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Opinioni

Luca Tescaroli: "Caro Paolo, dal 1992 molte cose sono cambiate"

tescaroli-luca-bigdi Luca Tescaroli - 19 luglio 2012
Il tuoO obiettivo, caro Paolo, era divenuto, soprattutto dopo la morte dell’amico Giovanni, quello di aggredire Cosa Nostra nei suoi rapporti con la grande imprenditoria e con il sistema di potere dominante ai tuoi tempi. Eri ben consapevole che, attorno a questo tipo di rapporti, si gioca la partita decisiva. In molti lo hanno capito dopo la tua morte. Perciò, eri un ostacolo per una parte dell’Italia che conta.

Avevi persino rifiutato la proposta pubblicamente rivolta dall’allora ministro dell’Interno di dirigere la Superprocura, quale successore di Falcone, perché eri convinto che la criminalità mafiosa dovesse essere combattuta direttamente dalla procura della Repubblica del territorio. Ecco perché non furono solo i mafiosi a sentirsi insidiati dalla tua azione presente e, soprattutto, da quella futura. Solo dopo la tua morte, quell’obiettivo è stato posto tra le priorità di molti tuoi colleghi - e io fra questi. Risultati in tale direzione sono stati raggiunti, anche se troppo modesti per poter isolare Cosa Nostra e spezzare l’anello di
collegamento con chi detiene il potere.
Se oggi Cosa Nostra è meno forte e pericolosa di quanto non lo fosse nel 92, a seguito della repressione che l’ha fiaccata, purtroppo, al tempo stesso, abbiamo meno informazioni che provengono dal suo interno di quante ne avevamo raccolte negli anni successivi alle stragi, in quanto le collaborazioni con la giustizia sono state drasticamente ridotte, soprattutto per qualità.
Al di la dei propositi, che autorevoli rappresentanti delle Istituzioni manifestano spesso in occasione degli anniversari, non vi è stata un’opera di bonifica radicale nei territori di mafia da quei fenomeni che alimentano la collusione e che rendono impalpabile il confine tra il disimpegno e la complicità: la mancanza del senso dello Stato, il clientelismo, le frequentazioni, l’ammiccamento tra coloro che detengono o hanno detenuto il potere ed esponenti mafiosi.
Le relazioni con rappresentanti delle Istituzioni e il mondo imprenditoriale si perpetuano. Non è ancora chiaro quel che i cittadini debbano pretendere dalle
persone alle quali si affida il potere e meno chiari ancora sono i segnali che provengono dai partiti politici. Con sollievo si può constatare che progressivamente si sta rimuovendo la cortina di ferro sulla verità circa l’esecuzione e l’ideazione della strage che ti ha inghiottito con i tuoi cinque agenti di scorta; sembra prendere corpo l’ombra del depistaggio che si addensa sui primi sforzi investigativi, nel quadro di silenzi e ricordi faticosamente recuperati in seno a taluni esponenti delle Istituzioni sulle trattative, che diverso tempo fa avevo solo intuito, quando lavoravo a Caltanissetta.
Oggi una schiera di magistrati per bene sta lavorando, con serietà, in quel-l’ufficio e nella Procura di Palermo. Non sappiamo quali saranno gli sbocchi, certo è che, dopo un ventennio dai fatti - e vent’anni sono tanti - tutto diventa molto più difficile e le individuazioni di ulteriori responsabilità, soprattutto a livello ideativo, richiede, sul terreno giudiziario, prove solide e granitiche per ottenere condanne e non fragili indizi.
Nel Paese vi è stato e si percepisce un risveglio sui temi della legalità e, sia pur flebile, dell’eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla Legge. Ma perché questo risveglio produca dei risultati, deve incidere sulle scelte dei rappresentanti delle classi dirigenti.
La presenza in via Mariano d’Amelio, ove la furia omicida colpì in modo vile vent’anni fa, si ammanta di una valenza simbolica e sta a testimoniare, concretamente, la condivisione nei valori nei quali tu credevi - tanto da sacrificare quanto di più prezioso avevi: la vita; valori che per essere attuati richiedono un impegno, giorno dopo giorno, silenzioso, per ripristinare la legalità così fortemente vilipesa nel nostro Paese, nel quale, però, dal tuo assassinio, nessun magistrato o esponente delle Forze dell’ordine è più stato ucciso. Se è vero che appartengono alla tua città gli orrori della mafia, è altrettanto vero che sono patrimonio di questa città molti degli anticorpi che si sono opposti alla cultura della morte, sino al sacrificio finale.

Tratto da: La Repubblica

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