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Opinioni

Dal Sisde dei misteri alla corte dei 5Stelle. Così il governo gestisce i testimoni di giustizia

gaetti luigi c imagoeconomicadi Fabrizio Gatti
Capo dei servizi segreti di Messina all'epoca delle stragi di mafia è tra i collaboratori del sottosegretario Gaetti. Il doppio ruolo del grillino nell'indagine parlamentare sulla morte del medico che avrebbe visitato Provenzano

Il vicepremier Matteo Salvini e Luigi Di Maio forse lo sanno già. Il sottosegretario all'Interno per il Movimento 5Stelle, Luigi Gaetti, 59 anni, è assistito personalmente dall'ex capocentro del Sisde di Messina: all'epoca delle stragi di mafia tra il 1992 e il 1993 era il funzionario responsabile dei servizi segreti civili nella provincia orientale della Sicilia. Gaetti è invece l'uomo del cambiamento che pochi giorni fa in commissione Affari costituzionali, rispondendo sull'aggressione a due giornalisti dell'Espresso, ha sdoganato il titolo di “martiri fascisti” e la ricostituzione dell'organizzazione estremistica “Avanguardia nazionale”.

La direzione delle indagini
Non sappiamo se lo stretto collaboratore del sottosegretario 5Stelle sia ancora in contatto con i servizi: certi rapporti dello Stato non sono pubblici e, tra l'altro, una norma protegge l'anonimato degli 007. Al ministero dell'Interno, però, è noto che l'ex capocentro Sisde, dopo Messina, ha lavorato anni nel Servizio centrale per la protezione di pentiti e testimoni di giustizia e oggi collabora con il governo di Giuseppe Conte. Il sottosegretario Gaetti ha infatti la delega all'Antimafia ed è presidente della “Commissione centrale per la definizione e l'applicazione delle speciali misure di protezione”. Un ruolo delicatissimo: dall'identità e dal luogo d'origine delle persone che lo Stato tutela è possibile intuire la direzione delle indagini in corso.
Il Sisde (Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica, oggi rinominato Aisi) in quegli anni in Sicilia non può certo essere ricordato per il suo eroismo: nei mesi tra il 1992 e il 1993, gli 007 non sono riusciti a prevenire e a sventare il massacro dei due principali magistrati antimafia, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e di almeno diciannove cittadini, tra familiari, agenti di scorta, ignari testimoni e due bambine, uccisi negli attentati che hanno colpito Palermo, Roma, Firenze e Milano. Mentre uno dei dirigenti centrali di allora arrestato il 24 dicembre 1992, il funzionario di polizia Bruno Contrada, è stato riconosciuto colpevole in via definitiva nel 2007 per concorso esterno in associazione mafiosa (sentenza per la quale la Corte di Cassazione nel 2017 ha dichiarato la condanna "ineseguibile e improduttiva di effetti penali", poiché il fatto non era previsto come reato all'epoca delle condotte contestate). Da nessuna inchiesta risulta comunque che l'ex capocentro messinese, oggi collaboratore del governo, abbia violato la legge. Sono piuttosto alcuni suoi uomini a occuparsi delle indagini più delicate.

