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Opinioni

''La commissione Moro ha nascosto la verità''. Le accuse di Sergio Flamigni nel suo ultimo libro

di Gianni Barbacetto
Sergio Flamigni, nel suo ultimo libro, accusa Giuseppe Fioroni per come ha gestito l’indagine sul delitto del leader Dc: “Ha condotto i lavori in modo disordinato e autoritario, per non fare chiarezza”

“Uno scandalo veramente senza fine”. È il caso Moro, secondo Sergio Flamigni, ex senatore e infaticabile ricercatore che da anni indaga sulla P2, sul terrorismo italiano, sul sequestro del presidente della Dc. Il suo ultimo lavoro, "Rapporto sul caso Moro" (Kaos edizioni), presenta il suo contributo ai lavori della seconda Commissione parlamentare d’inchiesta sul sequestro di Aldo Moro (2014-2017). Ma rende pubblica anche una denuncia secca per come il presidente della Commissione, il Pd Giuseppe Fioroni (preferito al più esperto Miguel Gotor), ha condotto i lavori. “In modo autocratico e disordinato”, “abusando della secretazione”, lavorando “quasi solo attorno all’agguato di via Fani, senza affrontare il nodo del 18 aprile, ossia la scoperta del covo di via Gradoli e il falso comunicato del Lago della Duchessa”. Risultato finale: “Mantenere il delitto Moro un enigma irrisolto”. Eppure alcuni elementi raccolti dalla Commissione sono riusciti a confermare “che la verità di Stato sul delitto Moro - confezionata dalla Dc di Francesco Cossiga insieme agli ex Br Valerio Morucci e Mario Moretti e avallata dalla magistratura romana - è una colossale menzogna”. Flamigni segnala “tre dati di fatto che sbugiardano quella versione dall’inizio (strage di via Fani) alla fine (uccisione di Moro)”.
Il primo dato accertato è che subito dopo la strage di via Fani, la mattina del 16 marzo 1978, i terroristi delle Brigate rosse si sono rifugiati con l’ostaggio in uno stabile di via Massimi 91 di proprietà dello Ior (la banca del Vaticano), su cui non è mai stato fatto alcun approfondimento. Non ci sono stati - come raccontato “dalla menzognera versione di Stato” - trasbordi del rapito in piazza Madonna del Cenacolo; non c’è stata una tappa successiva nel sotterraneo del grande magazzino Standa dei Colli portuensi; e non c’è stato l’approdo finale nel covo-prigione di via Montalcini.
Il secondo dato accertato dalla Commissione è che “sono una sequela di menzogne” anche il luogo e le modalità dell’uccisione del presidente della Dc raccontate dai brigatisti. Secondo la loro versione, Aldo Moro sarebbe stato ammazzato nel box auto di via Montalcini, nel baule della Renault rossa, con 11 colpi sparati alle 6-7 del mattino. Con successivo trasporto del cadavere per alcuni chilometri, da via Montalcini fino in via Caetani, al centro di Roma. Falso, secondo Flamigni: “Le vecchie e le nuove perizie hanno definito improbabile il luogo, ben diverse le modalità, e falso l’orario del delitto indicato dalla versione brigatista avallata dalla magistratura romana”.
Il terzo dato di fatto è che la “verità ufficiale” sulla prigionia e sull’uccisione di Moro in via Montalcini (quella del “memoriale Morucci”) è stata confezionata in carcere dal brigatista dissociato Valerio Morucci con la regia del Sisde, il servizio segreto del Viminale, con “la fattiva collaborazione della Dc cossighiana”.
“Il sequestro del presidente della Dc è rimasto un delitto senza verità”, scrive Flamigni. “Infatti a distanza di più di quarant’anni non c’è alcuna certezza sul luogo (o i luoghi) dove Moro fu tenuto segregato per quasi due mesi, né si sa chi, come e perché lo abbia ucciso”. Secondo Flamigni, “è certo che alla strage di via Fani partecipò un tiratore scelto”. Ne parla anche uno dei testimoni oculari, il benzinaio Pietro Lalli, pratico di armi: raccontò di “aver visto sparare un esperto e conoscitore dell’arma in quanto con la destra la impugnava, e [teneva] la sinistra guantata sopra la canna in modo che questa non si impennasse”. Per scoprire gli eventuali professionisti in via Fani, “la Commissione avrebbe dovuto occuparsi dell’aereo libico, diretto a Ginevra, che nel tardo pomeriggio del 15 marzo 1978 (vigilia della strage di via Fani) atterrò invece a Fiumicino con quattro persone a bordo, e che ripartì l’indomani mattina alle ore 10,05 (un’ora dopo la strage) alla volta di Parigi. Un volo fortemente sospetto di avere trasportato uno o più killer di una particolare struttura di addestramento e supporto per organizzazioni terroristiche formata a Tripoli (Libia) dagli americani Edwin P. Wilson e Frank Terpil, entrambi ex agenti della Cia”.
Flamigni segnala come “episodica eccezione” al “quarantennale disastro giudiziario relativo al delitto Moro” il lavoro del procuratore generale di Roma Luigi Ciampoli, che avocò un’indagine della Procura guidata da Giuseppe Pignatone. La requisitoria di Ciampoli dell’11 novembre 2014 “ha confutato la versione di Stato del duo Morucci-Moretti sulla dinamica dell’agguato e della strage. E non ha mancato di menzionare la ‘protratta inerzia’ del pubblico ministero romano che lo aveva indotto a esercitare il potere di avocazione”.
La “protratta inerzia” ha riguardato anche la figura e il ruolo dell’americano Steve Pieczenik (insediato al Viminale per conto del Dipartimento di Stato Usa durante il sequestro Moro). Venne mandato a Roma da Washington - secondo Ciampoli - per quella che era una vera e propria operazione di “guerra psicologica” con tre obiettivi: garantire l’uccisione dell’ostaggio; recuperare le registrazioni degli interrogatori e degli scritti di Moro; ottenere il silenzio dei terroristi.
Ciampoli ha riferito anche di aver indagato sulla presenza in via Fani di due uomini dei servizi segreti, a bordo di una moto Honda, al comando del colonnello Camillo Guglielmi. E si è detto convinto che “in via Fani vi fosse la presenza anche di servizi segreti di altri Paesi interessati, se non a determinare un processo di destabilizzazione dello Stato italiano, quantomeno a creare del caos”.
È stata secretata l’audizione in seduta segreta del 29 luglio 2015 di Luca Palamara, sostituto procuratore a Roma e membro del Consiglio superiore della magistratura: riguardava l’interrogatorio di Pieczenik svolto per rogatoria da Palamara il 27 maggio 2014. “Da allora”, commenta Flamigni, “la posizione giudiziaria di Steve Pieczenik si è inabissata, col suo carico di segretezza, nel porto delle nebbie”.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano del 25 Novembre 2019

Foto © Imagoeconomica

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