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Opinioni

È rimorto Falcone

travaglio lucca2012 c castolo gianninidi Marco Travaglio
Scusate se non parliamo di Babbo Natale e delle sue renne, del presepe, della stella cometa, dei re magi e dell’albero (nemmeno dell’ormai celeberrimo Spelacchio romano). Anche oggi, visto che non lo fa nessun altro, ci tocca rimestare nell’ultima schifezza italiana: quello che i fini dicitori chiamano “caso Dell’Utri”. Un caso che non esiste, visto che l’inventore di Forza Italia è stato condannato definitivamente a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa e dovrebbe starsene in carcere fino all’estate del 2021. Ma che, siccome in Italia non c’è nulla di più provvisorio delle condanne definitive dei potenti, è stato riaperto da politici, giornaloni, avvocati e magistrati su più fronti: Dell’Utri deve tornare a casa perché è malato (istanza respinta perché la scarcerazione, specie di un mafioso, può avvenire solo quando le sue condizioni di salute sono incompatibili col carcere, e non è il suo caso, visto che può essere tranquillamente curato nelle strutture sanitarie interne o convenzionate al penitenziario di Rebibbia) o, in subordine, merita la grazia (che però non ha neppure chiesto); Dell’Utri deve tornare a casa perché ha chiesto la revisione del suo processo dopo che la Corte europea dei diritti dell’Uomo di Strasburgo (Cedu) ha dichiarato ineseguibile la pena per Bruno Contrada, condannato per il suo stesso delitto (istanza condivisa dal Pg di Caltanissetta, su cui deciderà la Corte d’appello).
Qualcuno si domanderà: perché questo scatenamento proprio adesso, quando il pregiudicato ha scontato appena metà della pena? Noi un’idea ce l’avremmo. Tutto comincia il 9 giugno, quando la Procura di Palermo deposita al processo sulla trattativa Stato-mafia 5 mila pagine di conversazioni intercettate in carcere fra il boss di Brancaccio Giuseppe Graviano, mandante delle stragi di via D’Amelio del ’92 e di Firenze, Roma e Milano del ’93, e il suo compagno di “socialità”, il camorrista Umberto Adinolfi. Le stesse carte vengono trasmesse alle Procure di Caltanissetta e Firenze che indagano sulle stragi. In quei dialoghi, intercettati fra febbraio 2016 e aprile 2017, Graviano sembra confermare le frasi che il suo killer ora pentito, Gaspare Spatuzza, disse di avergli sentito pronunciare ai primi del ’94: e cioè che la strategia stragista era funzionale a B. e Dell’Utri che “ci stanno mettendo l’Italia nelle mani”. “Berlusca - confida Graviano ad Adinolfi - mi ha chiesto questa cortesia… per questo è stata l’urgenza… Nel ’92 già voleva scendere… voleva tutto, ed era disturbato… Lui voleva scendere, però in quel periodo c’erano i vecchi, lui mi ha detto: ci vorrebbe una bella cosa”.
E ancora: “Avevamo acchiappatu un Paisi di chistu ‘ni manu… 25 anni fa, mi sono seduto con te, giusto è?… Traditore… pezzo di crasto che non sei altro, ma vagli a dire com’è che sei al governo, che hai fatto cose vergognose, ingiuste… Ti ho portato benessere. Poi mi è successa una disgrazia, mi arrestano, tu cominci a pugnalarmi. Per cosa? Per i soldi, perché tu ti rimangono i soldi… dice, non lo faccio uscire più e sa che io non parlo perché sa il mio carattere e sa le mie capacità… Tu lo sai che mi sono fatto 24 anni, ho la famiglia distrutta… Alle buttane glieli dà i soldi ogni mese. Io ti ho aspettato fino adesso… e tu mi stai facendo morire in galera senza che io abbia fatto niente…”. Parole che hanno indotto i pm e il gip di Firenze a riaprire le indagini archiviate su B. e Dell’Utri per concorso nelle stragi del ’93. Parole che devono avere spaventato molti ambienti politici e istituzionali, tantopiù che Graviano affidava all’amico - in procinto di uscire dal carcere - un messaggio (ricattatorio) da trasmettere a un intermediario verso il mondo berlusconiano. E che, dopo aver ricevuto da Palermo un avviso di garanzia per minaccia a corpo politico dello Stato, il boss discuteva (già sapendo di essere ascoltato) con Adinolfi sull’opportunità o meno di dire ciò che sa ai magistrati. Una prospettiva terrificante per chi ha qualcosa da nascondere sulle stragi e le trattative.
