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Opinioni

Ignazio Cutrò, testimone di giustizia: "combatto contro un mostro chiamato burocrazia"

Cutro-Ignazio-webdi Gaetano Montalbano - 10 novembre 2011
Ignazio Cutrò è un testimone di giustizia che, in una terra difficile ed intrisa di mafiosità, ha deciso di alzare la testa e di resistere alla vile prepotenza delle organizzazioni criminali denunciando e contribuendo alla condanna dei propri estorsori. Siamo a Bivona, nell'entroterra agrigentino, in piena terra di mafia. E si vede. Ignazio Cutrò, infatti, vive una drammatica condizione di isolamento ed è impossibilitato a lavorare.

“Ho fatto le mie denunce da uomo libero, nessuno mi ha obbligato”, afferma Cutrò, “ solo la mia dignità di padre e di imprenditore onesto mi hanno spinto a compiere questo passo”, “adesso però mi ritrovo a combattere contro un mostro chiamato burocrazia”, continua l'imprenditore, “questo non dovrebbe succedere a chi ha scelto di stare dalla parte dello stato”.

A muso duro è rimasto in piedi dinanzi agli attentati della mafia ma adesso rischia di non farcela contro le mostruose anomalie della macchina statale.

Dopo aver ottenuto, come prevede la legge per le vittime del racket, la temporanea sospensione prefettizia con la quale sono stati congelati i debiti contratti con le banche, per rimediare ai danni causati dagli attentati, l’Inps ha notificato di non riconoscere questa sospensiva così non rilasciando i documenti indispensabili per riavviare l’azienda. Nel frattempo, la sospensione prefettizia è scaduta e le banche pretendono di riavere quanto di loro spettanza.

“Io e la mia famiglia abbiamo deciso di non partire, siamo entrati nel programma di protezione per i testimoni di giustizia, nella speranza di far rinascere la nostra azienda e di continuare la lotta alla mafia spalla a spalla con lo Stato”, continua Cutrò, “oggi però mi ritrovo con un contratto di lavoro che non posso rispettare a causa di un cavillo burocratico”.

All'inizio del racconto gli occhi dell'imprenditore trasmettevano coraggio, speranza e voglia di ricominciare. A poco a poco subentra la rabbia e lo sdegno, le parole di Cutrò rimbombano in quell'anfiteatro naturale costituito dalle pendici dei monti Sicani: “mi sembra che io e la mia famiglia non stiamo chiedendo nulla di straordinario ma soltanto di avere la possibilità di tornare a fare gli imprenditori in un mercato libero senza mafia e sorprusi”, e sottolinea l'imprenditore-coraggio, “forse qualcuno dimentica che noi abbiamo deciso di rimanere nella nostra terra, rifiutandoci di partire e farci buttare fuori, non siamo disertori - e conclude Cutrò – se fossimo partiti e avessimo lasciato il nostro territorio questo sarebbe stato immediatamente occupato da quei quattro pezzi di merda di mafiosi che rovinano la nostra bella Italia” e quindi ripete il suo motto “ in culo alla mafia”.

Honorè de Balzac definiva la burocrazia: “un gigantesco meccanismo azionato da pigmei”. Ma era la prima metà dell'ottocento. Sarebbe forse il caso di rammentare a chi di dovere che dopo la rabbia spesso arriva la disperazione. Le Istituzioni sono avvisate.

Tratto da: lenotiziedimontalbano.it

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