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Opinioni

Don Ciotti: ''Da ingenui credere che non comandi più''

ciotti luigi c sf 4L’intervista
di Alessandra Ziniti
Don Ciotti, da sacerdote vicino ai familiari delle vittime di mafia, crede che per Riina valgano le stesse categorie che per gli altri detenuti?
«È una questione giuridica che chiama in causa un diritto, un’esigenza di sicurezza e, non ultimo, una più ampia richiesta di giustizia. Detto altrimenti: Totò Riina ha diritto di essere curato al meglio in carcere e, se necessario, in ospedale. Ma bisogna al contempo fare i conti con il suo ruolo criminale, che non è solo simbolico, e con il diritto dei famigliari delle vittime a essere rispettate e prima ancora riconosciute nel loro dolore».

Il presidente dell’Anm Albamonte dice che lo Stato dimostra di essere più forte della mafia.
«Se intende che lo Stato usa metodi diversi dalla mafia, cioè riconosce dei diritti anche a chi si è macchiato di delitti orrendi, non si può che essere d’accordo con lui».

Scarcerare Riina sarebbe un cedimento da parte dello Stato?
«Dal giorno del suo arresto Totò Riina non è mai stato sostituito al vertice di Cosa nostra. È sempre lui il capo. E la sua funzione, sia pure dall’interno di un carcere, non è solo simbolica, come dimostrano anche le minacce rivolte a Nino Di Matteo e al sottoscritto. È da ingenui o da disinformati credere che una commutazione della pena agli arresti domiciliari non finirebbe per facilitare la sua attività criminale. E per essere letta, certo, come una conquista da parte dell’“esercito” di Cosa nostra e dei suoi complici».

Ma le carceri italiane sono in grado di garantire una morte dignitosa a qualsiasi detenuto?
«Il diritto alla cura, in quanto diritto, deve valere e essere assicurato per ogni persona detenuta. L’umanizzazione della pena, del resto, è uno dei capisaldi della Costituzione, dunque una delle basi della società civile e democratica. Né bisogna dimenticare che sul carcere sono stati fatti passi in avanti per quanto ancora insufficienti».

Perdono e vendetta, cosa significano davanti a Riina?
«Perdono è una parola delicata, che implica un percorso di ravvedimento e di conversione del colpevole. Se c’è – e non è il caso di Totò Riina – si apre anche la possibilità del perdono, una volta saldato il debito con la giustizia, che non segue né logiche di perdono né di vendetta. È la possibilità a cui ci richiama papa Francesco quando ci ricorda che “giustizia è misericordia”».

C’è chi ricorda che i protagonisti della stagione del terrorismo sono quasi tutti fuori.
«La stagione del terrorismo politico è per fortuna materia di storia, mentre la mafia è un fenomeno purtroppo vivo e vegeto. E poi nel caso di alcuni terroristi l’uscita dal carcere è avvenuta grazie a sconti di pena dovuti a collaborazioni che hanno permesso di colpire e in certi casi di sconfiggere le loro organizzazioni. Non è il caso di Riina, come di tanti altri boss mafiosi».

Tratto da: La Repubblica

Foto © S. F.

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