Intanto, a Palermo, è iniziata la requisitoria al processo Trattativa e i pm hanno ricordato ciò che fin dal ’96 raccontò il pentito Salvatore Cancemi, unico boss membro della Cupola a collaborare: dopo Capaci, a metà giugno ’92, Riina riunì i capi in casa Guddo per comunicare l’urgenza di eliminare, dopo Falcone, anche Borsellino. E stroncò le perplessità di alcuni per i tempi ravvicinati della nuova strage con parole definitive: “Lo dobbiamo fare presto, la responsabilità è mia, ora e in futuro bisogna appoggiare Berlusconi e Dell’Utri, sarà un bene per tutta Cosa Nostra”.
Ora, quando si dice la combinazione, proprio mentre i fantasmi del passato più buio tornano a turbare i sonni del Caimano di nuovo al centro della scena politica, ecco una circolare del ministero della Giustizia che allenta vieppiù il 41-bis; ed ecco la campagna a più voci e a più teste per liberare Dell’Utri. Una manovra a tenaglia che fa sospettare un bel messaggio ai boss detenuti al carcere duro e al compare di B.: tranquilli e zitti, stiamo lavorando per voi.
Non solo: se la sentenza Cedu su Contrada, fondata su un grossolano errore, rischia di falcidiare tutte le altre condanne per concorso esterno degli ultimi 40 anni, la responsabilità è anche del governo Renzi. Che ha alzato loro la palla per far condannare l’Italia il 14.4.2016 per aver osato punire l’ex numero 3 del Sisde complice di Cosa Nostra. L’ha scritto nero su bianco la Cassazione nella sentenza “Infinito” sulla mafia in Lombardia. I rappresentanti del governo italiano avrebbero dovuto ricordare un dato banale: il concorso esterno in associazione mafiosa esiste da quando esiste l’associazione mafiosa (cioè dalla legge Rognoni-La Torre del 1982, mentre per altri reati, come il brigantaggio, fu applicato dalla Cassazione siciliana già a fine ’800), essendo nient’altro che il combinato disposto fra la norma incriminatrice (l’art. 416 bis del Codice penale sull’associazione mafiosa) e l’art. 110 (il concorso, cioè la complicità in un qualsiasi reato). E se il concorso esterno fu applicato ai complici della mafia solo nel 1987 da Giovanni Falcone nel processo maxi-ter, è perché prima nessun giudice aveva osato toccare i rapporti mafia-politica. Invece i “giuristi” del nostro ministero degli Esteri (guidato da Angelino Alfano) concordarono e sottoscrissero con i difensori di Contrada una “premessa” che spacciava il concorso esterno per una costruzione di “origine giurisprudenziale”, non normativa e dunque non prevedibile dai cittadini. Spalancando la strada alla bizzarra tesi difensiva che lo riteneva non punibile fino al 1994, quando fu definitivamente tipizzato dalla Cassazione a sezioni unite. Così, con un autogol (o, per dirla con la Cassazione, con una “affermazione giuridicamente inesatta”), il governo Renzi ha fatto condannare l’Italia a risarcire i danni a Contrada per aver violato il principio di irretroattività della legge penale: cioè per averlo punito per un reato che lui non poteva prevedere. Una sciocchezza sesquipedale: Contrada, quando faceva fuggire i boss avvertendoli dei blitz della Squadra Mobile da lui guidata, sapeva benissimo che stava commettendo reati: ammesso e non concesso che non prevedesse il concorso esterno (peraltro già esistente nel Codice), metteva almeno in conto di rischiare il favoreggiamento o l’associazione mafiosa tout court.
Ma siamo poi sicuri che l’autogol del governo sia stato involontario? Noi no, visto l’uso che si fa della sentenza Contrada per mandare a casa Dell’Utri con tante scuse. Come se anche Dell’Utri non sapesse, nei 30 anni in cui fece da “mediatore fra Cosa nostra e l’imprenditore Silvio Berlusconi” (sentenza della Cassazione), che rischiava di finire in galera per concorso esterno o interno in mafia, o per favoreggiamento mafioso, o per concorso in estorsione mafiosa. Di questo passo, prima o poi toccherà scusarsi pure con gli eredi di Vito Ciancimino e dei cugini Salvo. E condannare gli eredi di Giovanni Falcone, che per primo applicò il concorso esterno anche alla mafia. Il tutto per assicurare la tenuta stagna dei tanti mafiosi, esterni o interni, che restando dentro un altro po’ potrebbero cedere e parlare. Indovinate di chi.

Foto © Castolo Giannini

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

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