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Opinioni

Tescaroli: ''Mafie oggi prediligono collusione e corruzione alla violenza''

di Davide de Bari
Intervista al procuratore aggiunto di Firenze sulla rivista “Il cavaliere d’Italia”

“Nel nostro Paese vi sono plurime strutture mafiose ciascuna con le proprie caratteristiche e occorrerebbe effettuare un ragionamento specifico in relazione a ognuna. In termini generali, possiamo dire che i componenti delle organizzazioni sono consapevoli che la commissione di delitti eclatanti richiama l’attenzione dello Stato e innesca una spinta repressiva che nuoce agli affari. Prediligono perciò agire sul versante economico come imprenditore e su quello delle pubbliche amministrazioni, prediligendo il ricorso alla corruzione e alla collusione, nonché coltivare le tradizionali attività estorsive e di recupero crediti”. Sono queste le parole del procuratore aggiunto della procura di Firenze, Luca Tescaroli, ex pm a Caltanissetta che ha condotto l’accusa nel processo sulla strage di Capaci ed occupandosi anche delle indagini sui mandanti esterni delle stragi, in un’intervista alla rivista “Il cavaliere d’Italia” nella rubrica il personaggio nella sezione dell’UNCI trentina, visto che il magistrato passa le sue vacanze sulle montagne del Trentino. “Il verde, la tranquillità e la conseguente serenità - ha detto - che si respira nelle montagne, che mi consente di rigenerarmi”.
Al pm è stato anche consegnato un riconoscimento “motu proprio”, su segnalazione della segreteria generale dell’UNCI, il “diploma di merito” per “l’encomiabile attività professionale svolta in ambito giudiziario, distinguendosi per l’estrema dedizione, impegno, spirito di sacrificio”.
Nell’intervista, Tescaroli ha parlato dell’esistenza della mafia, tema di cui si è occupato prevalentemente nella sua carriera da magistrato: “Sono convinto che il contrasto con le strutture mafiose nel nostro Paese possa essere vinto. La mafia è un fenomeno umano che come tale ha avuto un inizio, ha una vita e avrà anche una fine. Rimane il dato di fatto preoccupante che da oltre 150 anni si assiste alla convivenza tra due realtà antitetiche: lo Stato e plurime realtà mafiose, che dovrebbero perseguire fini diversi. Se ragioniamo secondo una logica manichea, dove il bene, rappresentato dallo Stato, si contrappone al male, costituito dalle strutture mafiose, non si spiega il perché di questa atavica convivenza, accettata ancora oggi da uomini che gestiscono il potere”. Secondo il procuratore aggiunto di Firenze si comincia a “comprenderla, invece, se si considera che la linea di demarcazione tra il bene (lo Stato) e il male (la mafia) non è così netta. Proprio l’anello di collegamento rappresenta uno dei punti di forza di Cosa Nostra di ’Ndrangheta (e delle altre associazioni mafiose) e solo cancellandolo si può concretamente pensare di sconfiggerla. La questione è, però, ancora più complessa, perché interagiscono fattori sociali e culturali che presuppongono un intervento non solo repressivo ma anche di natura preventiva”.

Una carriera contro la mafia
Il magistrato ha anche parlato del processo sulla strage di Capaci che ha segnato la vita della sua carriera, ma anche quella personale, visto che all’età di 27 anni entrò a far parte del pool che si occupò della morte di Giovanni Falcone, di sua moglie Francesca Morvillo e degli uomini della scorta (Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani). “Le indagini e i processi sulla strage di Capaci che ho seguito non mi hanno fornito vantaggi di carriera. - ha spiegato - Sotto il profilo professionale, mi hanno fornito la possibilità di maturare una esperienza formativa sicuramente significativa. Tali impegni hanno inciso profondamente sulla mia vita personale e familiare, condizionandola ed esponendola a concreti pericoli”. Ma oltre a questo si è anche occupato a Roma dell’omicidio del banchiere Roberto Calvi, del caso “Maddoff dei Parioli” e infine del processo su Mafia Capitale, dove l’ex terrorista dei Nar, Massimo Carminati, detto “Er cecato”, che insieme a Salvatore Buzzi hanno creato quel sistema chiamato “Mondo di Mezzo”, fu definito da Tescaroli un “delinquente abituale”. Un affermazione che fece reagire malissimo l’ex Nar in aula. “Debbo precisare che Massimo Carminati, secondo la recente pronuncia della Corte di Cassazione, non può dirsi mafioso, - ha detto - perché la Corte di Cassazione ha ritenuto che ‘Mafia Capitale’ non è una consorteria di tipo mafioso (come invece aveva riconosciuto la Corte d’appello di Roma) ma un gruppo criminale che ha agito per il tramite di due associazioni per delinquere, pur riconoscendo la fondatezza di quasi tutti i delitti. - ha continuato - Certamente la richiesta di riconoscere Carminati quale delinquente abituale, come pure la richiesta di condanna che ho effettuato nei suoi confronti, lo ha turbato profondamente e l’ha portato alla reazione”.

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Il magistrato Luca Tescaroli © Imagoeconomica


La magistratura sotto attacco
Un altro aspetto affrontato nell’intervista è il fatto che spesso ci sono tentativi di delegittimazione dei magistrati soprattutto quando si occupano di personaggi politici. “È un atteggiamento deplorevole, che molto spesso accade quando viene puntato l’indice accusatore nei confronti di esponenti politici. - ha detto - Non viene accettato il controllo di legalità. Dal momento che la Legge è uguale per tutti, i magistrati dovrebbero poter svolgere il proprio lavoro”. Inoltre, Tescaroli si è anche espresso sulla mediaticità dei processi e sulla pubblicazione delle intercettazioni: “Sono convinto che le indagini dovrebbero essere svolte con una minore attenzione mediatica, che dovrebbe concentrarsi invece sulla fase dibattimentale. Ogni potere, ivi compreso quello giudiziario, non può, tuttavia, sottrarsi al controllo sociale. Ritengo che, soprattutto nelle regioni ove è presente la criminalità di tipo mafioso e lo Stato appare assente, sia importante che venga dato atto di quanto viene fatto dai magistrati perché è un modo per dimostrare che lo Stato c’è, e per non far perdere la speranza e la fiducia nelle istituzioni da parte dei cittadini. - ha proseguito - Le intercettazioni sono indispensabile strumento investigativo. Ciò che occorre evitare è la divulgazione di contenuti delle intercettazioni non più coperte da segreto non funzionali alla prova della responsabilità per i fatti contestati, ovvero utili per la difesa. Il tema è complesso e richiederebbe numerose riflessioni”.

“Sistema giudiziario? Bisogna cambiarlo profondamente”
In conclusione, il pm ha anche parlato delle modifiche che si potrebbero apportare al sistema giudiziario italiano: “Il sistema giudiziario penale, a mio avviso, dovrebbe essere profondamente mutato, per assicurare una celere definizione dei giudizi in modo da poter sapere sempre se gli imputati siano colpevoli o innocenti, nei processi penali, e chi ha torto o ragione, nei giudizi civili. Questi obiettivi possono essere raggiunti. Il diritto penale dovrebbe essere impiegato solo per i comportamenti gravi che attentano ai valori costituzionali, depenalizzando molti dei crimini esistenti. Rivedrei la regolamentazione dell’esecuzione delle sentenze penali. E molto altro”.
La seconda parte dell’intervista al magistrato uscirà nel prossimo numero della rivista, dove si parlerà prevalentemente del processo sulla strage di Capaci.

Foto di copertina © Paolo Bassani

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