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Opinioni

Intervista. Parla Antonio Ingroia: "Riconquistiamo il valore del 25 aprile, anche contro le mafie"

ingroia-antonio-web3di Riccardo Castagneri e Lorenzo Mauro - 23 aprile 2012
Il magistrato palermitano ad Articolotre.com: “la mafia in questo periodo sta cercando nuovi referenti politici”. E su Pio La Torre: “è il modello di come si dovrebbe fare politica, purtroppo assolutamente minoritario”.

La crisi e la mafia si integrano perfettamente. Le aziende strozzate dai debiti rischiano di individuare nel racket un appiglio per non sprofondare e tutto ciò non fa altro che dare ulteriore forza alle mafie: è questo l’allarme lanciato dal procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia, che insieme ad Articolotre ha affrontato alcuni dei temi più caldi.

Procuratore Ingroia, con il crollo della Seconda Repubblica, pensa che le mafie possano andare alla ricerca di nuovi referenti politici?

Mi meraviglierei del contrario, la mafia ha bisogno di referenti politici  come il pesce dell’acqua, non sarebbe mafia se non vi fosse il rapporto con la politica, e magari potessimo avere una mafia senza referenti politici, perché sarebbe facilmente aggredibile con gli strumenti ordinari dell’autorità giudiziaria. In questo momento di riassetto degli equilibri dentro la politica quindi escluderei che la mafia stia a guardare e sono quasi sicuro, al contrario, che stia cercando di scegliere interlocutori, di intrecciare nuovi rapporti, stipulare patti inconfessabili per assicurarsi un futuro tranquillo e sereno.

Se ne parla poco, ma su cosa si basa la forza delle mafie al Nord? Crede che dalle inchieste sulla Lega possano emergere nuovi scenari? 

La mafia è certamente perfettamente coerente con il nuovo indirizzo delle strategie mafiose, che è un indirizzo prevalentemente economico e finanziario, e quindi coerentemente questa mafia finanziaria cerca il suo terreno privilegiato proprio nei settori e nei territori del Nord dove l’economia è più fiorente e dove ci sono maggiori opportunità di reinvestire il denaro sporco. Il secondo dato, di cui l’indagine sulla Lega è solo l’ultimo esempio, riguarda il sistema di corruzione politica-amministrativa, che è arrivata a livelli endemici impensabili, diventando l’altra faccia del medesimo sistema illecito, su cui si articola e si fonda l’economia criminale in Italia. Sistema della corruzione e mafia che si integrano a vicenda.

Che idea si è fatto sulla questione dell’alta velocità Torino-Lione e delle denunce ai manifestanti?

Se vogliamo che io esprima le mie idee sul merito della vicenda credo che le vere posizioni No Tav siano sostanzialmente condivisibili, tra Si Tav e No Tav io sono più per il No Tav. Però non c’è dubbio che nelle manifestazioni dove il dissenso si è espresso talvolta si è ecceduto con fatti di intemperanza e di violenza gravi che sembrano del tutto estranei all’essenza del movimento, perché nei grossi movimenti c’è sempre chi vuole strumentalizzarli.

Considerando che le mafie hanno liquidità in questo periodo di crisi, che rischio corriamo che l’economia del nostro Paese finisca sempre di più nelle sue mani, stravolgendo anche l’economia reale?

È un pericolo altissimo, ed è molto alto per due ragioni: la prima è che le mafie non soffrono la crisi di liquidità, e quindi in un momento in cui invece non c’è disponibilità di denaro liquido, la mafia si presenta sul mercato anche come operatore economico: questo a catena innesca meccanismi di ulteriore dipendenza dell’economia in crisi, incrementa il peso del racket l’usura, favorisce meccanismi di impossessamento di aziende in crisi di liquidità da parte della mafia. Inoltre, questa liquidità può favorire le scalate dell’economia mafiosa dei gruppi che dovessero essere in difficoltà. Per difendersi da questo il rimedio è riequilibrare,  vi sono alcune proposte interessanti, a partire da quella di Confindustria: il cosiddetto rating antimafia, un meccanismo che premi le imprese che si mantengono dentro il circuito della legalità favorendone l’accesso al credito agevolato.

Dall’azione della magistratura stanno emergendo molte indagini che riguardano la politica. Lei, da magistrato, tiene conto del clima politico e sociale del Paese nel valutare la tempistica durante la quale effettuare le indagini?

Ovviamente no, la magistratura è del tutto autonoma rispetto a quello che accade nel Paese. Non c’è dubbio che le indagini risentano del clima politico e sociale di un preciso momento del Paese, ma è esattamente il contrario, non è sintomo del protagonismo politico della magistratura, ma al contrario si aprono delle brecce nelle politica in difficoltà che comportano l’emersione di fatti di reato che altrimenti sarebbero rimasti nell’ombra.

A fine mese saranno vent’anni dalla morte di Pio la Torre e lei il 28 a Palermo lo ricorderà in un incontro pubblico della Fds. Quanto il suo sacrificio è servito, cosa è rimasto del suo impegno. Per lei si tratta di un esempio?

È servito a metà: credo che la società veda in Pio La Torre un modello di riferimento di una politica diversa, impegnata nell’antimafia ma all’interno di un progetto di rinnovamento del Paese che costruisce sull’antimafia valori, rinnovamento e riscatto sociale. Rimane un passaggio anche storico dell’antimafia giudiziaria e istituzionale, legata alla Legge La Torre. Purtroppo credo che invece il mondo della politica, da cui proveniva Pio la Torre, dove lui ha speso la sua vita non ha fatto sufficientemente tesoro di quel modo di fare politica,  un modo di fare politica virtuoso e nobile che invece è stata sconfitta dalla politica con la p minuscola dell’approfittare e del guadagno personale. L’occasione del ventesimo anniversario della sua morte, che coincide con un momento delicato di transizione e di ricostruzione di un nuovo modo di fare politica, è una buona occasione per ripartire con un modello come il suo.

Siamo vicinissimi al 25 aprile. Cosa significa questa data, per lei che ama definirsi Partigiano della Costituzione?

E’ una scadenza importante, di cui dobbiamo riconquistare il suo valore positivo. Anche qui, io credo che negli ultimi vent’anni il nostro paese abbia fatto più passi indietro che in avanti: la parola partigiano, ad esempio, ha assunto progressivamente una connotazione negativa, viene utilizzata per attaccare, ha perso il valore positivo che deve avere e che va riconquistato. La Resistenza è una storia nobile e al contempo dolorosa, aveva in sé i valori sui quali si fonda la nostra Costituzione democratica, che rimane una delle più avanzate del mondo. Anche qui, il prossimo 25 aprile deve essere utilizzato per ricostruire un modello nuovo di un cittadino democratico, attivo e quindi che sia nel senso migliore della parola Partigiano della Costituzione.

Tratto da: ArticoloTre.it

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