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Opinioni

Gratteri: ''Ho la fila a Catanzaro di persone che vogliono parlarmi e denunciare''

gratteri mielidi Giuseppe Baglivo
Confronto su più temi ieri sera a Capo Vaticano nei giardini di “Casa Berto” fra il procuratore di Catanzaro ed il giornalista Paolo Mieli

Riforma degli strumenti normativi per sconfiggere le mafie, informatizzazione della giustizia, riforma dell’ordinamento penitenziario, apparato burocratico della Regione spesso colluso con la ‘ndrangheta e vero ostacolo per lo sviluppo della Calabria, credibilità personale acquisita sul “campo” con schiettezza, lavoro e sacrificio e che ha permesso a tanta gente di ritornare ad acquistare un minimo di fiducia nelle istituzioni.

C’è tutto questo e tanto altro nel dialogo fra il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, ed il giornalista Paolo Mieli avvenuto ieri sera a Capo Vaticano nel giardino della storica dimora calabrese del grande scrittore veneto Giuseppe Berto, oggi tornata a “nuova vita” grazie all’impegno ed alla dedizione della figlia Antonia. A moderare il dibattito, la giornalista e scrittrice Paola Bottero.

In Calabria dipendenti pubblici a volte peggiori della ‘ndrangheta. “Il vero problema della Calabria, prima ancora del mafioso che spara e traffica cocaina è rappresentato – ha spiegato Gratteri – dai quadri della pubblica amministrazione. In questa regione ci sono direttori generali che da anni ed anni sono nello stesso posto e da incensurati gestiscono la cosa pubblica con metodo mafioso”.

Un apparato burocratico cresciuto, secondo Gratteri, grazie ad “una politica debole che non ha mai avuto la forza, e neanche la preparazione tecnico-giuridica, per affrontare il problema della gestione dei quadri. La parte procedurale dei meccanismi degli appalti pubblici è governata da centri di potere che sono in quel posto da sempre. Principalmente per questo – ha sottolineato il procuratore – ho rifiutato di candidarmi alla guida della Regione”.

Quindi un ampio discorso sulla lotta alla cocaina, dal Sud America all’Italia, sino al ruolo della ‘ndrangheta e dei colombiani nell’acquisto di immobili in mezza Europa con la Spagna sempre più centrale nelle dinamiche del narcotraffico, tanto che i narcos sudamericani si sono stabiliti da anni in terra spagnola per dirigere al meglio i traffici di stupefacenti. “Viviamo in una società dove abbiamo politici e quadri dirigenti della pubblica amministrazione, come pure medici e professionisti, dipendenti dall’uso della cocaina. Un esercito di persone ricattabili – ha sottolineato Gratteri – mentalmente stanchi e con seri problemi di salute che gestiscono la cosa pubblica con effetti che poi ricadono sull’intera collettività”.

Cosa può fare allora il cittadino? “Ha un’arma importante – ha rimarcato il procuratore di Catanzaro -, ovvero quella del voto. Diffidate sempre dei politici, di qualunque schieramento politico essi siano, che vengono a casa vostra per promettervi posti di lavoro in cambio di voti”. Gratteri ha poi portato esempi concreti per far far funzionare la “macchina-giustizia”: dalla riforma del codice penale e di procedura penale a semplici leggi per informatizzare l’intero processo civile o collegare in video-conferenza gli imputati detenuti dei processi penali che invece vengono trasportati dalle carceri di mezza Italia nei palazzi di giustizia dove si celebrano i processi a loro carico.

Un impiego di uomini e mezzi, quest’ultimo, che mobilita ben 11mila uomini della polizia penitenziaria, impegnata in traduzioni e “trasferte” di detenuti che costano fior di milioni di euro che potrebbero invece essere risparmiati ed impiegati per ben altri scopi. Problemi tutti italiani, poi, con la rinnovazione dell’intero dibattimento penale – in assenza del consenso delle difese all’utilizzabilità degli atti – nel caso in cui anche un solo giudice a latere venga a processo in corso trasferito in altra sede e sostituito con uno nuovo. Testi da risentire nuovamente e prescrizione più vicina, quando basterebbe, ha fatto notare Gratteri, la semplie videoripresa in aula delle deposizioni di tutti i testi, in modo tale che il giudice vada a guardarsele e sentirsele senza doverli riascoltare in dibattimento.

Mieli GratteriLe domande di Paolo Mieli e le risposte di Gratteri. Il giornalista Paolo Mieli, dal canto suo, ha sottolineato però di aver sentito, in parte, le stesse cose raccontate da Gratteri anche dall’allora procuratore di Palmi, Agostino Cordova, nei primi anni ’90. “Perchè la magistratura non è riuscita allora ad arginare un fenomeno, quello della massoneria deviata ad esempio – ha ricordato Mieli – che in Calabria è ben più radicato di altre regioni italiane ed ha inciso così profondamente negli ultimi 20 anni nel buon funzionamento della pubblica amministrazione in questa regione?”.

