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Sicilia, l'Ordine caccia la penna antimafia

orioles c joan queraltdi Claudio Fava, Michele Gambino e Antonio Roccuzzo
Riccardo Orioles, tra i fondatori e gli animatori deI Siciliani di Giuseppe Fava, sarà radiato dall’ordine siciliano dei giornalisti (pena sospesa per sei mesi, bontà loro) per morosità, per un debito di ben 1.384 euro. Che Riccardo non ha versato non per tirchieria ma perché vive, da solo, con una pensione sociale di 432 euro. Eppure ciò che offende l’Ordine e va implacabilmente sanzionato sono solo quelle rate non pagate. Poco importa che Riccardo Orioles, dopo quasi 40 anni di straordinario mestiere, di storie vissute e raccontate, di racconti sgarbati sui poteri e sui potenti, di ragazzi di tutta Italia educati alla buona scrittura, viva oggi con quella pensione sociale. Il suo Ordine, invece di ringraziarlo, lo caccia via come un ladro.
Certo, in teoria è legittimo che l’Ordine recuperi le quote non pagate: ma ancor prima dovrebbe impegnarsi a recuperare il senso e l’etica smarriti di questo mestiere. Pensate: Orioles verrà cacciato dallo stesso Ordine che ha riaccolto, come figliol prodigo, il faccendiere Renato Farina, alias “agente Betulla”, radiato per essersi messo al soldo dei servizi deviati (il Sismi di Pollari, Pompa & C.), al fine di procurar loro veline, finte interviste e dossier avvelenati ai danni di chi si opponeva a Berlusconi. Il “giornalista” Farina (certamente mai moroso), dopo poco più di un anno, ha presentato regolare domandina ed è stato riammesso.
Ora, la notizia dell’espulsione di Orioles, uno dei pochi giornalisti italiani che la schiena in questi anni non l’hanno piegata, è così grottesca e miserabile che meriterebbe solo una pernacchia, convinti come siamo – noi con lui, e certamente non siamo i soli – che per fare questo mestiere con la dovuta onestà intellettuale, non occorrono tesserini né quote (come insegnano le storie di Rostagno e Impastato e Siani, giornalisti senza tessera rossa dell’ordine in tasca. Ma con le palle quadrate).

Ma dentro c’è un grado di paradossale ignominia che merita di essere raccontato. L’Ordine che si perita espellere (per 1.384 euro!) è lo stesso che per trent’anni ha sempre, giudiziosamente chiuso gli occhi di fronte ai misfatti che si consumavano in Sicilia sulla povera pelle dell’informazione. Non una parola, un dubbio, una domanda nei confronti di un loro iscritto, il giornalista (certamente mai moroso) Mario Ciancio, direttore ed editore di uno dei più diffusi e opachi quotidiani dell’isola e d’Italia, La Sicilia di Catania. Non un trasalimento quando tracimavano notizie (vere) sulle condotte oblique di quel loro iscritto, sulle refurtive recuperate (documentate) grazie ai buoni uffici del capomafia Nitto Santapaola, sulle sue frequentazioni (mai negate) con il boss Pippo Ercolano, sui necrologi per vittime della mafia censurati, sui giornalisti licenziati per omessa menzogna e sugli altri tenuti per ordine di un giudice ma costretti lontano dalla redazione per vent’anni. Non stiamo parlando dell’incriminazione di qualche mese fa per concorso esterno in associazione mafiosa (quando perfino l’Ordine, di fronte all’evidenza di un procedimento penale, s’è trovato costretto a costituirsi parte civile). Parliamo dei 30 anni di impunità che quell’incriminazione l’hanno preceduta e che l’Ordine ha lasciato scorrere davanti a sé come se fosse un film.
E adesso quello stesso Consiglio di disciplina ritrova d’un sol tratto il proprio orgoglio burocratico, e l’inflessibile vocazione ad esigere e a punire. Minacciando il massimo della pena: la radiazione. Per 1.384euro. Dunque basta pagare le quote associative e poi mentire o eludere il dovere di informare per restare dentro la corporazione? Dentro Ciancio, fuori Orioles?
Noi, che di Riccardo siamo stati colleghi e amici, che con lui fabbricammo giorno per giorno la storia de I Siciliani, ne condividiamo la colpa e la pena: forse qualcuno pagherà quelle povere quote, ma se Riccardo verrà radiato, da quest’Ordine ce ne andremo anche noi. E non saremo i soli.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano del 4 ottobre

Foto © Joan Queralt

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