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Opinioni

La pretesa della verità sulle stragi di Stato per diventare una democrazia matura

lobianco-rizzadi Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza - 16 dicembre 2012
Venticinque anni fa nel bunker dell’Ucciardone iniziava il maxiprocesso alla mafia. L’Astronave, cosi’ come fu ribattezzata la grande aula giudiziaria che ospitava nelle gabbie capi e gregari mafiosi, prendeva il volo alla ricerca della verita’. Oggi, a distanza di un quarto di secolo, mentre il pm di punta della procura di Palermo Antonio Ingroia, bersaglio di mille polemiche e attacchi, lascia l’Italia per un incarico all’Onu, il suo collega Nino Di Matteo e’ costretto a dimettersi dall’Anm denunciando l’isolamento dei magistrati che indagano sulla trattativa Stato-mafia. Un bell’arretramento.  

Ieri, da ministro degli Interni, Oscar Luigi Scalfaro volle fortemente la celebrazione del maxiprocesso a Palermo. Oggi lo stesso Scalfaro viene indicato come colui che, da presidente della repubblica, nel ’93 manovro’ per alleggerire il carcere duro ai boss detenuti. Ieri, quando Borsellino denunciava alla stampa il rischio della ‘’normalizzazione’’ negli uffici giudiziari, il Csm lo metteva sotto inchiesta, ma il Presidente della Repubblica Cossiga interveniva in suo favore. Oggi, il nuovo inquilino del Quirinale, Napolitano, solleva presso la Consulta un conflitto di attribuzione che non ha precedenti con la procura di Palermo accusando i pm di aver leso le ‘’prerogative’’ presidenziali. Perche’? Perche su novemila telefonate intercettate sulle utenze dell’ex ministro dell’Interno Mancino, l’ufficio ascolti della Dia ha ‘’pizzicato’’ per quattro volte la voce del capo dello Stato. Che voleva Mancino da Napolitano? Perche’ oggi nessuno deve sapere cosa si sono detti, a costo di provocare il piu’ grave conflitto tra poteri della storia repubblicana? A chi da’ fastidio l’inchiesta sulla trattativa? La Consulta, per un terzo nominata dal presidente della Repubblica,  ha dato ragione a Napolitano. E il ministro dell’Interno, Anna Maria Cancellieri, da quello stesso Viminale che ospito’ lo smemorato Mancino, ha reagito alla notizia con gaudio: ‘’Siamo contenti - ha detto - E’ una sentenza molto bella’’.
Chi e’ contento? Noi non siamo contenti. Non c’e’ nulla da essere contenti. Venticinque anni dopo la grande vittoria del maxiprocesso, che ha segnato il trionfo dello stato di diritto sulla violenza mafiosa, il  paese ha fatto un enorme passo indietro. Ieri l’Italia era il paese che sceglieva la legalita’ contro i sistemi criminali. Oggi e’ il paese dove il ritorno della Mummia incombe e il blocco politico trasversale Pdl-Pd pretende di imporre il silenziatore a chi a Palermo vuole spingere lo Stato a processare se stesso. Perche’? Esiste uno Stato parallelo annidato dentro le istituzioni? Esemplare la risposta di Ingroia nel libro ‘’Io so’’: ‘’Parallelo a che? A lungo lo Stato ha avuto il volto di Contrada. Falcone era l’eccezione’’. Ma allora, oggi, per impedire che anche Ingroia sia l’eccezione, che anche Di Matteo sia l’eccezione, diciamo anche noi con loro: io so.
Io so che lo Stato ha avuto una responsabilita’ nella morte di Borsellino. E non mi riferisco soltanto ad una responsabilita’ morale ed etica. Sono convinto che uomini dello Stato hanno avuto una responsabilità penale in quell’eccidio. E le cose emerse negli ultimi anni sul clamoroso – a dir poco – e criminale depistaggio, non fanno che confermare questa convinzione.
Io so che la storia del confronto mafia-Stato e’ stata ipocritamente raccontata come una storia di guerra, mentre in realtà dietro le quinte è sempre stata una storia di convivenza.
Io so che c’è una verità indicibile nelle stanze del potere, un potere non conoscibile dai cittadini che si nasconde, che si sottrae a ogni forma di controllo. E la ragion di Stato rischia di diventare un ombrello difensivo sotto il quale proteggere la parte oscura del potere, il suo volto osceno, e la storia occulta dei patti inconfessabili, compresi quelli fra Stato e mafia.
Questa deve essere la nostra preghiera laica. Perche’ dobbiamo sempre pretendere di sapere. E mai abbassare la guardia. Fin quando ciascuno, per la propria parte di responsabilità, non farà di tutto perché la verità, tutta la verità venga a galla, la democrazia italiana non potrà mai diventare una democrazia matura, perché resterà ostaggio dei poteri criminali che ne hanno condizionato le origini e la storia.

Lettera di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza letta da Salvatore Borsellino alla manifestazione “Noi sappiamo” – Roma 15 dicembre 2012

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