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Opinioni

Il Csm, Palermo e le regole violate

caselli-gian-carlo-web16di Gian Carlo Caselli - 20 dicembre 2014
L’illegalità dilaga. Il contrasto arranca. Come un contagio, si diffonde la devastante idea che sia possibile violare le regole senza rischiare più di tanto. Cresce fra i cittadini la sensazione di insicurezza e giustizia negata.
Assuefazione e rassegnazione la fanno da padroni in una palude di indifferenza che diffonde i suoi miasmi ovunque. Si sprecano prediche ed esortazioni perché la tendenza si inverta e cambino le cose. Poi, in concreto, poco o nulla si muove e coloro che operano in controtendenza - a tutti i livelli - si ritrovano in desolata solitudine e spesso sono persino osteggiati.
Dall’alto dovrebbero arrivare segnali virtuosi. Invece sembra esserci una gara al cattivo esempio.
Sul podio più alto è salito, in questi giorni, il Consiglio superiore della magistratura, con la nomina del nuovo procuratore di Palermo.
C’è una regola semplice semplice, garanzia di trasparenza, correttezza e razionalità. Stabilisce per la nomina dei dirigenti le “valutazioni attitudinali” hanno un peso decisivo e debbono essere misurate soprattutto in base alle “pregresse esperienze di direzione e organizzazione” di uffici giudiziari.
Il Csm di questa regola non ha tenuto conto. Come non esistesse.

Ma non è tutto. Da molti commenti emerge chiara e forte l’idea che nella valutazione dei candidati abbia giocato un ruolo negativo il fatto di aver sempre fatto il proprio dovere in maniera coraggiosa e irreprensibile. Sembra che aver lavorato in una procura che ha “osato” processare per collusioni con la mafia (con esiti positivi confermati in Cassazione) il senatore Giulio Andreotti e il senatore Marcello Dell’Utri, sia non un titolo di merito ma una colpa da scontare. A me è toccato, a suo tempo, di dover subire la vergogna di una legge contra personam, dichiarata poi incostituzionale. Speravo che quella stagione fosse definitivamente tramontata, invece eccola riemergere con una decisione del Csm che è davvero difficile capire.
La percezione dei magistrati sarà inevitabilmente di un messaggio tipo: abbiate un occhio di riguardo anche per certi interessi, altrimenti prima o poi potrebbe capitare che dobbiate rendere conto della violazione di certi “santuari”. Altro che organo di tutela dell’indipendenza della magistratura! In questo modo il Csm contraddice la sua stessa ragion d’essere. La spinta è verso una pericolosa “burocratizzazione” dei giudici. Anticamera di soggezione non soltanto alla legge, ma anche ai vari “Palazzi” e “Potentati” che imperversano nel nostro Paese.
Stupisce, infine, che tutti i componenti laici del Csm (di centro, destra e sinistra: senza distinzioni riferibili al gruppo che li ha espressi e senza incertezze o discussioni di sorta) si siano schierati in blocco per la linea che qui si critica.
Per nulla toccati dalle motivate argomentazioni in contrario espresse dalla stra-grandissima maggioranza dei componenti togati (magistrati eletti da magistrati).
Stupisce perché una frattura così grave, su una materia così delicata, ha ben pochi precedenti.
Stupisce perché l’omogeneizzazione dei componenti laici del Csm, nonostante le radicali differenze (specie in tema di “politica” criminale e giudiziaria antimafia) che caratterizzano i diversi gruppi politici che li hanno designati, non può non suscitare una raffica di interrogativi.
Se l’unica risposta fosse l’antico “laissez faire, laissez passer”, sarebbe ancora una volta un triste trionfo dell’immortale Gattopardo.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano del 20 dicembre 2014

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