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'U Prufessuri

fiandaca-eu-renzidi Marco Travaglio - 20 maggio 2014
Siccome, come ci informa La Stampa in prima pagina, Matteo Renzi sta per regalare a tutte le puerpere “parti senza dolore” (l’unico miracolo che non era venuto in mente neppure a B.), non avrà difficoltà a compiere un’impresa molto più modesta: svelare finalmente agli italiani che cosa pensa della trattativa Stato-mafia. Chi, infatti, dice di fare della legalità la bandiera della sua rivoluzione, non può non rispondere a un quesito semplice semplice: ritiene anche lui una buona idea combattere la mafia trattando con la mafia? Se sì, si comprende perché il Pd candidi in pole position nelle isole il prof. Giovanni Fiandaca, docente di chiara fame e fiero giustificazionista della trattativa. Se no, Renzi sarebbe ancora in tempo a dissociarsi dal candidato Fiandaca, magari a scusarsi di averlo candidato, forse persino a invitare gli elettori a votare qualcun altro.

Chi sia Fiandaca i nostri lettori lo sanno, ma molti elettori del Pd forse no: è il giurista che si diverte a pubblicare sul Foglio articolesse di 6 pagine dal titolo “Il processo alla trattativa è una boiata pazzesca”; e che se n’è appena uscito con un libro, La mafia non ha vinto (e, non avendo neppure perso, se ne deduce che ha pareggiato). Lì sostiene che fu cosa buona e giusta, nel 1992, che lo Stato mandasse i vertici del Ros a trattare con i mafiosi da Riina in giù che avevano appena assassinato Falcone, usando come tramite il mafioso Ciancimino: lo fecero – è la tesi di Fiandaca – “in stato di necessità” e “a fin di bene”. Il “bene” lo conosciamo: salvare alcuni politici collusi dalla vendetta di Cosa Nostra che li considerava traditori e sacrificare Borsellino (che si opponeva alla trattativa), la sua scorta, più altri 12 cittadini morti ammazzati (tra cui una bambina di 50 giorni) e decine di feriti nelle stragi del ’93 a Firenze, Milano e Roma. Effetti collaterali, dettagli. L’importante è assolvere preventivamente i servitori del doppio Stato imputati al processo di Palermo: Mannino, Mancino (col suo protettore sul Colle), Dell’Utri, Subranni, Mori e De Donno. Poveri martiri. Un tempo queste boiate pazzesche le dicevano i B., i Dell’Utri, i Ferrara. Ora le dice il fiore all’occhiello del Pd in Sicilia. E subito Piero Grasso, che le indagini sulla trattativa si guardò bene dal farle (infatti iniziarono quando se ne andò da Palermo), scioglie peana in suo onore: “Servono persone che abbiano competenze specifiche. L’identikit di Fiandaca è perfetto” (anche per le consulenze: leggere a pag. 8 per credere). L’altro giorno, contestato a Messina da alcuni attivisti 5Stelle che poveretti avevano letto il suo libro e dunque l’accusavano di screditare i pm di Palermo, ‘U Prufessuri li ha apostrofati con un “andate a studiare” (invito che dovrebbe rivolgere a se stesso, visti gli svarioni che lardellano il suo libercolo). Poi, sempre molto lucido, ha tenuto a precisare che “a Santa Caterina Villarmosa, dove sono le mie radici, dicono che i Fiandaca hanno cinque tumuli di cervello”. Però nelle famiglie c’è sempre la pecora nera: di solito è quella che si dà alla politica. Infatti, anziché confutare nel merito le obiezioni alle sue tesi scombiccherate (l’avevamo sfidato a un confronto pubblico, ma se l’è data a gambe), replica con le minacce. L’ex pm Ingroia, che l’inchiesta la conosce bene perché l’ha seguita dal principio alla fine, l’accusa di fare “raffinata disinformazione”, e lui risponde: “Se lo ripete, lo prendo a calci nel sedere, con affetto parlando”. E i pm che ancora indagano? “Sono gli ultimi giapponesi”, rappresentanti dell’“antimafia delle star”, usata “per fare politica e affari”, mentre lui è “l’antimafia dei fatti” (non dice quali, a parte l’appoggio dei pidini siciliani già ex alleati di Cuffaro e Lombardo). Lui è così disinteressato alla politica e ai soldi che, se tutto gli va bene, tra una settimana sarà a Bruxelles per la modica cifra di 12-15 mila euro al mese tra annessi e connessi. Intanto gli ultimi giapponesi, quelli dell’antimafia delle star, fanno vite da nababbi, tra una condanna a morte da Riina e un calcio nel sedere da Fiandaca.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano del 20 maggio 2014

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