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Opinioni

Caselli e Ingroia, l’eredità scomoda vent’anni dopo

caselli-ingroia-bigdi Maurizio De Luca - 30 novembre 2013
È in libreria “Vent’anni contro. Dall’eredità di Falcone e Borsellino alla trattativa” (Laterza) dialogo tra Gian Carlo Caselli e Antonio Ingroia a cura di Maurizio De Luca. Nel 2001 i due magistrati pubblicarono per Feltrinelli “L’eredità scomoda”, racconto dell'esperienza della lotta alla mafia, condotta dalla Procura di Palermo negli anni Novanta. “Vent’anni contro” è una riedizione, rivista e integrata dell’"Eredità scomoda".
Vent’anni e più sono passati da quei giorni infami in cui gli assassini di Cosa Nostra tolsero di mezzo i loro due principali nemici: i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, con le scorte, una moglie, le auto, un pezzo di autostrada. Dopo quei giorni venne la sconfitta per i corleonesi, vennero sette anni di missione a Palermo alla guida della Procura della Repubblica di Gian Carlo Caselli, reduce tra l’altro dall’aver affrontato e sconfitto a Torino le Brigate Rosse. E poi il processo contro Giulio Andreotti, l’offensiva della magistratura contro i troppi silenzi d’una classe politica omertosa nei confronti degli spaventosi progetti economici ed eversivi di Cosa Nostra in larghe zone del Paese.

Per qualche anno c’è stata emozione un po’ dovunque e la voglia di tanti di schierarsi contro quei gruppi, ricchi e bene armati, dei professionisti del crimine. Poi la voce della società schierata è parsa farsi sempre più flebile mentre anche dal governo della Repubblica, già nel corso degli anni Novanta, si sono alzate, in maniera raccapricciante, urla democraticamente squilibrate ad attaccare frontalmente i vent-anni-controgiudici e i valori rappresentati dal loro procedere per ripristinare la legalità. Si è proseguito in questi anni a scavare nei retroscena disgustosi di quelle stragi, si è cercato di recidere i legami segreti che per anni hanno unito taluni uomini dello Stato e i fuorilegge. Quasi approfittando di questo ventennale sofferto e difficile, abbiamo pensato fosse giusto proseguire quel confronto che avevamo realizzato una dozzina di anni fa ponendo per molte sere uno di fronte all’altro due magistrati, cioè Gian Carlo Caselli, che stava vivendo i primi giorni di distacco dalla guida della Procura di Palermo, e il più giovane Antonio Ingroia, siciliano come Falcone e Borsellino, loro dichiarato allievo. Il risultato di quel confronto lo affidammo a un libro, L’eredità scomoda, edito da Feltrinelli nel 2001.

Adesso riteniamo sia giunto il momento di aggiornare quel dialogo e per questo i due interlocutori che da allora non hanno più vissuto e operato nella stessa procura, ma a migliaia di chilometri di distanza (Caselli dirige la Procura di Torino, dove fra non molto si concluderà il suo percorso professionale; mentre Ingroia rimasto fino a pochi mesi fa appassionatamente alla Procura di Palermo a scavare tra i retroscena segreti della stagione delle stragi e per breve tempo poi trasferitosi in Guatemala nell’ufficio Onu di contrasto contro la grande criminalità, per tentare alla fine l’avventura politica in Italia di Rivoluzione civile con esiti elettorali non proprio confortanti e alla fine dimessosi definitivamente dalla magistratura), si sono ritrovati seduti sulle stesse due poltrone dell’altra volta a casa mia a Roma a mescolare ricordi e impegni, giudizi, vicende inedite, nel segno di una sfida che comunque continua.

A me è rimasto il compito da cronista di professione di ricostruire il dialogo, sforzandomi anche di intervenire sul confronto di analisi, ricordi e sentimenti di più di dieci anni fa per renderlo ancor più attuale, agile e significativo. Spero di esserci riuscito.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

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