Prima la lega, poi Beppe Grillo

Anche il sottosegretario Gaetti, ex consigliere comunale della Lega in provincia di Mantova e oggi fervente seguace di Beppe Grillo, ha avuto un ruolo come medico legale in uno dei misteri che l'Italia ha ereditato: la morte di Attilio Manca, originario di Barcellona Pozzo di Gotto in provincia di Messina, ucciso in casa da due iniezioni di eroina a 35 anni l'11 febbraio 2004 a Viterbo, dove lavorava come urologo per l'ospedale Belcolle. Il 21 febbraio 2018, come vicepresidente della Commissione parlamentare antimafia della passata legislatura e come relatore, Gaetti ha firmato la relazione di minoranza secondo la quale il dottor Manca è stato assassinato con due dosi di droga dopo aver riconosciuto durante una visita il boss Bernardo Provenzano, allora latitante.
Una versione sostenuta da alcuni collaboratori. Uno in particolare, al quale nella relazione parlamentare il futuro sottosegretario riconosce piena attendibilità: Carmelo D'Amico, ex leader del gruppo di fuoco della potente famiglia mafiosa di Barcellona, per anni nascondiglio dei latitanti di Cosa nostra. Sentito dalla Direzione distrettuale antimafia di Messina, gli viene chiesto ciò che sa di Rosario Pio Cattafi, 67 anni, un ex estremista di destra, riconosciuto definitivamente colpevole di associazione mafiosa fino al 1993 e tuttora in attesa del giudizio di rinvio per il periodo 1993-2000, come ha ordinato la Corte di Cassazione. Sempre Cattafi è stato recentemente denunciato dai figli del procuratore di Torino, Bruno Caccia, come presunto mandante dell'omicidio del loro papà avvenuto nel 1983. Caccia stava cominciando a indagare sul riciclaggio del capitale della mafia nei casinò al Nord: il procedimento è in attesa della decisione del giudice per le indagini preliminari, dopo la richiesta di archiviazione della Procura di Milano e la netta opposizione dei familiari del magistrato.

Il mostro e il generale
La risposta di Carmelo D'Amico sulla morte dell'urologo a Viterbo è agghiacciante. Ed è riassunta nella relazione parlamentare di cui Gaetti era relatore: il collaboratore "ha dichiarato che Attilio Manca è stato assassinato dopo che, per interessamento di Cattafi e di un generale legato al circolo barcellonese Corda Fratres, era stato coinvolto nelle cure dell'allora latitante Provenzano. Manca era stato poi assassinato con la subdola messinscena della morte per overdose, da esponenti dei servizi segreti e in particolare da un killer operante per conto di apparati deviati, le cui caratteristiche erano la mostruosità dell'aspetto e la provenienza calabrese". Gaetti e la minoranza della Commissione antimafia suggeriscono anche il nome su cui indagare: l'ex poliziotto Giovanni Aiello, morto a 71 anni il 21 agosto 2017, "che si era occupato, insieme con altri delitti, anche dell'uccisione dell'urologo barcellonese...".
I ruoli di Cattafi, del misterioso generale, del suo circolo e di Aiello non sono mai stati approfonditi, né sono mai stati indagati per la morte dell'urologo. Le Procure di Viterbo e Roma, nei procedimenti di loro competenza, hanno invece chiesto e ottenuto l'archiviazione delle inchieste per omicidio: hanno creduto a un gruppo di coetanei di Barcellona, alcuni di loro vicini ad ambienti mafiosi, che hanno descritto Attilio Manca come un accanito eroinomane. Ricostruzione decisamente smentita dalla sua compagna, dai genitori, da amici e colleghi di sala operatoria (che non hanno mai notato segni di iniezioni) e dall'eccellente curriculum professionale del medico, il primo in Italia a operare il tumore alla prostata in laparoscopia.
La maggioranza della Commissione parlamentare antimafia si è ovviamente allineata alla versione ribadita dalle decisioni della magistratura. E in questo ha potuto contare su un parere medico-legale che colloca alle 00.30 dell'11 febbraio 2004 la morte dell'urologo: orario che esclude la possibilità di interventi esterni da parte di uno o più assassini. Chi ha prodotto il parere che smentisce il collaboratore citato da Gaetti e indirettamente assolve la mafia di Barcellona Pozzo di Gotto? Lo rivela una nota in fondo alla relazione di maggioranza presentata dall'allora presidente Rosy Bindi: "Il vicepresidente della Commissione, senatore Gaetti, in qualità di esperto anatomo-patologo".

Tratto da: espresso.repubblica.it

Foto © Imagoeconomica

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