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Opinioni

La lezione di un uomo perbene che condannò Cosa nostra a Palermo

dalla chiesa nando int 610di Nando dalla Chiesa
Leonardo Guarnotta, uno dei due magistrati sopravvissuti del pool che nel 1988 portò la mafia al Maxiprocesso

E d’improvviso calò su tutti la Storia, proprio quella con la esse maiuscola. E tutti ne sentirono il profumo. Il signore alto e distinto che stava davanti a un pubblico rapito era entrato come un Babbo Natale generoso. Capelli bianchi e lineamenti prominenti, aveva portato nella sala la sua gerla metaforica. Piena di giustizia, dignità e onesti sentimenti. E poi orgoglio e malinconia. E la stava svuotando davanti a persone sconosciute, in gran parte giovani.
Leonardo Guarnotta, questo il nome del signore, aveva iniziato a raccontare la storia del maxiprocesso di Palermo, in occasione del trentennale della sentenza che per la prima volta ha mandato all’ergastolo i capi di Cosa Nostra. Di quel pool di magistrati che a Palermo fecero ciò che a nessuno era mai riuscito prima sono rimasti in due. Lui e Peppino Di Lello, e lui è il più anziano. Nell’aria si fece silenzio. Quasi che ciascuno avesse capito d’istinto che lui c’è stato davvero, non millanta, non è di quelli che “ero nella trincea di Palermo ai tempi di Falcone” (seguono applausi…). Lui ha “fatto”, giorno per giorno, con Falcone e Borsellino, sotto la guida di Antonino Caponnetto. Una frase apparentemente scontata, “nessuno di noi è stato eroe, eravamo magistrati, e i magistrati devono dare giustizia giusta e rapida” prese agli occhi dei presenti un senso altissimo. La gamba sinistra si muoveva nervosamente sotto il tavolo, non dev’essere facile restituire la memoria di quel che fu allora. Raccontò di quando Caponnetto lo chiamò al pool e lui si chiese se sarebbe stato all’altezza di quei colleghi. E poi domandò alla moglie che cosa ne pensasse. Per sentirsi dire che erano i suoi occhi a dare la risposta. “Ti brillano alla sola idea”. Raccontò la sua stanza in fondo a un corridoio, pescò cento particolari da uno scaffale invisibile, senza nulla leggere. Raccontò sorridendo la gara delle penne stilografiche con Falcone, che ne aveva la passione e poteva permettersene di più belle “perché non aveva figli mentre io ne avevo due” (stupenda nota di costume sui magistrati che non vendono sentenze…).
Ricostruì le invidie e le ostilità, si soffermò su quella data, gennaio 1988, un mese dopo la sentenza del maxiprocesso, in cui il sistema si vendicò, e stabilì che non dovesse toccare a Falcone, il giudice che conosceva la mafia come nessuno al mondo, di andare a dirigere l’ufficio istruzione di Palermo, ma che toccasse ad Antonino Meli, che nulla di mafia sapeva anche se era uomo per bene, e d’altronde “come si potrebbe essere magistrati senza essere uomini per bene?”.
Cose note, almeno a quel pubblico. Ma era lui che al solo raccontarle dava loro un valore smisurato, con la memoria dei dettagli, le immagini vivide, lucenti, come lucenti erano gli inizi di lacrime che ogni tanto gli rigavano il volto. Guarnotta evocò la Palermo della mattanza e l’impegno di quei giudici che non avevano l’ambizione di passare alla storia, “non ci pensavamo proprio, a noi premeva solo fare bene il nostro dovere, non lasciare più la Sicilia alla mercé della prepotenza mafiosa”. Si soffermò sui temperamenti dei due magistrati, “Falcone più timido, più restio di Borsellino”, ma costretto dalla sua stessa fama a incontri e conferenze per fare conoscere la mafia perché diceva che “se non la si conosce non la si può affrontare”. Il giudice in pensione, oggi segretario della Fondazione Falcone, vuole che il Paese non perda la memoria. Anche se, spiegò, non ama parlare di “memoria”, preferisce il “ricordo”. “Perché la parola ricordo contiene una parola latina che vuol dire cuore. E io certe cose e certe persone le ho nel cuore”.
Raccontò anche di Borsellino che era andato a trovarlo il sabato prima di quel 19 luglio del ’92. E che non trovandolo gli lasciò un biglietto per dirglielo, per invitarlo a vedersi. “Lui si fidava di me. Chissà che cosa voleva dirmi. Magari poteva cambiare la sua vita, o anche la mia. E invece è andata così”. Pausa.
Parlò del padre putativo, Caponnetto. Ci fu il cenno alle responsabilità politiche. Una frase disse, e chissà quanto meditata: “ormai anche i mafiosi si pentono, gli unici a praticare l’omertà sono rimasti i politici”. Una frase da applausi, ma nessuno applaudì. Troppo rispetto, troppa magia. Alla fine tutti apparvero più sereni. Uno strano sentimento di gratitudine e di orgoglio aleggiò nella sala milanese, mentre il magistrato usciva con la scorta. C’era una volta il pool antimafia. Odiato e sbeffeggiato. Oggi bandiera di un Paese.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano del 18 Dicembre 2017

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