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Tutti i nomi dell'''affaire'' banca Grammatico

tribunale trapani webdi Rino Giacalone
Mafiosi, massoni, politici, insieme per permettere ai soliti noti di essere sottratti alla vigilanza di Banca d’Italia e Magistratura
Siamo come territorio nelle retrovie di tante graduatorie, l’ultima quella relativa alla “qualità della vita”, ma su certe cose primeggiamo. E siamo così bravi da tagliare certi traguardi . A proposito di banche, mafia e massoneria è di ieri la notizia che per la prima volta in Italia una banca è finita sotto amministrazione giudiziaria per inquinamento mafioso. Una banca della provincia di Trapani, una terra dove secondo alcuni la mafia non fa più danni e la massoneria persegue solo ideali filosofici. E invece i magistrati della Procura distrettuale e i finanzieri del Gico di Palermo ci hanno appena ieri raccontato ancora una volta una storia diversa rispetto a chi dice che la mafia è sconfitta, Applicando l’art.34 del decreto legislativo 159 del 2011 – il cosiddetto nuovo codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione – il Tribunale delle misure di prevenzione di Trapani (presidente Pellino a latere Corso e Visco) accogliendo la richiesta della Dda di Palermo, firmata dal procuratore aggiunto Dino Petralia, ha posto sotto amministrazione giudiziaria per inquinamento mafioso la banca di credito cooperativo “sen. Pietro Grammatico” di Paceco. La prima banca in Italia a cadere sotto la scure della nuova legge antimafia. Ora come per altre vicende dobbiamo dire la verità e cioè che tanti a Paceco, quanto a Trapani e in provincia di Trapani non possono certo dichiararsi sorpresi, perché come succede per tante storie siciliane va detto anche oggi che tanto tuonò che alla fine piovve. Perché è poi anche questo quello che sostengono i finanzieri del Gico comandati dal col. Francesco Mazzotta nel loro rapporto di indagine consegnato alla Procura di Palermo a fine anno 2015. I finanzieri nel rapporto lo hanno scritto, tanti sapevano che dentro quella banca c’erano soggetti che godevano di protezioni, o ancora soggetti che avevano facile possibilità di accedere a fidi, mutui e prestiti. Da anni la Banca d’Italia riempie di rapporti la storia della banca Pietro Grammatico di Paceco. Ma ad ogni rapporto mandato all’amministrazione del banca c’era una giravolta tra poltrone e incarichi, ma poi tutto restava com’era. E la vita della banca continuava come sempre. La Banca d’Italia chiedeva discontinuità, ma otteneva sempre picche come risposta. Tra il 2002 e il 2014 la banca ha avuto 1600 soci, 357 con precedenti penali, 11 con precedenti per mafia. Sul “palcoscenico” le famiglie Coppola di Paceco, i Cardella di Fulgatore, nomi legati a doppio filo con Cosa nostra, c’è per esempio tale Francesco Spezia, classe 74, oggetto di segnalazioni per operazioni sospette da diverse banche ma mai una sola segnalazione risulta essere stata fatta dalla banca di Paceco, e il nome dello Spezia rimanda a quello dell’imprenditore Michele Mazzara di Dattilo, favoreggiatore di latitanti, diventati una sorta di Berlusconi pacecoto (nei suoi pensieri aveva anche l’attività televisiva e cinematografica per far parlare bene di Trapani), e il cui fascicolo in banca ovviamente non veniva tenuto dentro una cartella con su scritto il suo nome, ma quello di un altro Mazzara. Tra i soci c’è anche l’ex senatore socialista Pietro Pizzo, finito condannato per avere comprato dalla mafia i voti che dovevano servire a fare eleggere il figlio alla Regione. Tra i soci ancora soggetti finiti processati per essere stati vicini a capo mafia di Trapani Vincenzo Virga, come tale Giuseppe Nicosia, detto Peppe l’Arpa, o ancora Giorlando Pugliese, classe ’70, che si sarebbe occupato della latitanza del famigerato Vito Marino, l’imprenditore truffaldino che sarebbe andato fino a Brescia per regolare un conto sospeso per fatture (false) non incassate facendo strage di una intera famiglia. Ma l’attenzione la finanza l’ha puntata sulla famiglia Coppola, che aveva anche il privilegio di avere un proprio uomo direttore di uno dei settori della banca. Fu proprio dall’indagine sul cosiddetto professore Filippo Coppola, pregiudicato per mafia, che i finanzieri hanno ricostruito la rete del malaffare. Coppola uscito dal carcere dopo avere tentato di riprendere l’attività di insegnamento, in una scuola privata, dove era stato assunto come preside, licenziato si diede per intero all’attività agricola, a Paceco si coltiva il melone giallo e lui in poco tempo aveva preso in mano il mercato. E la banca lo aveva sostenuto, con concessioni superiori a 500 mila euro. Ovviamente i conti non erano a lui intestati, lui aveva solo le deleghe degli intestari, suoi familiari, ma ovviamente dalla banca nessuno pensò mai di segnalare la cosa agli organi di vigilanza, figurarsi poi se dirigente della banca era il fratello del professore Coppola, Rocco che si occupava dell’ufficio fidi e rischi. E che la famiglia Coppola era influente nelle decisioni del credito cooperativo di Paceco lo ha raccontato ai magistrati il collaboratore Nino Birrittella, “mi dissero che per aprire un conto mi dovevo rivolgere a Filippo Coppola”. Di cose da raccontare ce ne sono tante sulla banca di Paceco, che non sarebbe stata solo sotto il controllo di soggetti mafiosi ma tanto rispettati a Paceco, ma anche nelle mani della massoneria. Negli atti giudiziari sono citati i nome dell’attuale sindaco di Paceco Biagio Martorana e dell’ex consigliere provinciale socialista Pietro Paesano e di un altro ex consigliere comunale del Psi Antonio Mancuso. Diffusamente ne ha parlato Paolo Ruggirello, cugino dell’omonimo deputato regionale del Pd, che ha raccontato come la banca proprio grazie al controllo di ambienti della massoneria “era considerato per certuni rifugio sicuro”, in particolare sarebbe stata l’agenzia di Trapani quale punto di riferimento “di ambienti massonici facoltosi”, e proprio quando direttore dell’agenzia divenne il già citato Rocco Coppola. Tra gli episodi inquietanti quello relativo ad un prelievo di 120 mila euro non segnalato come operazione sospetta. A prelevare in un sol colpo la cifra dal proprio conto era stata la cognata del pentito di mafia Francesco Milazzo. Ovviamente il collaboratore di giustizia non c’entra nulla, anche perché da quando ha deciso di pentirsi la sua famiglia lo ha rinnegato, come vogliono che sia le regole dell’onorata società. La donna, sposata con Cristoforo Milazzo un giorno andò a riprendersi quel denaro e quando al responsabile antiriciclaggio, tale Pietro Bello, venne chiesto come mai non aveva fatto alcuna segnalazione dell’operazione, lo stesso rispose dicendo che non si è ritenuta fare nulla “avendo conoscenza del carattere della cliente, sensibilmente suggestionata dalle notizie negative date dai telegiornali sui mercati.

Tratto da: alqamah.it

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