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Opinioni

Il filo rosso della mafia in Italia

tranfaglia-nicola-web2di Nicola Tranfaglia - 13 maggio 2012
Dopo aver letto con interesse il libro di Attilio Bolzoni Uomini soli e dopo aver dedicato tanti anni di lavoro culturale e politico sul problema delle associazioni mafiose in Italia; quello che mi è subito saltato in mente sono le parole che Leonardo Sciascia aveva scritto già quarant’anni fa nel suo romanzo Il contesto presso l’editore Einaudi, nel 1971:  “A un certo punto - scriveva il narratore di Racalmuto - la storia cominciò a muoversi in un paese del tutto immaginario; un paese dove non avevano più corso le idee, dove i principi - ancora proclamati e conclamati - venivano quotidianamente irrisi, dove le ideologie si riducevano in politica a pure denominazioni nel giuoco delle parti che il potere si assegnava, dove soltanto il potere per il potere contava.

Un paese immaginario, ripeto. E si anche pensare all’Italia, si può anche pensare alla Sicilia; ma nel senso del mio amico Guttuso quando dice: “ anche se dipingo una mela, c’è la Sicilia”. La luce, il colore. E il verme che da dentro se la mangia? Ecco il verme, in questa mia parodia, è tutto di immaginazione. Possono essere siciliani e italiani la luce, il colore (ma ce n’è poi), gli accidenti, i dettagli; ma poi la sostanza (se c’è) vuole essere quella di un apologo del potere nel mondo, sul potere che sempre di più digrada nella impenetrabile forma di una concatenazione che approssimativamente possiamo dire mafiosa.” (pp.121-122).
Già, adesso posso dire che è  proprio così.
Il libro di Attilio Bolzoni, che da quarant’anni scrive di mafia da quella che  all’inizio era l’unica  capitale del fenomeno mafioso e che oggi è uno  dei centri italiani - almeno dal punto di vista territoriale - più importanti (con Napoli e Reggio Calabria) dell’universo mafioso, peraltro molto esteso in Europa e nel mondo (come dimostrano le fonti giudiziarie e di polizia negli ultimi decenni), si ha una sensazione agghiacciante simile all’apologo sul potere individuato poeticamente da Sciascia.
Il giornalista di Repubblica restituisce questa  immagine narrativa, raccontando, in maniera chiara e attendibile, la storia di quattro Uomini soli (ed è questo il titolo del libro appena pubblicato dall’editore Melampo, pp.220, sedici euro) che si chiamavano
Pio La Torre, Carlo Alberto dalla Chiesa, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino.
Un libro di cronaca e di rievocazione ma con alcune osservazioni interessanti a cui farò riferimento più avanti e che è stato presentato per ora soltanto a Milano (del quale nessun giornale e nessun canale televisivo hanno parlato). Come del resto avviene  per i libri di tutti quelli, me compreso, che pubblicano storie e racconti considerati  spiacevoli  per il  largo establishment politico-culturale  che governa da almeno diciassette anni il nostro paese).
Già, perché molti lo hanno dimenticato ma il trionfo del populismo attraverso il quale  Berlusconi è arrivato al potere nei primi anni novanta e ha mantenuto la leadership politica ed economica, ha segnato l’affermazione di un nuovo complesso di potenti che ha conquistato quasi completamente i mezzi di comunicazione e non li ha ancora abbandonati. Danneggiando pesantemente la diffusione di opere importanti e fondamentali per un cambiamento ormai indispensabile.  
Il rischio di una nuova vittoria elettorale nelle prossime elezioni del 2013 (o di qualche mese prima, non possiamo esser sicuri della data) è proprio quella di non avere il tempo e la forza per modificare democraticamente le condizioni di questo assetto di potere e far persistere quello già consolidato nel primo ventennio del ventunesimo secolo da Berlusconi e dai suoi alleati tutt’altro che disposti a cedere il posto.
