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Opinioni

Stragi, la direttiva Renzi ha smembrato gli archivi e creato il caos. Lo spiega un'esperta

di Stefania Limiti
Maledetti documenti. Carte su carte finite chissà dove, sparpagliate tra le amministrazioni dello Stato, oro puro per scrivere il racconto della strategia della tensione, cioè di un segmento criminale della storia d’Italia (diverso dal capitolo sulle organizzazioni criminali). Non c’entra nulla il segreto di Stato: il presidente del Consiglio può negare ad un magistrato un documento per tutelare la sicurezza dello Stato (i più recenti casi: il rapimento di Abu Omar e l’affaire Telecom) spiegando perché e fissare un tempo. E non può farlo per i casi di stragi. Qui la questione riguarda milioni di documenti liberi (senza segreto di Stato) ma non declassificati (non versati agli Archivi centrali).

Dove eravamo rimasti? Alla Direttiva Renzi del 2014: in un sol colpo si volle dar prova della volontà di fare chiarezza. Si disse agli enti pubblici di versare tutto quello che avevano sotto il titolo delle stragi italiane avvenute tra il 1969 e il 1984. Un bel colpo, se non fosse che da allora è seguito il caos. La conseguenza più incredibile di quell’ordine impartito con buone intenzioni ma con scarsa attenzione? Il versamento massivo di carte ha smembrato archivi che seguivano un ordine cronologico. Ilaria Moroni, direttrice dell’Archivio Flamigni e componente della Comitato esecutivo – organismo senza alcun potere – nominato per dare seguito alla Direttiva Renzi è dentro ai meccanismi polverosi dei documenti, gironi infernali degli archivi. La dottoressa Moroni non ha mai potuto assistere al magico momento dell’apertura di un armadio di un ufficio dello Stato: “Questo è un punto dolente, perché nessun esterno, neanche noi del Comitato esecutivo, è ammesso alla visione delle carte tenute dalla pubblica amministrazione che per legge avrebbe già dovuto versarle negli archivi sparsi sul territorio. Invece oggi non abbiamo una visione d’insieme del patrimonio esistente, tra l’altro ora frantumato dal versamento delle carte relative alle stragi nominate dalla Direttiva Renzi, un altro bel guaio”.

La burocrazia tende ad essere avara, forse per inerzia o per la difesa dell’ordine esistente delle cose: se si chiede un documento su Gladio, per capirci, o un altro, ad esempio, su quel convegno che ha marcato a fuoco la storia d’Italia, quello sulla Guerra rivoluzionaria fatto fai fascisti insieme alle forze armate all’Hotel Parco dei Principi, ti senti rispondere che non è nell’elenco della Direttiva. “In questo modo – spiega Moroni – è chiaro che non si potrà ricostruire un bel nulla. Ma c’è poi un altro capito doloroso: quello delle carte scomparse. Già, perché pezzi di archivi si sono dissolti nell’aria. Prenda quello del Ministero dei Trasporti, così centrale nelle vicende delle stragi: io voglio vedere la firma del funzionario che ha autorizzato l’invio al macero di quelle carte, perché è chiaro – e qui la voce della dottoressa si alza in un crescendo di sana indignazione – io non accetto che mi si dica: non lo sappiamo! Lo Stato deve dirmi dove è finito un archivio o chi si è preso la responsabilità di polverizzarlo! Come non posso accettare che vengano versati fondi di giornale: dobbiamo ricostruire la memoria storica di un Paese, non scherziamo”.

Come si sbroglia la matassa? In una delle ultime riunioni del Comitato è stato apprezzato l’intervento del capo del Dis l’organismo di coordinamento dell’intelligence, il quale ha spiegato più o meno questo: “Se io ho una indicazione politica precisa, versa questo e quello, io lo verso. Altrimenti è tutto più difficile”. Ma non c’è già stata una indicazione politica in questo senso? “La direttiva Renzi – spiega la nostra esperta – non ha gambe. Molti passi in avanti sono stati fatti, ma è necessario che i Beni culturali assumano archivisti, che diano spazi fisici agli Archivi, che molto spesso non sanno dove sistemare le carte, ma soprattutto e prima di tutto serve una costante, chiara e forte volontà politica”.

Magari si può cominciare dando più poteri di intervento al Comitato consultivo: è ora che gli armadi vengano aperti da chi ha strumenti e professionalità ma anche la determinazione e l’indipendenza che serve ad una grande operazione di trasparenza.

Tratto da: ilfattoquotidiano.it

Foto © Imagoeconomica

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