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Opinioni

La mafia al nord che nessuno voleva vedere

saviano-roberto-web2di Roberto Saviano - 8 giugno 2014
La ‘Ndrangheta comanda al nord. È una sentenza storica questa della Cassazione che conferma le condanne e tutto l’impianto accusatorio del processo Infinito. Quando ne parlai, in prima serata tv, nel novembre del 2010, su Raitre, le mie accuse generarono una reazione incredibile. Raccontare come la ‘ndrangheta comandasse nel nord Italia sembrò un’accusa insopportabile: ancor più, svelare che la criminalità interloquiva con tutti i poteri politici. Una bestemmia, per di più pronunciata all’ora di cena in tv, nella casa di ogni italiano.
Quando, poi, l’inchiesta smentì la diversità della Lega, che anzi era spesso complice o nel silenzio o nella connivenza — come si vedrà con il caso Belsito anni dopo — la scoperta scatenò tutti i pretoriani del governo Berlusconi — e un impegno diretto dell’allora ministro dell’Interno.

Roberto Maroni si precipitò a smentire in ogni angolo delle tv, cercando di far passare la presenza criminale al nord come una cosa minore, anzi scontata: lo sapevano tutti, e poi la Lega non c’entrava. I professionisti del fango iniziarono a raccogliere firme contro di me che osavo dare “del mafioso al nord”. Finì così anche la mia esperienza in Rai: dopo aver raccontato come imprenditoria criminale e politica si saldano in una esponenziale crescita economica corrotta. Ma torniamo alla sentenza. Era il luglio del 2010 quando partì il blitz dell’inchiesta Infinito-Crimine: 154 arresti in Lombardia, altri 156 in Calabria. L’inchiesta della Dda di Milano svelava gli interessi mafiosi nelle Asl, l’infiltrazione nelle istituzioni pubbliche, le prime mire sull’Expo, i subappalti, le estorsioni, le aziende che vengono divorate perché — senza liquidità — si affidano a linee di credito delle ‘ndrine. E ancora: la scoperta di una “confederazione” di diversi locali di ‘ndrangheta nella struttura definita “Lombardia”. Il tentativo del boss Carmelo Novella di rendersi sempre più autonomo rispetto alle ‘ndrine calabresi, che dimostra il grado di maturità raggiunto dalla ‘ndrangheta al nord, e la sua conseguente eliminazione. Ecco: tutto questo oggi non sono più accuse, ipotesi o condanne di primo o secondo grado. Oggi siamo di fronte a una sentenza di Cassazione e questa sentenza è chiara: l’inchiesta Infinito è confermata, al nord la ‘ndrangheta comanda con una sua struttura unitaria. Ecco perché questa sentenza sta alla lotta della mafia come la scoperta dell’atomo alla ricerca fisica.
I pm Ilda Boccassini, Paolo Storari e Alessandra Dolci della Dda, insieme con i Carabinieri, la Dia, i Ros di Milano e la Polizia — questa è un’indagine in cui credette molto il compianto Antonio Manganelli — hanno compiuto un’operazione complicatissima. E il ruolo di Giuseppe Pignatone e Michele Prestipino — all’epoca dei fatti procuratore a Reggio Calabria e ora a Roma — è stato fondamentale per permettere l’elaborazione di questa inchiesta doppia: fatta da sud e da
nord. Perché questa sentenza non mostra semplicemente che c’è una presenza mafiosa al Nord: questo lo sapevamo dagli anni Settanta e a dimostrarlo c’erano già state diverse sentenze. No, questa sentenza dimostra invece che la presenza della ‘ndrangheta non è più frutto di “invasioni”, di cellule che vagano e arrivano ovunque anche al nord.
Dimostra che la Lombardia, e più in generale il nord Italia, sono ormai diventati territorio di mafia. Questa sentenza fa cadere anche l’ultimo finto sillogismo: “Se è vero che tutti i meridionali non sono mafiosi, è vero però che tutti i mafiosi sono meridionali”. Non è così: non è più così. I rapporti strutturali con il territorio e i meccanismi scoperti smontano l’idea che si sia trattato di invasione.
Ma suggeriscono, al contrario, la formazione a livello locale di meccanismi e di cultura mafiosa. Di più. L’inchiesta dimostra che l’imprenditoria e una parte delle istituzioni lombarde si connettevano alle organizzazioni criminali per rafforzarsi, per consolidare potere economico. I livelli di responsabilità sono diversi, ovviamente: ma non v’è stata, da parte della politica, una vera scelta di contrasto al segmento economico mafioso.
Per ultimo, andrebbe ricordato come ha lavorato l’Antimafia di Milano. Su Ilda Boccassini è stata riversata da anni una caterva senza precedenti di insulti e accuse, esterne e interne. Il pm non ha mai risposto agli attacchi: lo fa oggi, con questa sentenza storica che cambia il paese. Intercettazioni, riscontri, pedinamenti. L’inseguimento dei flussi di denaro, il ruolo delle banche, gli investimenti sospetti. E poi i traffici, gli omicidi. Anni, silenziosi, di inchiesta: senza colpi di scena, fughe di notizie, arresti chiassosamente eccellenti. È così che sono arrivati i risultati. E ora che cosa diranno coloro che hanno governato e governano la Lombardia? Quali firme raccoglieranno, quali bugie racconteranno i professionisti del fango?
Da oggi è ufficiale: le mafie non riguardano più solo il Sud.

Tratto da: La Repubblica dell'8 giugno 2014

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