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Opinioni

Di Carlo: ''Strano non nomini Dell'Utri, ma era lui il ponte con Arcore''

di Marco Lillo - Intervista
Il pentito-chiave: “Nessuno andava da Silvio senza Marcello”

Francesco Di Carlo, 77 anni, è il collaboratore di giustizia più importante del processo Dell’Utri. Probabilmente senza la sua deposizione l’ex senatore non sarebbe stato condannato per concorso esterno in associazione mafiosa a sette anni, pena scontata ormai.
Di Carlo ha raccontato di avere assistito all’incontro di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri in un ufficio di Milano con il boss (poi ucciso nel 1981) Stefano Bontate. La Corte di appello di Palermo gli ha creduto. Importante membro del mandamento di San Giuseppe Jato, molto vicino a Totò Riina, che lo apprezzava per la capacità di interloquire con magistrati e politici altolocati, Di Carlo è l’uomo giusto per valutare le parole di Giuseppe Graviano sui suoi (asseriti) tre incontri dal 1983 al 1993 con Silvio Berlusconi.

Di Carlo cosa pensa delle dichiarazioni di Graviano ieri in aula a Reggio Calabria durante il processo 'Ndrangheta stragista?
In questo racconto si capisce che lui vuol far trasparire qualcosa che sa, però non torna una cosa: non fa mai il nome di Marcello Dell’Utri.

Perché è strano che Graviano non citi mai Dell’Utri?
Dobbiamo essere onesti su questo: Berlusconi, da quel che consta a me, non teneva lui rapporti di questo tipo. Nessuno andava da Berlusconi se non tramite Marcello Dell’Utri e Tanino Cinà.

Effettivamente Graviano non cita mai Dell’Utri e Tanino Cinà, morto dopo essere stato imputato nel processo per il suo ruolo di intermediario tra Cosa nostra e il gruppo Fininvest. Lei non crede a un legame diretto con Berlusconi?
Lui ricostruisce 25 anni di rapporti con Berlusconi e non c’è mai una volta che avrebbe partecipato Dell’Utri? Mai Cinà? E poi non mi torna nemmeno il ruolo del nonno e del cugino Salvatore, mai sentiti in Cosa nostra.

Sì. Graviano l’ha citata a Reggio. Per il boss lei sbaglia quando dice che i soldi a Milano li aveva investiti suo padre, Michele Graviano. I soldi erano di suo nonno materno, Filippo Quartararo.
Lui cambia il padre con il nonno ma conferma il concetto dell’investimento a Milano della sua famiglia. Io so che Michele Graviano era stato combinato in Cosa nostra quando aveva superato la quarantina grazie anche all’intervento di Giovanni Pullarà. Il nonno Filippo Quartararo per me non era nessuno. I figli stessi, Giuseppe e Filippo, fino al 1982 non erano noti. I nomi che Graviano ha fatto ieri non mi dicono nulla.

Qualche nome della sua epoca però Graviano lo fa. Sostiene che, prima di andare a Milano nel 1983, con il nonno, dopo la morte del padre, a incontrare per la prima volta Berlusconi, lui sarebbe andato a parlare con il padre del “Papa della mafia”, Giuseppe Greco.
Anche questo non mi torna. Il Papa era Michele Greco. Il padre, Giuseppe Greco, avrà avuto 90 anni in quel momento. E io me lo ricordo, non aveva nessun ruolo, stava seduto in disparte. Mi sembra che Graviano voglia portare la storia dell’investimento a Milano, che anche io ho sentito raccontare, troppo indietro, al medioevo e poi con persone che io, che ero in Cosa nostra da molti anni, non conoscevo. Per me Graviano sposta il discorso e toglie le persone che c’entrano con la mafia.

Lei ha raccontato tanti anni fa di avere saputo, dopo la sua morte nel 1982, che Michele Graviano aveva investito a Milano. Ci può ricordare questa storia alla luce della deposizione di ieri?
Michele Graviano era entrato in Cosa nostra grazie anche all’interessamento di Pullarà che lo stimava. Poi una notte io sono stato chiamato per trovare un dottore che lo operasse d’urgenza. Aveva un piede macellato per l’esplosione di una bomba. I Pullarà stavano a Milano, dove avevano un’enoteca nella zona di via Ripamonti vicino a dove fu arrestato Luciano Liggio nel 1974. Poi ho risentito parlare di Michele Graviano dopo la sua morte: mi venne a cercare Pietrino Loiacono perché la famiglia Graviano voleva sapere dove stavano i soldi investiti a Milano, da Michele, però non dal nonno. Poi posso dirle una cosa? Graviano parla di 20 miliardi e bisogna pensare a cosa fossero 20 miliardi allora. Anche Bontate aveva avuto difficoltà a trovare 20 miliardi, ma molti anni dopo quando la mafia si era già arricchita.

Perché chiesero proprio a lei dove erano i soldi?
Perché sapevano che Bontate mi aveva chiesto di investire a Milano, ma io non avevo soldi e non lo feci.

Poi come finì la storia? I soldi si trovarono?
Mi dissero che i soldi poi erano stati trovati, ma avevano deciso di lasciarli investiti lì che potevano rendere di più.

Graviano dice di avere visto una carta del nonno firmata da Berlusconi e che la teneva il cugino, poi morto nel 2002. Ci crede?
Se esiste, non credo che la carta l’avesse il cugino o il nonno.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

Foto © Imagoeconomica

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