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Regionali in Sicilia: un popolo condannato a votare la propria fine

armeli iapichino luciano 900di Luciano Armeli Iapichino
“Un popolo dovrebbe capire quando è sconfitto” si recita in un kolossal sulla potenza dell’antica Roma. E il popolo moribondo cui si fa riferimento non è quello dei Marcomanni in procinto di essere annientato dalle legioni dell’Urbe né ci si riferisce a una finzione cinematografica.

Siamo in balia di un popolo, quello siciliano, che, ai tempi di spinte indipendentistiche in Catalogna e di slanci popolari contro il regime di Putin in Russia in nome di un’agognata democrazia, ovvero corre l’anno 2017, mostra fiero la sua cornucopia di “virtù” ad un mese della tornata elettorale per il rinnovo dell’assemblea regionale. Tra queste, le più evidenti sembrano: la sua capacità di indietreggiare nella linea del tempo e della storia, l’inclinazione a flagellarsi senza sofferenza alcuna, l’indifferenza verso il proprio futuro, l’arroganza dell’ignoranza, la genuflessione alla tracotanza del potere, il convincimento di essere protagonista in un palcoscenico nazionale, europeo e planetario dove in verità è deriso, burlato e marchiato come “mafioso” irredimibile al pari di un appestato senza speranza.

Il popolo siciliano – e le oceaniche adunate di questi giorni alle trasversali presentazioni di alcuni “candidati” lo testimoniano – dopo le mattanze di mafia e i processi di disumanizzazione mai cessati;

dopo l’infiltrazione criminale erosiva dell’ossatura della macchina amministrativa e del midollo di  alcuni dei suoi dipendenti;

dopo la sepoltura finale della pretesa di una civiltà degna di essere vissuta e della rivendicazione di un futuro per le nuove generazioni;

dopo essere stato defraudato, ammazzato, umiliato, vilipeso e reso per mille volte fradicio zerbino da una classe dirigente arrogante, affarista, connivente, lucrosa, gattopardesca, pare accettare passivamente e stavolta definitivamente, contrassegnandola dentro le urne di quest’autunno funereo, la propria fine.

Un popolo senza palle, senza vergogna, muto e genuflesso, che possiede ancora l’attitudine a non umiliarsi erogando il suo consenso al vecchio, penoso, sgrammaticato, impresentabile e ricandidato marciume politico, trincerato dentro listini, dietro padri galeotti, amici boss, voto di scambio, truffe e capi d’imputazione. Facce di trafficanti di disvalori che, se da un lato hanno inaridito le casse regionali, razziando soprattutto il patrimonio etico di una terra ricca d’incanto, dall’altro farebbero impallidire quelle dei latitanti più ricercati rintanati come bestie negli anfratti dei casolari di campagna.

Questo laboratorio di delinquenti, fertilizzato nella palude dell'analfabetismo di massa, avallato, oltre che dal popolo siciliano che sembra non avere figli, anche dalle segreterie politiche nazionali, è talmente imbarazzante che l’unica voce che sembra indignarsi, muta e afasica, sia quella della rassegnazione.

Pochi o nulli, difatti, i lamenti degli intellettuali isolani e nazionali dinanzi a questo ennesimo e plateale schiaffo all’intelligenza, alla coscienza, alle vittime di mafia con e senza giustizia, alla speranza di un futuro dignitoso per i giovani sempre più disillusi, al deserto che avanza.

Pochi o nulli i lamenti per una campagna elettorale in cui sembra essere stata stuprata, proprio in Sicilia, e stracciata in programmi ormai falsamente fetidi, schernita da tracotanti slogan di legalità sulle facce mostruosamente illegali di qualche candidato, la lotta alla mafia.

Eppure non siamo ai tempi di Genco Russo e Calogero Vizzini, né dei fratelli Lima o Ciancimino, né della mattanza di Palermo, di Catania, di Agrigento o di quella perpetrata nelle province “babbe” di Messina, Siracusa, Trapani.

Siamo al tempo ancora più barbarico in cui i deputati che ci “onorano” con la loro ricandidatura hanno votato trasversalmente nella passata legislatura contro l’emendamento per l’eliminazione dei vitalizi ai deputati nostrani condannati per mafia in via definitiva.

Siamo al tempo più rozzo in cui professionisti bavosi d’interesse “s’inchinano”, fino a far esplodere un Palacultura, dinanzi al figlio appena ventenne di un mammasantissima della politica incriminato per truffa e della sua presunzione, in corsa e inesperto, cui affidare le sorti dell’isola.

Oppure siamo ai tempi dell’oscurantismo più stregato di chi, invece, esperto lo è perché già sindaco pluri-imputato, notabile pluri-indagato o “rappresentante” della Cosa – Nostra più raffinata e, per usare un termine nostrano, studiata, ovvero “scolarizzata” e profonda conoscitrice dei segreti di Stato, dei misfatti non ancora svelati, degli appalti già individuati.  

E gli esempi potrebbero continuare senza fine.

Le domande che sgomitano, come acqua sottoterra, a questo punto della misera e insignificante riflessione sono dirette a tutti quegli addetti del cosiddetto Stato “pulito” che operano in quest’isola a maggioranza di greggi, in primis magistrati onesti e incorrotte forze dell’ordine:

come vivono questo ripresentarsi, ciclico e mortificante, di certa classe dirigente addentata ancor di più su un osso che vale 4,5 miliardi di deficit regionale?

Si sono rassegnate dinanzi alla potenza di un legislatore così criminalmente ingordo da “reinventarsi” a ogni tornata con una nuova maschera ma con lo stesso infido corredo cromosomico?

O forse, e più credibilmente, si sono arrese dinanzi alla volontà di quel popolo cui nulla pesa, né dolori né fame, né vergogna né fine, inetto nell’attuazione di un definitivo riscatto e di una rigenerante rivoluzione civile e di coscienza?

L’augurio, a questo punto, che da queste colonne si vuol rivolgere al popolo e non più a certi candidati in lizza per le Regionali del 5 novembre, è che quanto prima, questa massa informe e autolesionista, inizi a vergognarsi.

Per i candidati nessun auspicio, a cominciare da chi punta direttamente allo scranno di Presidente della Regione e ha rivestito, sino adesso, quello di Presidente della Commissione regionale antimafia che si chiama pure di vigilanza sul fenomeno della mafia in Sicilia: tale Nello Musumeci, che pure un tempo in molti stimavano e forse, dal canto suo, salvava la coscienza. E non solo lui.

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