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Opinioni

Piazza Fontana 50 anni dopo

di Giuseppe Salvaggiulo
Processo impossibile per una strage metafora di un Paese senza verità

Dopo l'allunaggio e Woodstock, il calendario degli anniversari prevede la strage di piazza Fontana. C'è ancora tempo ed è quindi possibile una rilettura laterale e più riparata, ma non meno interessante. "Il processo impossibile" di Benedetta Tobagi (Einaudi) usa come lente d'ingrandimento il tortuoso percorso giudiziario. Cinquant'anni dopo, dieci dibattimenti di tre diversi processi ci lasciano un senso di inquietudine, non di giustizia. Analizzare con cura autoptica lo svolgimento giudiziario - come meccanismo procedurale prima che come esito sostanziale -, le connessioni politiche e sociali e le "maschere del dramma" delinea un Paese attraversato dai miraggi e senza verità, per dirla con Gabriel García Márquez.
Il 12 dicembre 1969 un ordigno ad alto potenziale esplode nella Banca nazionale dell'agricoltura in piazza Fontana, nel centro di Milano. I morti sono 17, i feriti 90. L'attentato più grave dalla fine della seconda guerra mondiale non è isolato. Altri cinque senza vittime, nelle stesse ore, a Roma e Milano.
Il libro si concentra sul primo processo, il più lungo e complesso. Processo storto, da principio. Sebbene il reato più grave si sia consumato a Milano, l'istruttoria viene trasferita a Roma, dove prende corpo la pista anarchica. Doppia forzatura: procedurale e investigativa. Dopo un'istruttoria lampo, il processo a Roma dura solo sette udienze: la Corte d'Assise si dichiara incompetente e spedisce le carte a Milano. Dove però il procuratore De Peppo invoca "ragioni di ordine pubblico" e se ne lava le mani. La Cassazione sceglie Catanzaro, zittendo le proteste della magistratura calabrese.
Nel frattempo in Veneto nasce un'inchiesta parallela, che illumina la matrice neofascista della strage. Gli atti trasmessi a Roma vengono ritenuti irrilevanti e rispediti a Treviso. Da qui, dopo ulteriori accertamenti, a Milano per competenza. La seconda istruttoria smonta la prima e ne è l'antitesi, ma la Cassazione decide di riunirle come se le due verità (strage anarchica/neofascista) siano compatibili. E così anche questi faldoni prendono la via di Catanzaro, dove il processo comincia da capo nonostante l'opposizione della Corte. E ricomincia per la terza volta quando la Cassazione ordina di spedire a Catanzaro anche le carte della terza istruttoria milanese, sulle complicità dei servizi di intelligence.
Dunque il «vero» processo si apre solo il 18 gennaio 1977, a oltre 7 anni e 1300 chilometri dalla strage. Il fattore spazio/tempo è decisivo: i testimoni muoiono o dimenticano, la distanza scolora e confonde. Tanto più in un dibattimento Frankenstein, summa di tre diversi filoni investigativi. Nella palestra del carcere minorile di Catanzaro gli imputati sono 34 (il triplo rispetto all'inizio), i giornalisti 70, un centinaio gli avvocati e le parti civili. Udienze intrise di teatralità, quotidiani sconfinamenti politici. Tra i testimoni un imperturbabile Andreotti.
Dopo 268 udienze e tre giorni di camera di consiglio, la sentenza del 23 febbraio 1979: strage frutto della convergenza tra eversione di destra e servizi segreti deviati. Valpreda assolto per le bombe ma condannato per associazione a delinquere.
Un miraggio di verità che svanirà nelle successive tappe processuali. Fino al 2005, quando la Cassazione sancisce le ultime assoluzioni pur dando della strage una precisa lettura storica.
"La degenerazione del nostro sistema democratico è cominciata lì", dirà Norberto Bobbio.
I fatti, anche solo per cenni essenziali, restituiscono anomalie palesi e molteplici del «processo impossibile». Frutto di dinamiche complesse, interne agli apparati statuali. Molto si è scritto della politica e dei Servizi. meno della magistratura. Nel 1969, scrive Tobagi, "resta in larghissima parte inattuato" l'articolo 109 della Costituzione, che mette la polizia giudiziaria alle dipendenze funzionali della magistratura. Padroni delle indagini sono le forze dell'ordine con uno stretto collegamento gerarchico con il ministero dell'Interno. Dilagano gli uffici politici delle questure, "residuati dell'epoca fascista". I fermi di polizia sfuggono al principio di legalità. Sistematicamente eluso l'obbligo di informare con tempestività il magistrato sul corso delle indagini. Anche la comunicazione giudiziaria (e quindi l'orientamento dell'opinione pubblica) è monopolizzata dalla polizia.
Piazza Fontana è una scossa per la magistratura, attraversata da fermenti non dissimili da quelli sociali: il congresso di Gardone del 1965 che ha rilanciato la rivendicazione di indipendenza anche rispetto alla gerarchia interna; le pugnaci denunce della corrente progressista di Magistratura democratica; l'attivismo dei pretori d'assalto.
Scrive Tobagi che "le distorsioni nel processo di piazza Fontana rappresentano per moltissimi magistrati l'occasione di una (dolorosa) presa di coscienza dei problemi della giustizia e della propria corporazione, contribuendo al maturare di una nuova coscienza critica". Il pugno disciplinare del Csm dà conto di quelle tensioni.
Nel 1969, il 70% dei magistrati di Appello e Cassazione proviene dal fascismo; il 99% di preture e tribunali è figlio della Repubblica. Piazza Fontana spacca la magistratura lungo due faglie: geografica (Milano e Treviso contro Roma) e generazionale. Qualcosa di simile avverrà nel 1992 con Mani Pulite e le stragi mafiose.
Alla generazione che non ha vissuto gli Anni 70, i cui ricordi collettivi cominciano con Paolo Rossi, Vermicino e Bim Bum Bam, piazza Fontana racconta che Paese eravamo. La cronaca tragica del processo impossibile spiega meglio che Paese siamo.

Tratto da: La Stampa