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Opinioni

Caro Ingroia, la mafia c’è ma Roma non va sciolta

ingroia antonio web16Il confronto Alfonso Sabella, ex pm oggi assessore di Marino, replica all’ex collega. “Inadeguata è la legge”. E lui: “Temi berlusconiani”
di Alfonso Sabella
Caro Antonio, la stima professionale e l’affetto personale che, come sai, nutro nei Tuoi confronti mi impone in qualche modo di rispondere alle Tue obiezioni (“Caro Sabella,non caderci anche tu”, Il Fatto Quotidiano del 30 agosto) anche perché ritengo la normativa sullo scioglimento per mafia degli enti locali uno strumento irrinunciabile per il recupero della legalità nel nostro Paese.
Le recenti vicende di Mafia Capitale hanno, come anche Tu tra le righe del Tuo scritto ammetti, dato una chiara misura dell’inidoneità delle norme attualmente previste dagli articoli 143 e seguenti del Testo unico degli enti locali (Tuel) a disciplinare il procedimento per l’eventuale scioglimento per mafia delle grandi città. La legge era ovviamente pensata per i piccoli centri e, fino a questo momento, il più grosso Comune cui è stata applicata è Reggio Calabria che conta appena 180 mila abitanti. Già la recente decisione di sciogliere il Municipio di Ostia (che ne ha quasi 300 mila), in assenza di quella leale collaborazione istituzionale che, nel caso di specie, certamente non mancherà, potrebbe causare non pochi problemi pratici a cominciare dai rapporti tra commissione straordinaria e Comune di Roma visto che i Municipi (rectius le Circoscrizioni di decentramento) esercitano solo le funzioni amministrative loro delegate dal Comune che potrebbe legittimamente rivendicarne la titolarità esclusiva.

A tacer d’altro, non Ti sfuggiranno le problematiche che potrebbe avere una commissione composta da appena tre persone che, per quanto capaci, a Roma avrebbero dovuto supplire al lavoro di ben 538 soggetti e dei loro staff (se non ho sbagliato i calcoli, sommando sindaco, consiglieri, presidenti di Municipio e giunte) e, allo stesso modo, non Ti possono sfuggire le conseguenze negative per la vita amministrativa dell’ente derivanti dalla rimozione sic et simpliciter di decine di dirigenti e funzionari senza la previsione di una loro sostituzione e del conseguente impegno dispesa. A ciò deve aggiungersi il fatto che la legge sullo scioglimento dei Comuni per mafia risale al 1991 ovvero quando il sindaco veniva eletto dal consiglio comunale per cui, nel bilanciamento degli opposti principi costituzionali in gioco, si poteva certamente mandare a casa un primo cittadino nominato da un’assemblea consiliare condizionata dalla mafia, anche e solo in taluno dei suoi componenti.

Ometto di trarre i devastanti corollari dalla tua idea di punire la “responsabilità politica” con una sanzione applicata dalla… politica, anche perché, come tu ben sai, il decreto di scioglimento di un comune per mafia costituisce una “misura di carattere straordinario”, utilizzata “per fronteggiare un’emergenza straordinaria”, ragione che giustifica il sacrificio del principio di democrazia rappresentativa rispetto a superiori ragioni di ordine pubblico.

La Corte costituzionale con la  sentenza 103 del 1993, emessa prima dell’entrata in vigore dell’elezione diretta dei sindaci, aveva infatti “salvato” la legge sullo scioglimento per mafia del 1991 proprio sul presupposto della sua eccezionalità e aveva ritenuto che non fossero violati gli altri numerosi principi costituzionali in gioco in quanto lo scioglimento “ha natura sanzionatoria nei confronti dell’organo elettivo, considerato nel suo complesso, in ragione della sua inidoneità ad amministrare l’ente locale”.

Oggi, almeno a mio giudizio, poiché il primo cittadino viene eletto direttamente e in modo sostanzialmente indipendente dal consiglio comunale e, addirittura, può legittimamente governare anche senza avere la maggioranza. lo stesso concetto di responsabilità collegiale dell’organo elettivo “considerato nel suo complesso” non mi sembra invocabile, tanto più nel caso in cui, come è avvenuto a Roma, a fronte di un “individuo” sindaco incorruttibile e non condizionabile, proprio alcuni componenti del consiglio avrebbero tentato, peraltro invano, di limitarne l’azione o di indirizzarla secondo i desiderata della criminalità mafiosa.

Conseguentemente i profili di possibile incostituzionalità delle norme attuali li ravviso anche nella mancata previsione dello scioglimento del solo consiglio, con il suo conseguente commissariamento, lassciando in carica il sindaco onesto, non condizionato e – legittimamente e, soprattutto, autonomamente – eletto dai cittadini.

Proprio per questa ragione mi permetto anche di ritenere errato il pur suggestivo parallelismo che tu proponi tra una persona come Ignazio Marino, la cui onestà è stata addirittura certificata da oltre due anni di indagini della magistratura, e chi, invece, ha riportato una condanna definitiva e risulta più volte indagato, imputato, prescritto e con procedimenti penali ancora in corso.


Di Antonio Ingroia
Caro Alfonso, la stima reciproca non mi impediscedi pensarla diversamente da te. Se una norma esiste può e deve essere applicabile nel più piccolo come nel più grande Comune. Anzi, dovrebbe essere applicabile anche a Province e a Regioni, e perfino agli Stati-mafia. Semmai, bisogna pensare di adeguare gli strumenti per sopportare un peso così grande per l’amministrazione straordinaria, non ridurre l’ambito di applicabilità dello strumento. Siccome la mafia manovra e gestisce il consenso, occorrono contrappesi: in caso di contrasto fra legalità e consenso deve prevalere la legalità. Mi preme, comunque, chiarire una cosa: nel mio articolo non ho mai paragonato il sindaco Marino, che so essere persona onesta, a politici condannati. Io facevo un ragionamento diverso, di tipo politico-culturale, perché coglievo nel tuo ragionamento argomenti berlusconiani di pretesa di impunità per i “politici eletti”, e questo mi allarma ancora di più. Con immutata ma preoccupata stima.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano del 3 settembre 2015

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