Ritornando all’incisivo racconto del filo rosso tra mafia e politica dagli anni ottanta ad oggi che ha scritto Attilio Bolzoni nel suo libro, voglio ricordare ancora due documenti che non si trovano facilmente e che consentono di rivivere per un momento l’atmosfera terribile  che ha dominato, con rari intervalli, l’Italia  negli ultimi trent’anni e che tuttora sembra caratterizzare la grave crisi insieme economica, politica e morale della nostra repubblica.
Il primo è la lettera preoccupata che Carlo Alberto Dalla Chiesa, generale e prefetto per cento giorni di Palermo, scrisse il 2 aprile 1982 all’ora capo del governo prof. Giovanni Spadolini:” ….Lungi dal volere stimolare leggi o poteri “eccezionali”, è necessario e onesto da parte che chi è destinato alla lotta di un “fenomeno” di tale dimensione, goda di un appoggio e di un ossigeno “dichiarato” e “codificato”…”dichiarato” perché la sua immagine in terra di “prestigio” si presenti con uno “smalto” idoneo a competere con detto “prestigio”,“codificato” giacchè, nel tempo, l’esperienza (una macerata esperienza) vuole che ogni promessa si dimentichi, che ogni garanzia (“si farà”, si provvederà”,ecc.) si logori e tutto venga soffocato e compromesso non appena si andranno a toccare determinati interessi.
L’altro momento decisivo riferito da Bolzoni nel suo libro riguarda l’ultimo capitolo del racconto dedicato alla vicenda sempre meno misteriosa di Paolo Borsellino ucciso a Palermo,  come molti ricorderanno, la domenica  19 luglio 1992 meno di  sessanta giorni dopo l’assassinio di Giovanni Falcone del  23 maggio 1992. Il primo sull’autostrada dall’aeroporto di Punta Raisi alla città, presso Capaci, il secondo nella zona centrale di Palermo in via d’Amelio dove abitava la madre di Borsellino.
Quando il 12 marzo 1992 Cosa Nostra e i suoi alleati politici mettono fine alla vita dell’onerevole Salvo Lima, luogotenente del presidente Andreotti in Sicilia ed europarlamentare della Democrazia Cristiana, Giovanni Falcone confida a Paolo Borsellino: “Non finirà con Lima”.E avrà ragione.
“Quattro giorni dopo la morte di Lima, il capo della polizia -racconta Bolzoni - Vincenzo Parisi, invia un telegramma a prefetti, questori, comandanti dei carabinieri e della Guardia di Finanza per segnalare il rischio di una campagna terroristica in grande stile che punterebbe all’eliminazione di uomini politici di primo piano dei maggiori partiti.
L’allarme, che fa riferimento a documenti e telefonate anonime, parla di “eventi omicidiari” e “strategie destabilizzanti che in breve tempo potrebbero incendiare il Paese”.
Il capo della Polizia teme stragi. Fra i personaggi a rischio vengono indicati il presidente del Consiglio Giulio Andreotti, i ministri siciliani Calogero Mannino, Caro Vizzini e Salvo Andò, il ministro della Giustizia Claudio Martelli.
Ma l’avvertimento di Parisi cade nel vuoto. “E’ lo scherzo di un pataccaro” si precipita a dichiarare il capo del governo Andreotti. Anche il presidente della Repubblica Cossiga ridimensiona il pericolo.
Alcuni degli uomini politici nel mirino della mafia siciliana però hanno paura. Vogliono salvarsi la pelle. E, dopo l’omicidio di Salvo Lima, sanno bene che potrebbe toccare a loro. Così incaricano uomini di fiducia dei servizi segreti e dei reparti investigativi di agganciare i boss per fermare i sicari.”
A questo punto l’autore identifica in quel momento “il principio
di quella che - si scoprirà solo molti anni dopo - diventerà la prima trattativa tra mafia e Stato”.
In realtà, almeno questa è l’opinione, di altri studiosi tra i quali chi scrive, elementi di una trattativa ci sono già a metà degli anni ottanta e questo spiega meglio quello che accade tra il 1992 e il 1993.
Ma questo non diminuisce certo l’interesse di un libro come quello, limpido e per molti aspetti prezioso, come la narrazione di Attilio Bolzoni da quarant’anni testimone del complesso intreccio tra mafia e politica che domina ancora la lunga e difficile crisi della repubblica.          

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