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Opinioni

Quel tesoro sequestrato alla mafia che nessuno riesce a utilizzare

dia1di Francesco Viviano - Alessandra Ziniti - 5 febbraio 2014
Due miliardi nelle casse di Equitalia: “Pagate almeno la benzina alla polizia”
C’è un tesoro dimenticato nelle mani di Equitalia. Due miliardi e passa di euro. Soldi sporchi di sangue e di affari, soldi sottratti alle mafie e al ma-laffare, ma anche soldi “negati” a chi, per mancanza di fondi, non riesce a garantire giustizia e sicurezza.
«Mi risulta che nel Fondo unitario per la giustizia ci sia un miliardo di euro in contanti ed un altro miliardo in titoli ed assicurazioni», dice il prefetto Giuseppe Caruso, direttore dell’Agenzia nazionale per i beni confiscati. «Come mai non vengono assegnati al ministero dell’Interno che ha difficoltà persino a pagare la benzina per le volanti o per chi cerca i latitanti? Avevo proposto che i fondi fossero utilizzati per la fiscalità di vantaggio per le aziende confiscate che ogni giorno rischiano di chiudere ma non ho mai avuto risposte». Equitalia non sa esattamente quanto ha in cassa (i dati sono fermi al 2012), sa solo che in quattro anni, dal 2008 (quando è stato istituito il Fug) al 2012, tra soldi contanti e titoli riscossi confiscati, sono stati riversati alla Ragioneria generale dello Stato 209 milioni e 300 mila euro. Poco più del 10 per cento.

L’affondo di Caruso è solo l’ultima scossa di un terremoto che sta scuotendo il “mondo” dei patrimoni sottratti alle mafie, un tesoro che vale quanto una Finanziaria, difficile da quantificare esattamente ma di sicuro oltre 30 miliardi di euro: più di 11.000 immobili e 1.700 aziende dislocati per l’80 per cento tra Sicilia, Calabria, Puglia e Campania anche se da qualche tempo anche in Lombardia e Lazio i colpi al cuore dell’economia criminale si sono moltiplicati.
Un patrimonio che continua, per l’85 per cento, a rimanere inutilizzato, imbrigliato dai mille lacci della burocrazia e da lacune legislative ma che nasconderebbe anche ben altro.
«I beni confiscati dovrebbero essere riutilizzati a fini sociali ed essere restituiti alla collettività e invece, in troppi casi, e per troppi anni, sono stati considerati “beni privati” da alcuni amministratori giudiziari che li hanno considerati come fortune sulle quali garantirsi un vitalizio», accusa Caruso. Parcelle d’oro, amministratori giudiziari che sono anche presidenti dei consigli di amministrazione delle aziende confiscate, patrimoni gestiti per decenni dalle stesse persone senza che il bene o le società vengano assegnati o liquidati. La durissima denuncia lanciata dal prefetto Caruso su Repubblica è finita in Parlamento e sul tavolo del governo e il direttore dell’Agenzia nazionale per i beni confiscati è stato convocato per oggi dalla presidente della commissione antimafia Rosy Bindi e dal viceministro Filippo Bubbico per fornire chiarimenti sulle motivazioni che, negli ultimi mesi, lo hanno indotto a sostituire alcuni dei più noti amministratori giudiziari nominati dalle sezioni “Misure di prevenzione” dei tribunali per gestire gli enormi patrimoni sottratti ai boss di Cosa nostra e ai loro prestanome. Cambio alla guida dell’impero immobiliare miliardario già dei costruttori Piazza e Sansone (uomini di fiducia dei Graviano e di Riina), al patrimonio dell’ingegnere Michele Aiello (braccio economico di Provenzano), alla testa dei supermercati del “re della grande distribuzione” Giuseppe Grigoli, fiduciario del superlatitante Matteo Messina Denaro.
E ora questa storia dell’immensa fortuna in contanti dimenticata nei conti di Equitalia. Sì, perché la legge numero 143 del 2008 ha subappaltato ad Equitalia con la neonata “Equitalia giustizia” la gestione di questo fondo nel quale confluiscono tutti i contanti, i titoli, i rapporti bancari, le polizze sequestrate o confiscate dall’autorità giudiziaria. Ed è ad Equitalia giustizia che è demandata la gestione finanziaria delle risorse sequestrate (che ha finora fruttato solo lo 0,10 per cento del capitale) e soprattutto il versamento allo Stato delle risorse confiscate, in parte al ministero della Giustizia e in parte a quello dell’Interno. Cosa che, stando alla denuncia del direttore dell’Agenzia, sarebbe rimasto lettera morta.
Nella sua audizione, Caruso è pronto a fornire all’Antimafia tutti i chiarimenti sulle revoche degli incarichi che in Sicilia stanno creando tanto malcontento tra gli amministratori giudiziari e tra alcuni dei giudici che, in virtù di un rapporto fiduciario, hanno assegnato loro la gestione di ingenti patrimoni. Malumori raccolti ed amplificati anche da un anonimo recapitato alcuni giorni fa a diversi indirizzi, dal Quirinale alla Procura di Palermo, nel quale si sottolineerebbe come alcuni dei professionisti da poco nominati da Caruso sarebbero vicini ad alcuni uomini politici, dunque nomine dettate non da una sorta di “spending review” dei costi delle amministrazioni giudiziarie ma da condizionamenti politici da parte del prefetto. Che respinge le accuse al mittente e risponde con un esempio per tutti. «Uno di questi noti amministratori giudiziari, Gaetano Cappellano Seminara, che ha gestito la più grande fetta dei patrimoni confiscati in Sicilia, ha presentato una parcella da sette milioni di euro e contemporaneamente prendeva 150.000 euro all’anno come presidente del consiglio di amministrazione della stessa azienda. Controllore e controllato allo stesso tempo e con duplice compenso. Basta?». Replica l’amministratore giudiziario Cappellano: «Il prefetto Caruso ha delegittimato l’operato di amministratori giudiziari e dei giudici del tribunale di Palermo che hanno vigilato durante questi 20 anni sul nostro operato approvandone i rendiconti e liquidandoci i compensi».

Tratto da: La Repubblica del 5 febbraio 2014

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