Un polverone alimentato da campagne di disinformazione a mezzo stampa che viene periodicamente risollevato dal variegato e agguerrito fronte che contesta le condanne di Mambro e Fioravanti.
Gli inquirenti del lunghissimo primo processo (1980-1995) si dirigono ben presto verso la galassia ribollente della destra eversiva italiana.

L’innesto con la criminalità
Alla fine degli anni Settanta, i reduci dei gruppi “storici” Ordine Nuovo (responsabile delle stragi di piazza Fontana e piazza Loggia) e Avanguardia Nazionale si mescolano a nuove leve pronte a tutto, dai Nar a Terza posizione al Mrp (Movimento Rivoluzionario Popolare), alla criminalità comune e organizzata (c’erano stretti legami tra Nar e banda della Magliana, tramite Massimo Carminati). I terroristi neri teorizzano ancora la strage come strumento di lotta. Documenti coevi alla bomba, come quello stilato da Mario Tuti, a cui Mambro e Fioravanti erano molto legati, spiegano come il terrorismo “spontaneista” (del tipo praticato dai Nar) contempli anche atti indiscriminati (ovviamente da non rivendicare), accanto agli attentati individuali. Il detenuto neofascista Vettore Presilio racconta che un camerata vicino alla destra eversiva padovana (il milieu di piazza Fontana, terra di Franco Freda e Massimiliano Fachini, che frequenta Gilberto Cavallini dei Nar) gli aveva preannunciato, per i primi di agosto, un “fatto gravissimo” di cui avrebbe parlato tutto il mondo. Quattro giorni prima di Bologna, a Milano si sfiora la strage per un’autobomba all’uscita di palazzo Marino, per cui è stato a lungo indagato un membro dei Nar. Le indagini lambiscono affiliati alla P2 come il criminologo Aldo Semerari, e Licio Gelli invita Elio Cioppa, piduista del Sisde, a battere la pista internazionale.

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Licio Gelli © Imagoeconomica


Spuntano i palestinesi
Comincia lo spettacolo pirotecnico dei depistaggi: la “pista libanese” (Falange locale e terroristi di destra europei), suggerita dall’intervista di un leader palestinese a una giornalista vicina al Sismi, subito raccolta dal Procuratore capo di Bologna Ugo Sisti. Poi le false prove della “valigia del depistaggio” dell’operazione Sismi “terrore sui treni” nel gennaio 1981. Poi le fantasmagorie di Elio Ciolini, che chiama in causa il leader di Avanguardia nazionale Stefano Delle Chiaie e una fantomatica “Loggia di Montecarlo”. Poi la “pista libica”, che ipotizza connessioni con Ustica. Dopo anni di indagini tormentate, nel gennaio 1987 si apre il processo che vede imputati con i giovani Nar Mambro e Fioravanti personaggi come l’ordinovista romano Paolo Signorelli e il già ricordato Fachini (entrambi assolti).
L’ipotesi accusatoria a “cerchi concentrici” (dietro gli stragisti c’è un’associazione sovversiva di cui farebbero parte Licio Gelli e i depistatori dei servizi) non regge in giudizio. Però i Nar Mambro e Fioravanti sono condannati per strage (in base a un compendio di nove indizi, tra cui le accuse del loro sodale Massimo Sparti, l’omicidio di Ciccio Mangiameli, leader siciliano di Terza posizione, che avrebbe potuto fare rivelazioni pericolose, le falle negli alibi) e per banda armata, insieme a Cavallini, mentre Gelli, gli ufficiali del Sismi Pietro Musumeci (P2) e Giuseppe Belmonte e il faccendiere Francesco Pazienza sono condannati a pene pesanti per i depistaggi. Nel luglio 1990, però, sono tutti assolti in appello. Il Msi chiede di cancellare la dicitura “strage fascista” dalla targa commemorativa alla stazione e il premier Andreotti approva. Nel marzo 1991, mentre infuria lo scandalo Gladio, il presidente della Repubblica Cossiga chiede scusa al partito di cui all’epoca è segretario Pino Rauti, fondatore di Ordine Nuovo. Ma nel febbraio 1992 le Sezioni Unite della Cassazione demoliscono la sentenza d’appello: il processo è da rifare e il nuovo giudizio conferma le accuse. Ergastolo per strage per Mambro e Fioravanti nel maggio 1994, confermato nel 1995 insieme alle condanne per banda armata e depistaggio. Solo Sergio Picciafuoco, criminale comune collegato ai Nar e forse ai servizi, che al momento dell’esplosione si trovava alla stazione, è rinviato a nuovo giudizio e assolto in via definitiva dal reato di strage nel 1997.
Il secondo processo è una costola del primo: Luigi Ciavardini aveva ricevuto una comunicazione giudiziaria già nel 1986. Ma nell’80 aveva 17 anni, dev’essere giudicato dal Tribunale dei minori, e per evitare interferenze tra “giudizi paralleli”, il giovanissimo Nar, già condannato nel 1991 per l’omicidio del giudice Mario Amato, sarà imputato per la strage solo nel 1997. Al termine di un altro processo segnato da spettacolari ribaltamenti, nel 2007, dopo cinque giudizi, Ciavardini è condannato a trent’anni per la strage, in base a un complesso d’indizi che lo collega a Mambro e Fioravanti. Nel frattempo, nel 2001 riemerge la pista palestinese, imperniata sulla figura del tedesco Thoma s Kram, presente alla stazione il 2 agosto, forse in collegamento col terrorista mercenario Carlos. Sebbene il “lodo Moro” (l’accordo che garantiva il libero transito di armi e uomini dei gruppi palestinesi sul suolo italiano purché non compissero attentati) trovi riscontri in sede storiografica, la “pista Kram” si sgretola del tutto al vaglio delle indagini ed è archiviata nel 2015, insieme all’ipotesi che la strage del 2 agosto fosse una ritorsione (alquanto sproporzionata) per l’arresto di un militante palestinese in Abruzzo nel 1979.

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Gilberto Cavallini


I legami con i servizi
Nel gennaio 2020, dopo due anni di dibattimento, la condanna in primo grado per strage dell’unico imputato del terzo processo, il pregiudicato per banda armata e omicidio Gilberto Cavallini, ha invece confermato in pieno il quadro delineato dai giudizi precedenti. Soprattutto grazie all’impegno delle parti civili, sono emersi ulteriori indizi a rinforzo delle ipotesi di contatti tra Nar e servizi, insieme a nuovi elementi che tornano a collegare Fioravanti all’omicidio Mattarella come esecutore su mandato mafioso. Insieme ai Nar, è stato anche un “braccio armato” della P2? La loggia di Gelli è già stata riconosciuta come retroterra economico e morale della strage dell’Italicus del 1974. Esisteva davvero quell’“organizzazione eversiva capace di porsi come centrale operativa del terrorismo di destra” che perseguiva “un progetto di condizionamento politico della democrazia in Italia” ipotizzata dai primi inquirenti? Storicamente, ci sono pochi dubbi che un simile progetto sia esistito e la P2 ne sia stata una punta di diamante. Il nuovo processo potrà definire meglio i dettagli di un paesaggio in cui si radicano molti mali dell’Italia di oggi.

Tratto da: La Repubblica

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