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Opinioni

Il silenzio è d’oro

di Marco Travaglio
Si sperava che sedersi allo stesso posto di Tommaso Buscetta, che al maxiprocesso, nell’aula bunker dell’Ucciardone, svelò tutti i segreti di Cosa Nostra, gli sciogliesse la lingua. Invece l’altroieri il teste assistito Berlusconi Silvio, chiamato a deporre dai difensori di Marcello Dell’Utri al processo d’appello sulla trattativa Stato-mafia come indagato (con l’amico) di reato connesso a Firenze per le stragi del 1993 a Firenze, Milano e Roma e per i falliti attentati a Maurizio Costanzo a Roma, ai carabinieri fuori dallo stadio Olimpico della Capitale e al pentito Totuccio Contorno a Formello, s’è cucito la bocca “su indicazione dei miei legali”. Poi è tornato a Roma, sul luogo del delitto, anzi della strage - il teatro Parioli - per un’imperdibile puntata del Costanzo Show (la n. 4.445). E lì se n’è uscito con una raggelante battutona delle sue: “Ma è vero che questa puntata è la numero 4.445? Non ci sono riuscito a far smettere Costanzo. Ho anche organizzato un attentato, con una bomba. Ma niente, non ce l’ho fatta a farlo scappare…”. Chissà le risate del giornalista, scampato per miracolo all’autobomba il 14 maggio ’93 che i pm di Firenze collegano alla nascita di Forza Italia, allora contrastata da Costanzo. E figurarsi se, anziché in tv, B. l’avesse fatta nell’aula bunker dell’Ucciardone. Per questo, saggiamente, i suoi legali gli hanno suggerito il silenzio: conoscendolo, mancava solo che gli scappasse detta la verità in forma di freddura.

Cosa Nostra, ai picciotti e agli amici che parlano, di solito riserva una brutta fine. E B. l’ha già irritata abbastanza, a giudicare dagli sfoghi furibondi contro di lui del boss Giuseppe Graviano, captati in carcere qualche anno fa dalle microspie della Procura di Palermo. Non che si sia risparmiato, nei nove anni dei suoi tre governi: di leggi pro mafia ne ha fatte varie e tentate altre, per non parlare dei messaggi amichevoli inviati: continui attacchi ai pentiti, al 41-bis, al 416-bis, all’ergastolo ostativo, panegirici a Vittorio Mangano (“un eroe” perché non aveva parlato), campagne denigratorie contro magistrati, investigatori, giornalisti, scrittori, programmi tv antimafia (“Basta con questa Piovra”). Ma le attese dei mafiosi per le promesse fatte da lui o chi per lui erano ben più ambiziose dei risultati ottenuti. Meglio non farli incazzare vieppiù, non si sa mai. E poi mettetevi nei suoi panni: un conto è raccontare frottole giocando in casa, nei propri studi tv davanti ai propri impiegati. Un altro è raccontarle ai giudici togati e popolari di una Corte di assise d’appello, ai Pg e agli avvocati. Quelli dei boss e dei carabinieri che condussero la Trattativa.

E quelli dell’amico Marcello, condannato a 7 anni definitivi per concorso esterno e ad altri 12 in primo grado per “violenza o minaccia a corpo politico”. Cioè al primo governo B.. In pratica Dell’Utri, se la condanna fosse confermata anche in appello e in Cassazione, tornerebbe in galera per altri 12 anni per aver aiutato la mafia a minacciare il primo governo B. a suon di stragi. Dunque B. è vittima della joint venture Dell’Utri-Cosa Nostra, anche se non s’è mai costituito parte civile, né mai lo farà: altrimenti Dell’Utri potrebbe incazzarsi ancor più di quanto già non lo sia dopo la scena muta. I suoi legali hanno anche tentato di far proiettare in aula un’intervista dell’amico Silvio sulla sentenza Trattativa: quella in cui B. assicura che “non abbiamo ricevuto nel ’94 né successivamente nessuna minaccia dalla mafia o dai suoi rappresentanti”. Ma i giudici si sono accontentati della trascrizione, per quel che vale la parola di un bugiardo matricolato, anzi abituale. Nei processi, purtroppo, funziona così: se un teste racconta balle, si assume tutti i rischi penali del caso, ma soprattutto magistrati e avvocati possono fargli contro-domande per sbugiardarlo. E, fra domande e contro-domande, a B. non sarebbe bastato un mese di udienze.

Chi era per lui Mangano: uno stalliere o un mafioso? No, perché negli anni 70 e 80, ogni volta che subiva un attentato, B. lo attribuiva a Mangano, mostrando di sapere benissimo chi fosse. E allora perché s’è tenuto accanto per 45 anni Dell’Utri, prima in azienda e poi in Parlamento, visto che era stato proprio lui a raccomandargli e a mettergli in casa fra il 1974 e il ’76 quel bocciolo di rosa? Perché, ogni volta che sospettava di un delitto di Mangano, non lo denunciava ai carabinieri? Perché dal 1974 al 1994 (quand’era già premier) - come si legge nella sentenza Trattativa (ma anche, fino al ’92, in quella definitiva della Cassazione su Dell’Utri) - pagò semestralmente fior di milioni a Cosa Nostra, sempre tramite Marcello? Perché nel ’94 il suo primo decreto, firmato dal ministro Biondi e passato alla storia come “Salvaladri”, conteneva una norma che aboliva l’arresto obbligatorio per i mafiosi e una che obbligava i pm a svelare agli avvocati dei mafiosi se i loro clienti erano indagati? Chi le infilò in quel decreto? Fu per caso Dell’Utri a suggerirle, visto che - in base alle sue agende e alla sentenza Trattativa – fra il ’93 e il ’94 incontrò spesso il vecchio Mangano (nel frattempo condannato per mafia e droga al maxiprocesso) fra Milano e Como? Ecco: provate voi a rispondere a domande del genere e a continuare a fare politica: potrebbe essere impossibile persino in Italia. Meglio tacere e sperare in bene. Nel 2002 i pm del processo per mafia a Marcello andarono a Palazzo Chigi per interrogare B. che, già allora, si avvalse della facoltà di non rispondere. E Dell’Utri si beccò 7 anni di galera. Ora, onde evitare di tornarci per altri 12, gli ha chiesto lui di testimoniare: altra scena muta. Manca solo che si incazzi Dell’Utri e parli, o faccia parlare qualche compare. Non l’augureremmo neppure al nostro peggior nemico. Figurarsi a un amico come Silvio.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

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