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Opinioni

La pensione di Piero (Campagna). 'L'eroe proletario' è da ieri in congedo illimitato

campagna pietro repicidi Fabio Repici
Sicuramente il Comandante generale dei carabinieri non sa che da oggi l’Arma è molto più povera. Eppure è così, perché ieri è stato l’ultimo giorno di servizio di uno dei migliori carabinieri di cui l’Arma ha potuto avvalersi e sicuramente del migliore di tutti quelli da me conosciuti. Se quel termine non fosse ormai abusato nel linguaggio corrente, di certo si dovrebbe parlare di lui come di un eroe: un eroe nella ricerca della verità e della giustizia. E, adeguando il titolo della biografia di Giorgio Ambrosoli, lo si potrebbe ben chiamare un eroe proletario. Sto parlando di Piero Campagna, "Appuntato Scelto Q.S. dei Carabinieri in s.p", da ieri in "congedo illimitato", cioè in pensione. Il Comandante generale sicuramente non sa che ha perso uno dei suoi migliori uomini e non so se qualche alto ufficiale abbia pensato di suggerirglielo o di fare in modo che venga suggerito al Ministro della Difesa, al Presidente del Consiglio o, più su, al Presidente della Repubblica, ma è certo che l’Italia sarebbe un Paese più civile se si riconoscesse a Piero Campagna il massimo tributo militare e civile, per tutto ciò che quell’uomo ha fatto, lungo tutta la sua carriera di militare e, dal 12 dicembre 1985, lungo tutta la sua dolente e rabbiosa vita da fratello di Graziella. Quando lo conobbi, oltre ventidue anni fa, era ancora giovane ma con tante di quelle cicatrici nell’anima che si riusciva proprio a leggergliele una per una nel suo sguardo, che diceva tutto. Era lo sguardo di un uomo che rabbiosamente cercava qualcosa. Quando finì di raccontarmi la sua storia - cioè la storia di Graziella  appresi che cercava solo (per così dire) di dare pace alla memoria di sua sorella, all’angoscia dei suoi genitori e dei suoi fratelli e, in ultimo, all’angoscia sua. Che pure era quella più enorme, se mai si potessero fare graduatorie nelle sofferenze più immani, perché oltre a quella derivante dalla perdita, in quel modo, di Graziella c’era anche quella derivante da un assurdo senso di colpa, per il lacerante e irremovibile sospetto che, in fondo, se Graziella era stata uccisa, era stato a causa sua. Nella provincia di Messina di quei tempi (solo di quei tempi?) essere un carabiniere integerrimo, di quelli che credono che da un lato esistono le guardie e dall’altro i ladri, di quelli che credono che dunque il dovere inderogabile delle guardie sia quello di catturare i ladri, ecco, essere un carabiniere di quel tipo poteva perfino essere una colpa. E quindi una ragazzina che lavorava in nero in una lavanderia per portare qualche lira a casa, se aveva per fratello un carabiniere integerrimo, poteva essere un pericolo. Ma un pericolo per chi? Per quasi tutti, verrebbe da dire, a ripensare a quel mondo a testa in giù che fu (fu?) la provincia di Messina, e la Sicilia, e l’Italia dell’omicidio di Graziella Campagna, delle indagini su quel delitto e dei processi che ne furono il séguito. Denunciata la sua scomparsa da due giorni, nessun carabiniere si era premurato di cercare Graziella, o quel che ne restava. Appena ne era stato informato, Piero era tornato in Sicilia e, compreso che fosse accaduto qualcosa di irreparabile, era stato lui a cercare disperatamente e poi a trovare il cadavere di sua sorella nello spiazzale di Forte Campone, sui monti sopra Villafranca Tirrena, dove nella sera del 12 dicembre 1985 Graziella era sparita mentre aspettava l’autobus per tornare a casa dai suoi, a Saponara. Nei giorni successivi, mentre i carabinieri anziché investigare si impegnavano solo a depistare, le indagini (perfino i sopralluoghi) fu Piero a doverle fare. Poi, visto che con le sue indagini aveva procurato fastidi alle gerarchie sopra di lui, Piero, che prestava servizio vicino Gioia Tauro, fu trasferito molto più lontano, in alta Sila. Ma questo non bastò a nascondere la verità: Graziella era stata sequestrata, interrogata e uccisa con cinque colpi di fucile a canne mozze esplosi da distanza ravvicinatissima perché per puro caso aveva scoperto che i due più assidui frequentatori della lavanderia in cui lavorava, frequentatori pure dei titolari della lavanderia, del capomafia massone, del sindaco, del comandante della stazione dei carabinieri, erano due latitanti palermitani: Gerlando Alberti junior e Giovanni Sutera. E perché Graziella aveva un fratello carabiniere col vizio dell’onestà. Fu una