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Opinioni

La lucidità di Aldo Moro e i brigatisti ''sprovveduti''

di Gian Carlo Caselli 
Quarantuno anni dopo il tragico epilogo del sequestro ancora non sappiamo perché le Br usarono così “male” il memoriale

Pubblichiamo un estratto della prefazione di Gian Carlo Caselli a “Io ci sarò ancora. Il delitto Moro e la crisi della Repubblica” (PaperFirst) di Miguel Gotor.

Le Brigate rosse, che colpirono così duramente lo Stato al punto da far pensare in alcuni momenti che potessero vincere, in certe occasioni dimostrarono, per fortuna, anche i loro limiti. Talora non facilmente decifrabili. Basti pensare che avevano in mano - con il memoriale di Moro - un serbatoio inesauribile di elementi dirompenti, che se utilizzato nella logica criminale dei terroristi avrebbe potuto provocare un dissesto istituzionale, mentre non lo “sfruttarono” per nulla. Non solo il memoriale non venne pubblicato, ma addirittura fu tenuto nascosto per anni e scoperto, soltanto in copia, nel covo di via Monte Nevoso a Milano nel 1990.
Il brigatista Mario Moretti affermò poi che le Br avevano sottovalutato (…) l’importanza del memoriale. Se è vero quello che dice, allora va notato che si può anche essere in grado di gambizzare e ammazzare, ma ben altra cosa è la capacità di elaborare strategie politiche e di capire - per poterli politicamente usare - i documenti di cui si venga in possesso. Se al contrario le Br avevano compreso il valore del memoriale senza utilizzarlo, allora rimangono aperti cupi interrogativi (…).
A questo proposito, va anche ricordata la singolare vicenda dei Nuclei speciali antiterrorismo del generale Carlo Alberto dalla Chiesa e del prefetto Emilio Santillo: creati ad hoc dopo il sequestro Sossi, avevano giocato un ruolo essenziale nelle indagini, concluse le quali, col rinvio a giudizio dei brigatisti e dei loro fiancheggiatori, i nuclei speciali vennero sottoposti a una profonda ristrutturazione che di fatto li fece scomparire. Era davvero incredibile che, avendo messo in campo uno strumento vincente e incisivo che aveva conseguito risultati indubbiamente di grande importanza, si decidesse di abbandonarlo come se il terrorismo fosse finito.
Ci vorrà - purtroppo - la tragedia del caso Moro per recuperare il generale Dalla Chiesa e rimettere in campo un nucleo speciale interforze (…).
Ora, leggendo il libro di Gotor, a me sembra di poterne evincere che l’ingenuità di Moretti nel non comprendere il memoriale è quanto meno in contrasto con la sofisticata gestione delle lettere di Moro, nonché con la dimostrazione di Gotor che il “processo” a Moro era all’evidenza funzionale a raccogliere notizie segrete o riservate riguardanti la sicurezza nazionale e atlantica; oltre a notizie su stragi, scandali, ricatti e corruzioni che avevano caratterizzato la vita politica italiana negli ultimi trenta anni, notizie positivamente emerse ad esempio su Gladio e sui rapporti con i palestinesi. La questione del memoriale di Moro merita un’altra breve riflessione. Si è sostenuto che il presidente della Dc non fosse pienamente padrone di sé per effetto del dominio incontrollato cui la prigionia lo sottoponeva, e che quindi i suoi testi non dovessero essere tenuti in considerazione in ragione della condizione di coercizione in cui erano scritti.
Penso non sia così: più leggo le lettere di Moro e studio la vicenda, più cresce in me un’ammirazione sconfinata per quest’uomo. Sicuramente in una situazione di prigionia terribile, Moro era ben presente a se stesso con tutta la sua intelligenza, la sua diplomazia politica, la sua capacità di analisi. Ha sempre scritto con estrema lucidità, cercando (nei limiti consentitigli dalla condizione di prigionia) di spiegare e convincere, di portare avanti la trattativa, di orientare la vita e le scelte della politica.
Le ricerche di Gotor (…) forniscono elementi fondamentali di conoscenza, riflessione e valutazione sul contenuto, gli obiettivi e le vicissitudini degli scritti (lettere e memoriale) di Moro. Ma l’interesse, ovviamente, non è solo per così dire filologico. Gli scritti sono la base di partenza per avvicinarsi - offrendo guide e chiavi di interpretazione - al complicato mondo che ruota intorno all’affaire Moro. Dal giallo di via Gradoli (cui sono dedicate molte pagine), a un mondo di misteri, opacità, interrogativi, incongruità, contraddizioni, ambiguità, strani condizionamenti. Un’interminabile partita, di finte e controfinte, tra la prigione delle Brigate rosse e il mondo esterno.
Un intrico fra posizioni pubbliche e private nel quale i piani della trattativa e delle fermezza si mescolano e si confondono. Un network relazionale in cui sovversione, amicizie, attività spionistica, interessi accademici e pulsioni familistiche formano una miscela dall’inconfondibile sapore italico (…). Una zona grigia per una trattativa occulta (…), con oscure presenze mafiose e massoniche che lasciano comunque intravvedere le dinamiche stesse del potere italiano (…). Un ruolo dei media ora costretto nel perimetro di una sobrietà informativa, ora pronto a raccontare la favola maliziosa della vedova disposta a immolarsi per la linea della fermezza. Un quadro torbido nel quale a stagliarsi è la figura di Aldo Moro. Una figura che merita più di ogni altra rispetto. Un rispetto assoluto.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

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