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Opinioni

''Lui deve rimanere al 41 bis. È ancora il capo di Cosa nostra abbiamo le prove per dirlo''

roberti franco c emanuele di stefano 2016Franco Roberti: Provenzano era in condizioni addirittura peggiori
di Fiorenza Sarzanini
Roma. «Totò Riina deve continuare a stare in carcere e soprattutto rimanere in regime di 41 bis». Franco Roberti, procuratore nazionale Antimafia, aveva espresso parere contrario a un cambio del regime detentivo per il boss mafioso. E non cambia idea dopo aver letto la sentenza della Corte di cassazione che invita i giudici a riesaminare le istanze tenendo conto della dignità del recluso.

Non è d’accordo sul fatto che non vengano rispettati i diritti di Riina?
«No, perché è proprio l’aspetto che abbiamo valutato e scartato. Del resto gli stessi giudici della Cassazione dicono che la sentenza del Tribunale di Bologna che rigettava l’istanza sull’incompatibilità della reclusione con lo stato di salute, ha una motivazione insufficiente e contraddittoria. Quindi basterà ovviare a queste carenze».

È sicuro che otterrete nuovamente ragione?
«Si tratta di un annullamento con rinvio, il Tribunale dovrà integrare la motivazione sui punti indicati dalla Cassazione e sono certo che a quel punto reggerà l’intero impianto. Questa decisione non mi preoccupa. Sono tranquillo, fiducioso che alla fine il Tribunale di Bologna ribadirà le nostre ragioni».

La Cassazione dice che non è motivata a sufficienza l’attualità del pericolo.
«Siamo perfettamente in grado di dimostrare il contrario. Abbiamo elementi per smentire questa tesi. E per ribadire che Totò Riina è il capo di Cosa nostra».

Circostanze nuove?
«Le indagini sono in corso e non ho nulla da dire, né potrei farlo. Ma vorrei ricordare che il pubblico ministero Nino Di Matteo vive blindato proprio a causa delle minacce che Totò Riina ha lanciato dal carcere. Se non è un pericolo attuale questo, mi chiedo che altro dovrebbe esserci. Posso comunque assicurare che su questo punto saremo in grado di fornire motivazioni più stringenti proprio come ci viene chiesto».

I familiari e gli avvocati sostengono che la malattia lo ha ridotto in condizioni gravissime.
«Non abbiamo mai negato che sia affetto da una patologia pesante. Sappiamo che ha due neoplasie e numerosi disturbi collegati, ma si tratta di uno stato di salute che può essere adeguatamente trattato nell’ambiente carcerario o con ricoveri mirati in strutture cliniche. Abbiamo la documentazione per dimostrare che viene curato in maniera idonea».

Anche se detenuto in regime di 41 bis?
«Si tratta di una condizione che non abbassa il livello di cura, ma anzi assicura la stessa assistenza sanitaria degli altri reclusi, se non addirittura migliore».

In realtà la Corte di cassazione sottolinea che il carcere di Parma non è sufficientemente attrezzato per questo tipo di cure.
«Se davvero così fosse, nulla impedirebbe il trasferimento in un’altra struttura di massima sicurezza. Ma dico per Riina quello che avevamo già sostenuto nel caso di Bernardo Provenzano, che era in condizioni addirittura più gravi: deve rimanere in carcere al 41 bis. Quando abbiamo sostenuto questa tesi ci siamo esposti, ma alla fine abbiamo avuto ragione».

Non la convince neanche il richiamo alla dignità della persona?
«In realtà leggendo la sentenza della Cassazione il punto non è così esplicito, comunque su questo sono pienamente d’accordo. E dico con chiarezza che il diritto alla dignità della persona in carcere deve valere sempre, non soltanto quando uno è malato. Deve valere per tutti i reclusi, Riina compreso. Ma è un accertamento che va fatto in concreto».

Vuol dire che in questo caso si è stati troppo generici?
«Non basta dire che siccome è malato allora bisogna portarlo da un’altra parte. La forza di uno Stato di diritto si misura sulla capacità di far valere anche i diritti dei peggiori criminali, ma quando davvero vengono messi in discussione. E io posso assicurare che in questo caso non è così».

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Tratto da: Corriere della Sera del 6 giugno 2017

Foto © Emanuele Di Stefano

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