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Opinioni

Da Dario a Nino

travaglio marco web7di Marco Travaglio
Certi elogi, come le onorificenze per Longanesi, non basta rifiutarli: bisogna proprio non meritarli. Anche in questo, Dario Fo è stato fortunato. Pensate che sfiga se ieri, in viaggio verso il cielo, gli fosse capitato fra capo e collo un complimento di Brunetta, un saluto commosso di Libero, un titolo encomiastico del Giornale o, peggio, del Foglio. Sarebbe tornato giù apposta per rimediare, alla sua maniera, con uno sghignazzo. “Scusate, ho affidato il mio elogio funebre a Carlin Petrini, ma mi son dimenticato di precisare da chi non lo vorrei proprio: ecco, da questi proprio no. Da questi, più che un omaggio, gradirei l’estremo oltraggio”. Per sua fortuna, ne ha avuti parecchi anche senza chiederli. Anche da un giornale che un tempo lo osannava: Repubblica fondato dall’ex fascista Scalfari, che lo gratifica di una biografia dedicata per metà a quei pochi mesi di diciottenne “ragazzo di Salò” (su 90 anni di vita). E anche da La Stampa, dove Mattia Feltri non riesce a vedere nella sua lunga vita altro che un’interminabile e coerente “ostilità per l’Occidente”, da Salò a Mao a Grillo. E ritira fuori il manifesto dell’Espresso contro il commissario Calabresi, come se l’avesse firmato solo Fo e non decine di intellettuali fra cui alcuni dei padri nobili de La Stampa; come se Calabresi non l’avesse poi ammazzato un commando di Lotta continua che lo stesso Feltri jr. ha sempre spacciato per innocente.

Ma il bello dei cani sciolti come Dario, quando hanno ragione e quando hanno torto, da vivi come da morti, è proprio questo: sorprendere, spiazzare, dividere, mettere in crisi, seminare scompiglio, rompere schemi, creare cortocircuiti. Non si sa da che parte prenderli e non si riesce a etichettarli, classificarli, intrupparli. Pensate alla tristezza di uno Staino, ex vignettista divenuto direttore di un giornale di partito, costretto a separare il Fo “uomo libero” dallo schiavo dei perfidi 5Stelle, il Fo buono da quello cattivo che “si era allontanato dalla nostra area” e (orrore!) dal “partito” per “avventurarsi sul terreno assai scivoloso del populismo di Grillo”. E non si accorge che Fo è sempre stato Fo, con i suoi sbagli e i suoi meriti, sempre anarchico, sempre gratis, sempre dalla parte del torto: da Salò alla sinistra senza partito, dall’anticlericalismo alla simpatia per papa Francesco, dall’antiberlusconismo al gufismo grillino. È uno spettacolo impagabile l’imbarazzo con cui guardano a Fo la politica e la grande stampa al seguito, avvezze al vizio di irregimentare tutto e tutti nel vecchio schema “mio-tuo”, “noi-loro”, “amici-nemici”.

Non riescono proprio a rilassarsi nel raccontare un grande artista che non è mai stato di nessuno, dunque era di tutti. Anche di chi non riesce proprio ad ammetterlo.

Non è la prima volta, ci mancherebbe. Càpita sempre quando muore un Antitaliano, una pecora nera nel coro belante del conformismo italiota. Accadde, a parti invertite, quando se ne andò Indro Montanelli, che Fo aveva detestato per decenni, ampiamente ricambiato (anche se, di nascosto, i due stimavano i rispettivi talenti): per alcuni era l’ex conservatore che aveva tradito B. per convertirsi alla sinistra in articulo mortis, per altri era l’ex fascista che aveva visto la luce in tarda età, per altri ancora un frondeur per tutte le stagioni e quasi nessuno gli riconobbe la sua vera natura di eterno, geniale bastiancontrario, allergico a ogni ideologia, che steccava in tutti i cori. Cose che càpitano quando la stampa, anziché praticare lo spirito critico, legge la realtà con le lenti deformanti della buvette di Montecitorio. Lo fa con i personaggi e pure con le notizie.

L’altro giorno il Csm ha convocato d’urgenza il pm di Palermo Nino Di Matteo, il pm-cane sciolto inviso a politici e mafiosi che da anni porta avanti con un pugno di colleghi il processo sulla trattativa Stato-mafia, per comunicargli che la sua condanna a morte decisa da Riina e Messina Denaro è più che mai attuale, come dimostrano intercettazioni molto recenti. Dunque è bene che si trasferisca subito a Roma, alla Direzione nazionale antimafia. Ora, si dà il caso che le prime intercettazioni di Riina che ordina di assassinare Di Matteo risalgano all’estate del 2013, seguite dalla decisione del Viminale di rafforzargli la scorta al massimo livello (gli proposero persino di viaggiare per Palermo a bordo di un carrarmato Lince, modello Afghanistan). E si dà pure il caso che da allora Di Matteo si sia candidato per ben due volte alla Dna e per ben due volte la sua domanda sia stata respinta dal Csm, a vantaggio di colleghi più giovani e meno titolati. Il motivo, anche se non lo confessa nessuno, è noto: Di Matteo è inviso a Napolitano (di cui osò ascoltare doverosamente alcune telefonate con l’indagato Mancino invece di distruggerle illegalmente senza esaminarle) e a tutto un mondo di politici e spioni coinvolti a vario titolo nella Trattativa. Promuoverlo in carriera significherebbe legittimare il processo e smutandare chi lo ostacola. Infatti la stampa corazziera si diverte a minimizzare i pericoli per Di Matteo, come se la condanna a morte se la fosse fatta da solo. Ora però, dal 2015, il presidente del Csm non è più Napolitano, ma Sergio Mattarella. E guardacaso il Csm, senza neppure chiedergli scusa, propone a Di Matteo ciò che gli aveva sempre rifiutato. A riprova del fatto che il magistrato più a rischio d’Italia è lui. E non perché si chiama Nino, ma perché sta processando la Trattativa. Infatti l’imbarazzante notizia dura un giorno e poi, tra politici e giornali, tutto torna a tacere. È la versione nostrana della regola anglosassone “i fatti separati dalle opinioni”: niente fatti, se disturbano le opinioni.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

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