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Opinioni

La rotta dei disperati

migranti rotta effdi Nicola Tranfaglia
In una situazione mondiale sempre peggiore dove 65 milioni di persone vivono in quelle che qualcuno ha chiamato "carceri a cielo aperto" e che si devono chiamare, come peraltro già avviene, campi di profughi e rifugiati ovvero campi per rifugiati e sfollati, centri di detenzione amministrativa, centri di identificazione ed espulsione, punti di passaggio frontalieri, centri di accoglienza per richiedenti asili. Dalla fine degli anni Novanta occupano l'attualità di tutti i paesi. I campi non sono solo luoghi di vita quotidiana per milioni di persone: diventano una delle componenti più rilevanti della "società mondiale", una delle forme di governo del mondo, un modo di gestire l'indesiderabile.  
Per chi vuole entrare in Libia per provare a saltare in Europa, il Niger è tutto. E' la porta di ingresso, la rotta di avvicinamento. Ma anche la via di fuga, il percorso da fare, per fuggire al mattatoio. Seny Condijra e Demba Djack hanno provato ad arrivare in Europa, sono partiti dal Senegal, sono entrati in Libia.
Ma hanno fallito: sono stati torturati, picchiati, hanno assistito a tutto quello che succede da quelle parti. Ed hanno deciso che non era possibile che dalla Libia bisognasse rientrare in Niger per tornare a casa.
Alla stazione di Namey dei bus della Sahelienne, la compagnia che collega le capitali dell'Africa occidentale, i racconti dei migranti in ritirata dalla Libia sono terrificanti. Nelle foto sui telefonini ti fanno vedere i sogni delle torture, i corpi martoriati e torturati, due decapitati, decine di corpi bruciati non si capisce bene in quale occasione. Seny era partito quasi un anno fa.
"Mio cugino è già in Italia, mi ha detto che da voi è assolutamente meglio della povertà assoluta che c'è qui”.
Anche Demba ha provato a passare da Sebha e Tripoli per arrivare in Europa. "Vengo dalla regione di Matan e ho visto le torture e la schiavitù in Libia. E sono fuggito". Ma perchè questa violenza bestiale. “Adesso ti spiego come funziona in Libia", dice Seny che ha 34 anni e viene dalla regione di St Louis. "Avevo iniziato il mio viaggio quasi un anno fa: dal Senegal al Mali tutto bene, noi con la carta di identità possiamo viaggiare nei paesi della Comunità dell'Africa occidentale. Poi dal Mali si passava in Burkina Faso e lì i primi problemi: i poliziotti provano a rapinarti ,a prenderti tutto quello che hai e se non paghi rimani fermo alle stazioni per ore e per giorni. Per cui paghi. Siamo arrivati a Niamey, poi ad Agadez, prima di passare per il deserto e la Libia. Ad Agadez ci attendevano i trafficanti, per giorni siamo rimasti nei ghetti organizzati per noi migranti. Si sono fatti pagare e ci hanno assicurato il passaggio in Libia in 30 su un pick up Toyota. Il viaggio a noi è andato bene, in tre giorni siamo arrivati prima a Gatrun, poi a Sebha in Libia. Ma lì l'autista ha detto che il trafficante non aveva pagato per noi e quindi doveva venderci, ci doveva quindi portare dove c'erano altri migranti.
C'era una grande piazza con intorno dei garages, un mercato degli schiavi”.
"Noi africani venivamo comprati e venduti da arabi e libici che lavorano con la manovalanza di "caporali" nigeriani e ghanesi. Mi hanno venduto e trasferito in una grande casa privata ghanese con altre 200 persone. Lì è iniziato il terrore: i carcerieri ci picchiavano, ci taglieggiavano con i machete, alcuni li hanno uccisi davanti agli altri. Perchè. Ma perchè tutti dovevamo essere terrorizzati e poi telefonare a casa per chiedere soldi, 300,400 o 500 dollari per essere rimassi in libertà. Quando chiamavamo le nostre famiglie loro ci picchiavano per farci urlare e terrorizzare i nostri parenti”. Senny spiega bene come gli schiavisti libici ordinino ai migranti di chiedere soldi alle famiglie, chiedono di mandare i soldi con money transfer a loro complici in Ghana o in Guinea possono incassare senza farli passare dalla Libia.
Demba racconta che durante la prigionia molti ogni mattino venivano caricati per andare a costruire o a riparare edifici a fare qualsiasi tipo di lavoro fosse utile ai padroni. "Io sono riuscito ad avere un pò di soldi dalla mia famiglia e a migliorare la mia posizione. Poi ho lavorato per loro come traduttore perchè molti di noi non parlavano nessuna lingua, in Libia il francese che parliamo noi non serve. In un modo o nell'altro sono riuscito a comprarmi un viaggio per ritornare in Niger. L’OIM, organizzazione internazionale per le migrazioni, mi ha aiutato a ritornare in Senegal".
I rapitori libici lavorano su grandi numeri. "Fanno fare decine e decine di telefonate e trovano famiglie che corrono a vendersi la casa, le vacche, un pezzetto di terra pur di trovare i dollari chiesti come riscatto. In Libia c'è il caos totale, non c'è legge, c'è la perversione assoluta". Il capo dell'OIM in Niger, Giuseppe Loprete, dice che neppure questi racconti di vero terrore riescono a fermare quelli che dal Niger sono ancora in Nord sognando l’Europa".
Seny e Bemba spiegano però qualcosa di decisivo per capire la disperazione che viene dall’Africa: "Quando un anno fa abbiamo deciso di partire abbiamo mobilitato le famiglie, abbiamo chiesto soldi, abbiamo venduto animali, abbiamo dato una speranza ai nostri cari, abbiamo detto loro che avremmo mandato soldi dall'Europa, ecco, adesso tornare indietro, è ammettere il fallimento e confessare che i soldi sono stati perduti. Bruciati. Noi non si sa come siamo riusciti a fuggire dopo quello che abbiamo visto. Tanti non ci provano neppure perchè morire in Libia o in mare è meno grave di tornare indietro. Morire in Libia per tanti è meglio che rivedere una famiglia che non ti perdonerà di aver fallito".

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