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Opinioni

L'altra resistenza contro mafie e corruzione

papa-don-ciottidi Luigi Ciotti* - 4 novembre 2014
Papa Francesco ha detto che la mafia è «adorazione del male e da sacerdote mi auguro che il suo esempio sgombri finalmente il campo dalle prudenze, silenzi e ambiguità che in passato hanno caratterizzato l’atteggiamento di una parte di Chiesa nei riguardi delle mafie.
Il legame fra fra lotta alla mafia e impegno per la giustizia sociale è più che mai evidente. Oggi le mafie sono imprese del crimine comodamente insediate in un sistema politico-economico che ha prodotto disuguaglianza, povertà e guerre a livello globale, un sistema di cui le organizzazioni criminali riproducono i ” valori ” (soldi, proprietà, potere) e di cui condividono, estremizzandole, le dinamiche di sfruttamento e di rapina. E a chi ancora nega o minimizza la diffusione delle mafie al Nord (fenomeno che risale addirittura agli anni Sessanta) andrebbe ricordata non solo la nota osservazione di Sciascia sullo «spostamento della linea della palma», ma le parole di don Luigi Sturzo, riprese anche in queste pagine, quando nel lontano 1900 disse: «La mafia ha i piedi in Sicilia, ma la testa forse a Roma» e poi, con impressionante profezia, che «diventerà più crudele e disumana; dalla Sicilia risalirà l’intera Penisola per portarsi anche al di là delle Alpi».

Ogni discorso sulle mafie che si concentra sull’aspetto criminale senza cogliere il nesso fra mafie e deficit di lavoro, di cultura, di diritti, rischia così di essere non solo monco ma fuorviante, incapace di fare luce sulla natura profonda del fenomeno mafioso e sulle necessario misure per estirparlo. (…) Papa Francesco si è pronunciato sulle mafie e sulla corruzione con la schiettezza e la profondità con cui affronta i grandi problemi del nostro tempo. Personalmente gli sono molto grato per come ha accolto, lo scorso marzo a Roma, centinaia di famigliari delle vittime che legano il loro impegno a Libera. Mai la Chiesa, che pure nel recente passato, con Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, aveva parlato con chiarezza, aveva espresso un’attenzione tanto diretta e toccante. 11 Papa ha ascoltato, ha meditato, ha pregato. E solo dopo ha parlato. Prima ai famigliari, con dolcezza, e poi ai mafiosi, a cui ha chiesto «in ginocchio» di convertirsi. Per poi ricordare, nel giugno scorso a Cassano allo Jonio dove era stato ucciso pochi mesi prima Lazzaro Longobardi, un prete amato per il suo impegno per i poveri – che la mafia è «adorazione del male» e chi ne percorre la strada è scomunicato, fuori dalla comunione con Dio. Da sacerdote mi auguro che il suo esempio sgombri finalmente il campo dalle prudenze, silenzi e ambiguità che in passato hanno caratterizzato l`atteggiamento di una parte di Chiesa nei riguardi delle mafie. E fra gli esempi di coraggio e di coerenza evangelica si posono riecordare i don Puglisi e i don Diana, ma anche i preti uccisi all’inizio del ’900 per il loro impegno sociale in terre di mafia – don Giorgio Gennaro, don Costantino Stella, don Stefano Caronia. Fa impressione leggere che nel lontano 1877 in La Sicilia cattolica – organo ufficiale della Curia vescovile di Palermo si denunciava la collusione fra la «buona società» e il crimine organizzato: «Che vale essere avvocato, sindaco, proprietario e perfino deputato se delle loro proprietà e titoli se ne servono a proteggere il malandrinaggio? (…) per giungere ad alcunché di positivo bisogna non transigere con la mafia!».

E ancora: «I criminali tutti avevano le loro protezioni, le loro spiccate influenze, i loro inviolabili amici. E, questi, dei banditi si avvalevano, e molto: a comporre pacificamente questioni insorte, ad ottenere ciò che nelle vie legali non avrebbero potuto e perfino per essere eletti deputati»

* Articolo pubblicato su “L’Avvenire” – 4/11/20124

Tratto da: liberainformazione.org

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