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Opinioni

Le parole nel vuoto di papa Bergoglio

papa-francesco3di Massimo Fini - 14 febbraio 2015
Papa Bergoglio è l'ultimo comunista rimasto al mondo, almeno in quello occidentale. Nel suo videomessaggio del 7 febbraio inviato ai partecipanti (grandi imprenditori, manager, politici) a “Le idee di Expo 2015” dedicato al cibo, Bergoglio ha affermato: “No a un’economia dell'esclusione e dell'iniquità. Questa economia uccide. Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in Borsa. Questo è il frutto della legge di competitività per cui il più forte ha la meglio sul più debole”.

E ancora: “Ci sono alcune scelte prioritarie da compiere: rinunciare all'autonomia assoluta dei mercati e della speculazione finanziaria e agire innanzitutto sulle cause strutturali dell'iniquità”. Il Sommo Pontefice non lo può fare apertamente ma questo, fra le righe, è un attacco frontale al mercato, al denaro, all’”economia di carta” per usare un titolo di un famoso saggio di D.T. Bazelon del 1964, che sono proprio le “cause strutturali dell'iniquità” che Bergoglio denuncia. È questo tipo di economia che riduce alla fame, su cui si spargono tante lacrime di coccodrillo, i Paesi poveri (e gli stessi poveri dei Paesi ricchi). L'esempio emblematico è quello dell'Africa Nera. Ai primi del 900, con le sue economie di sussistenza (autoproduzione e autoconsumo) l'Africa era alimentarmente autosufficiente. Lo era ancora, in buona sostanza (al 98%), nel 1961. Ma da quando ha cominciato a essere aggredita dall'integrazione economica – prima era considerata un mercato del tutto marginale e poco interessante – le cose sono precipitate. L'autosufficienza è scesa all'89% nel 1971, al 78% nel 1978. Per sapere quello che è successo dopo non sono necessarie le statistiche: basta guardare le drammatiche immagini che ci vengono dal Continente Nero e i suoi disperati flussi migratori. Eppure in questo stesso periodo la produzione mondiale dei cereali di base, riso, grano e mais, è aumentata rispettivamente del 30, 40 e 50% e una crescita, sia pur modesta, della produzione di questi alimenti c'è stata anche in Africa. Ma gli africani, come tanta altra gente dei Paesi cosiddetti “in via disviluppo”, muoiono lo stesso di fame. Perché in un’economia mondiale integrata, di mercato e monetaria, il cibo non va dove ce n'è bisogno, ma dove c'è il denaro per acquistarlo. Va ai maiali dei ricchi americani e in generale al bestiame dei Paesi industrializzati, se è vero che il 66% della produzione mondiale dei cereali è destinato all’alimentazione degli animali dei Paesi ricchi (dati Fao). Il paradosso dei paradossi è che i poveri del Terzo Mondo sono costretti a vendere alle bestie occidentali il cibo che potrebbe sfamarli. È la legge del mercato e del denaro. Non si tratta quindi di portare ai Paesi poveri i nostri pelosi “aiuti”, che anzi, integrandoli ancor più nel mercato globale, finiscono per strangolarli del tutto. Non si tratta di “salvare” nessuno. L'Africa, come s'è visto, stava molto meglio quando si salvava da sola. Si tratta di cambiare radicalmente l'orientamento del nostro pensiero – sulla linea di Bergoglio – rimettendo al centro del sistema l’uomo e relegando l'economia al ruolo secondario che ha sempre avuto prima che apparisse come forte classe sociale il mercante, precursore della più odiosa di tutte le figure, l'imprenditore (che si spellava le mani al messaggio di Bergoglio) da cui quasi tutti noi oggi dipendiamo come “schiavi salariati”. Una mission impossible di fronte alla quale anche quelle di un Papa sono parole al vento.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano del 14 febbraio 2015

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