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Opinioni

Mafia, le sconosciute guerre di Davide contro Golia

campagna graziella bambinadi Federica Fabbretti
Il 12 dicembre prossimo ricorrerà il trentesimo anniversario della morte di Graziella Campagna, una ragazzina di diciassette anni condannata a morte dalla mafia per essersi trovata nel classico posto sbagliato al momento sbagliato.

E’ una storia che in pochi conoscono, nonostante lo splendido film di Graziano Diana La vita rubata, interpretato da Beppe Fiorello ed andato in onda sulla Rai nel 2008, e, passati trent’anni, l’avvocato della famiglia Campagna, Fabio Repici, ha voluto ricordare Graziella ripercorrendo gli sforzi – che lui definisce “inimmaginabili” – compiuti assieme al fratello di Graziella, Piero, appuntato dei Carabinieri, per ottenere verità e giustizia.

“Un cittadino ingenuo penserebbe che raggiungere verità e giustizia sulla crudele uccisione di una ragazzina – sequestrata, interrogata e poi trucidata con cinque colpi di fucile esplosi frontalmente a breve distanza solo perché per caso (…), aveva scoperto che quel negozio era frequentato da due pericolosi criminali palermitani latitanti, Gerlando Alberti junior e Giovanni Sutera – debba essere cosa facile. Tutt’al contrario: fu impresa peggio che titanica, che forse alla fine coronammo con successo, ma senza letizia, solo perché mossi dalla rabbia disperata di Piero e dall’incoscienza mia”.

La storia, che parte quando i due si conobbero tramite amici comuni, arriva, come potreste sorprendervi a leggere, fino ai giorni nostri, passando per i tre gradi di giudizio del processo contro gli assassini di Graziella e i loro favoreggiatori.

“La sentenza di secondo grado arrivò il 18 marzo 2008. I giudici si ritirarono in camera di consiglio nelle prime ore del pomeriggio e ci rimasero per tutta la serata. Quando mancava meno di un’ora alla mezzanotte filtrò la notizia che di lì a poco i giudici sarebbero tornati in aula per la lettura della sentenza. Imprevedibilmente, intanto, all’esterno dell’aula d’udienza si era raccolto qualche centinaio di persone (alcune a me note, tante sconosciute): numerosi cittadini volevano dar segno, con la loro presenza, dell’attenzione che l’opinione pubblica riponeva sul processo. Al momento della sentenza, quindi, l’aula era gremita come non mai, presenti anche nugoli di fotoreporter e videooperatori che puntavano gli obiettivi (e luci e flashes) verso chiunque avesse avuto un ruolo nel processo. In aula si trovavano anche, presenti fin dalla mattina, tutti i fratelli e le sorelle di Graziella, insieme a numerosi altri parenti. Quando il presidente Leanza ebbe letto il primo capo della sentenza intuii che era andata bene. La corte d’assise d’appello di Messina confermò la condanna all’ergastolo per Alberti e Sutera. (…)
Finita la lettura della sentenza e uscita la corte dall’aula, mi voltai verso Piero Campagna. Piangeva come un bambino. Mi avvicinai a lui e sciolse tutta l’ansia che aveva accumulato abbracciandomi forte. L’immagine di quell’abbraccio il giorno dopo, attraverso televisioni e quotidiani, fu vista in tutta Italia. In effetti, dava davvero il senso della storia del processo.”

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Secondo l’avvocato Repici, “questa parte della storia, sull’omicidio di Graziella Campagna, non è mai stata conosciuta appieno. A trent’anni dalla morte di Graziella, forse è il caso di lasciarne traccia”.

Quello che posso fare, nel mio piccolo, per contribuire a lasciarne traccia, è offrirvi questa dolorosa ma allo stesso tempo bellissima storia, conclusasi positivamente solo grazie alla testardaggine e al senso di giustizia di una manciata di persone, lasciate sole dallo Stato a combattere una guerra più grande di loro ma, come dimostra questa vicenda, non impossibile da vincere.

Tratto da: ilfattoquotidiano.it

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