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Opinioni

In vacanza a Pozzallo, Sicilia, trasformata in un grande obitorio a cielo aperto

immigrati-bambini-stivadi Rossella Guadagnini - 1° luglio 2014
Sono 30 i morti, stavolta, soffocati nella stiva. Quanti saranno la prossima? I giornalisti contano e annoiano con queste notizie drammatiche, che non vogliamo sapere. Perché contano, perché si indignano? Noi vogliamo solo passare le nostre ferie in pace. Ce le siamo meritate, eccome. Noi vogliamo solo farci il bagno e prendere il sole su quell’arenile che si estende per chilometri davanti alle palme, come una spiaggia californiana piena di promesse. Un enorme golfo chiuso in fondo dai docks del porto e dalla mole di Torre Cabrera, costruita nel 1400 dagli aragonesi per difendersi dai pirati. Sono in Sicilia per qualche giorno di vacanza e mi portano a Pozzallo. Il nome mi suona familiare. “E’ una delle spiagge più belle che abbiamo da queste parti, oltre a Sampieri” dicono. E’ vero, sia il Lungomare Pietre Nere che Raganzino sono posti incantevoli: mare turchese e sabbia dorata. Il cielo oggi è azzurro, senza neppure l’ombra di una nuvoletta.

Il litorale che va da Capo Passero e Isola delle Correnti fino a Gela e, più avanti, Porto Empedocle è quello ragusano raccontato da Andrea Camilleri, che ci hanno mostrato nella serie televisiva del Commissario Montalbano. Nell’entroterra a pochi chilometri ci sono Scicli, Ragusa Ibla, Ispica, Modica. Mi giro, dando le spalle al mare, e indico a mio figlio l’interno: le città sono là dentro, invisibili, sull’altopiano degli Iblei, circondate da ulivi, viti, carrubi e muretti a secco. Nella fantasia del grande maestro siciliano sono diventate Vigàta e Montelusa, i luoghi fantastici in cui si muove il poliziotto più amato d’Italia. Nella finzione delle riprese televisive, che qui hanno creato una specie di economia sommersa attorno alle figure amatissime e onnipresenti dello scrittore e dell’attore che impersona il suo protagonista, Luca Zingaretti, sono queste terre, queste spiagge, le più  meridionali dell’isola. Le ultime, affacciate direttamente sull’Africa, da cui sono separate a causa di uno stretto braccio di mare, tanto stretto in alcuni punti da chiamarsi Canale. Nella realtà, invece, sono diventate più volte un grande obitorio a cielo aperto.

Stendo i teli da mare sulla stessa sabbia sulla quale avevano adagiato i corpi degli annegati tempo fa. Lo ricordo con una lieve vertigine mentre metto il cappello di paglia in testa per non prendermi un’insolazione. “Matteo Renzi ha appena comunicato che il semestre europeo guidato dall’Italia si apre a Pozzallo, in Sicilia, davanti ai feretri delle ultime 30 vittime di una fuga disperata chiamata migrazione”, auspica con malinconica ironia Furio Colombo, in un articolo sul Fatto Quotidiano intitolato ”Gli indifferenti”. E’ caldo, mi faccio il bagno. Mentre nuoto guardo giù attraverso l’acqua: nulla, solo le ondine di sabbia che increspano il fondo e qualche pesciolino. Il fondale marino è pulito, digrada dolcemente in avanti, non se ne intuisce nemmeno la profondità. Dov’è il pericolo? Mi tornano in mente le foto tutte blu sul cimitero marino con quei morti rigonfi e sformati come fossero fatti di gomma marcita. Le pose erano quelle dei cadaveri di Pompei dopo l’eruzione del Vesuvio: quelli troppo secchi, questi troppo umidi.

Si calcola che in fondo al mare ci siano almeno 20mila migranti mai giunti su questa spiaggia, su quest’isola, su questa terra, l’Italia. Nuoto ancora un po’: l’acqua non conserva traccia, non ha memoria di nulla. Alcuni anni fa, nel 2006, mi trovavo da amici a Tangeri, in Marocco. C’è un luogo chiamato “Le tombe puniche”, che sorge su una necropoli punico-romana, a pochi metri dalle mura della Kasbah; sono rocce e scogli a picco sull’acqua nello scenario di un altro Stretto, quello di Gibilterra. A sera lì vanno a sedersi i tangerini. Prendono il fresco e guardano il mare. Non le ho mai dimenticate le loro espressioni: tengono il viso sempre rivolto in avanti, come una prua, anche mentre parlano, e gli occhi conficcati verso la Spagna, verso la speranza. Ci guardiamo così da un lato all’altro del Mediterraneo, pieni di desiderio, pieni di sospetto. Un incrociarsi di sguardi diffidenti, spaventati, bramosi, carichi di progetti e di futuro, carichi di odio e di rifiuto. Dove è la differenza? E’ la sponda la differenza: dipende tutto da che parte nasci, da che parte cresci, da che parte muori. E’ questo il mare che vogliamo?

Tratto da: blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it

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