Gratteri nel rispondere alla domanda ha quindi ripercorso la stessa storia della struttura della ‘ndrangheta: dal summit di Montalto del 1969, interrotto dai carabinieri, con il boss Peppe Zappia sorpreso dinanzi a 150 persone, riunite in Aspromonte, pronto a spiegare l’importanza dell’unitarietà della ‘ndrangheta (“Non c’è più ‘ndrangheta di Peppe Nirta e Ntoni Macrì, bisogna essere tutti uniti, chi vuole stare sta e chi non vuole se ne va” – aveva detto il vecchio “padrino” di San Martino di Taurianova), sino alla creazione a metà degli anni ’70 in seno alla ‘ndrangheta del grado di “santista”, gradino “gerarchico” che permetteva ai mafiosi calabresi di poter entrare a far parte della massoneria, tanto che nei riti di affiliazione alla ‘ndrangheta dal grado di santista in su (quartino, trequartino e vangelo) si fa riferimento a personaggi storici della massoneria come Garibaldi, Mazzini e La Marmora.

“E’ vero – ha risposto Gratteri a Paolo Mieli – , l’allora procuratore Agostino Cordova aveva capito tutto, ma se lei mi chiede perchè la magistratura calabrese non è stata in grado di incidere in tale specifico segmento di contrasto alla ‘ndrangheta, bisognerebbe chiedersi allora quali strumenti normativi ha saputo fornire la politica alla magistratura in questi anni per combattere tale fenomeno”.

Franco RobertiGratteri, Roberti e le droghe. Fra i tanti argomenti toccati da Nicola Gratteri nel rispondere alle domande di Paolo Mieli e di Paola Bottero, anche il recente disegno di legge finalizzato a consentire una limitata liberalizzazione delle droghe leggere in Italia.

Tale progetto – come ricordato da Mieli – ha trovato il positivo riscontro da parte del procuratore nazionale antimafia (Dna), Franco Roberti, già procuratore di Salerno. “Non sono d’accordo su tale specifico argomento con Roberti – ha sostenuto Gratteri – per la semplicissima ragione che è scientificamente provato da seri studi medici che anche la marijuana fa male: diminuisce la corteccia cerebrale di 4 millimetri, provoca incapacità di ricordare le cose, stordisce e spesso è l’anticamera verso l’uso di droghe pesanti come la cocaina o l’eroina.

Sto constatando personalmente tutto ciò – ha sottolineato il procuratore – ascoltando tanti tossicodipendenti ospiti in strutture di recupero a Catanzaro. Non è neanche vero che la liberalizzazione della marijuana creerebbe un danno alla ‘ndrangheta, perchè per i costi di produzione della cannabis allo Stato, un grammo di marijuana verrebbe a costare – acquistato liberamente da un tabaccaio – non meno di 12 euro, mentre sul mercato nero la ‘ndrangheta lo piazza già oggi a 4 euro, non dovendo le mafie spendere soldi per l’acqua – abbondante più che mai nei boschi e nelle fiumare dell’Aspromonte – e risparmiando quindi sui costi di produzione.

E sappiamo inoltre benissimo che la marijuana la consuma principalmente chi ha meno soldi, il poveraccio e spesso i minorenni, che si continuerebbero ad acquistarla da chi gliela vende meno, cioè la ‘ndrangheta”.

Gratteri e la fila a Catanzaro. Il procuratore ha quindi spiegato l’importanza – fondamentale se si vuol davvero essere cittadini liberi – di selezionare amicizie, contatti e frequentazioni. “Per il tipo di lavoro che fai non devi mai poter essere condizionabile da nessuno – ha sottolineato Gratteri – o far credere che sia possibile essere avvicinati per chiedere qualcosa che va contro la legge e la stessa morale”.

Un “modus operandi” che ha permesso a Gratteri, negli anni, di acquisire una credibilità personale indiscussa da parte della gente comune e da parte di tanti cittadini calabresi onesti. Un modo di intendere il ruolo del magistrato – Gratteri si è definito un “infiltrato” nella magistratura, rivendicando con orgoglio la sua “diversità” – che dovrebbe valere anche per tante altre professioni, giornalisti in primis, spesso non liberi perchè oltre che ricattabili economicamente anche incapaci di selezionare amicizie e persone da frequentare.

Da quando si è insediato a Catanzaro, Nicola Gratteri ha infine svelato di aver già ascoltato personalmente circa 200 persone che sono entrate nel suo ufficio denunciando con nomi e cognomi. Ed altrettanti aspettano di essere ricevuti perchè chiedono di parlare solo con lui. “Vengono per denunciare magari una semplice truffa, ma sbaglia quel collega che non dovesse dar loro retta, perchè se queste persone non trovano un magistrato che li ascolta, poi si rivolgeranno di certo alla ‘ndrangheta che in 24 ore gli risolverà il problema presentandogli il “conto” e comprando di fatto per sempre la loro libertà”.Da qui l’importanza per Gratteri non solo delle Dda (competenti ad indagare sui reati di mafia) ma anche delle Procure ordinarie, così come un ruolo fondamentale nel contrasto alle mafie gioca senza dubbio l’istruzione che viene per il procuratore ancor prima della cultura. Parole ascoltate con attenzione dalla platea e anche da quella parte della società e della politica vibonese, ieri presente nel giardino di “Casa Berto”, che se bussasse alla porta di Gratteri avrebbe più di qualcosa di interessante da raccontargli. Gente che però, probabilmente, a quella porta non si presenterà mai. Molto più facile – magari anche in tempi brevi – che qualcuno degli investigatori coordinati da Nicola Gratteri vada a bussare a casa loro. Ma questa è un’altra storia...

Tratto da: zoom24.it

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