storia infinita: le indagini depistate, i processi aggiustati, le indagini riaperte, il nuovo processo finalmente iniziato, le estenuanti lungaggini processuali, le attenzioni minacciose generosamente elargiteci da personaggi istituzionali, finalmente la condanna definitiva di Alberti e Sutera. Graziella era stata uccisa il 12 dicembre 1985. Per avere la conclusione del processo si dovette arrivare al 18 marzo 2009. E non era nemmeno finita, perché alle volte (e, se si analizzassero tutte quelle volte, se ne trarrebbero risultati molto significativi) in Italia gli ergastoli sono soltanto una parola falsa più di una moneta di latta. E così Piero Campagna a dicembre 2009 apprese che Gerlando Alberti junior era stato scarcerato, per presunte malattie che non consentivano che potesse rimanere in carcere. Ne seguì una polemica pubblica, chi scrive dovette pure subire due processi per diffamazione (conclusi entrambi con l’assoluzione in primo grado ma in realtà per nulla conclusi, giacché dei Procuratori della Repubblica e dei Procuratori generali, con ammirevole rigore, sono insorti contro quelle assoluzioni proponendo appello, ancora da celebrarsi), Gerlando Alberti junior fu riportato in carcere, dove si trova ancora oggi, a quasi dieci anni di distanza. Per fortuna, la sua salute evidentemente non era così compromessa. Poi, a marzo scorso, Piero apprese che anche Giovanni Sutera era stato scarcerato. Lui non perché malato, stava benissimo ma si era redento e quindi gli era stata concessa la liberazione condizionale. Sì, rimesso in libertà perché ergastolano per l’omicidio di Graziella Campagna, potrebbe dirsi. Ed era tanto redento che a marzo scorso - così Piero seppe di quella indecorosa scarcerazione di anni prima - venne arrestato per un traffico di droga praticato all’ombra di un importante bar di cui Sutera era diventato titolare nel pieno centro di Firenze. Ora quella liberazione condizionale - almeno questo - è stata revocata. Ma Piero, poiché onesto, ha subìto vessazioni indecenti anche per quel che ha fatto nella sua carriera, fuori dalle indagini svolte a titolo personale per l’assassinio di sua sorella. Passò le pene dell’inferno a Barcellona Pozzo di Gotto - la città in cui non c’è stata trattativa fra mafia e Stato perché alle volte quelle due entità sono state un corpo unico e trattare da soli è impossibile in natura - quando avvistò, relazionando appositamente per iscritto, un alto magistrato a colloquio con la moglie del boss latitante. O quando continuò a ricercare proprio quel boss latitante, Giuseppe Gullotti, che l’8 gennaio 1993 era stato responsabile dell’uccisione di un giornalista che di Piero era diventato amico, Beppe Alfano. O quando continuò a pensare, non sempre (o quasi mai) in maggioranza a quella vecchia storia delle guardie da un lato e dei ladri dall’altro, imbattendosi in poco commendevoli imprese di altri uomini in divisa, anche quando lasciò Barcellona Pozzo di Gotto. Per puro paradosso, quei riconoscimenti che lo Stato non gli ha mai riconosciuto forse perfino i mafiosi concorderebbero che Piero li avrebbe meritati tutti, avendolo conosciuto - e subìto - come un militare corretto, implacabile ma leale. E che Piero sia e sia stato sempre un uomo dalla tempra cristallina in qualunque ambito si sia mosso è cosa risaputa, più che da chiunque altro, dalle persone che si sono trovate in una condizione analoga alla sua: i familiari delle vittime innocenti di mafia. Piero in questi decenni si è fatto carico non solo della sciagura vissuta da lui e dalla sua intera famiglia ma si è addossato sulle proprie spalle pure le sofferenze dei familiari di tutte le altre vittime. Si è speso allo spasimo per dare sostegno, investigativo e morale, ai familiari di Beppe Alfano, o a quelli di Attilio Manca, o a quelli di Adolfo Parmaliana, o a quelli che ha incontrato in tutta Italia. Ecco, anche in questo, Piero ha sempre mantenuto il basso profilo, proprio come un eroe proletario. È sempre rifuggito dalla visibilità pubblica e si è sempre adoperato privatamente a sostegno di tutti. Forse perché cosa significhi essere vittime - di mafia e di Stato - Piero lo sa più di chiunque altro. Anche per questo - e per mille altri motivi – conoscerlo è stata una fortuna impagabile. Anche per questo - e per mille altri motivi - tutti quelli che hanno avuto la fortuna di incontrarlo non possono che rivolgergli, dal più profondo dell’anima, un grazie che non finisce mai.

Tratto da: stampalibera.it

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