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Opinioni

''Vogliamo sapere perché Daphne Caruana Galizia è stata uccisa''

di Sandro Ruotolo
Pubblichiamo l’intervento che il giornalista Sandro Ruotolo ha tenuto nel corso della “Vigil for Truth and Justice”, che si è svolta a La Valletta (Malta), lo scorso 16 settembre per ricordare il brutale omicidio della blogger Daphne Caruana Galizia, uccisa il 16 ottobre 2017.

Una manifestazione che si ripete ogni mese per denunciare la negata giustizia sul caso, a fronte dello stallo nelle indagini, seguito alla messa in stato d’accusa di tre presunti colpevoli e, inoltre, per sollecitare il Governo maltese ad accogliere il pressante invito del Consiglio d’Europa a costituire quanto prima una commissione d’inchiesta indipendente che possa fare luce sull’accaduto.

Vi chiedo scusa se leggerò il mio intervento in italiano. Oggi è un giorno importante per voi ma lo è anche per noi, direi per tutti noi. Quando il 26 giugno scorso l’assemblea parlamentare del consiglio d’Europa ha intimato al governo maltese un’inchiesta pubblica indipendente per conoscere la verità sull’autobomba che ha ucciso Daphne, ci siamo mobilitati anche noi in Italia. Il sottoscritto e Paolo Borrometi che è un altro giornalista italiano che vive sotto scorta, minacciato come me dalla criminalità organizzata, abbiamo lanciato una petizione popolare sulla piattaforma chance.org per sollecitare il governo di Malta a promuovere la commissione d’inchiesta indipendente. In poche settimane hanno firmato la petizione più di 42 mila persone.

Non siete solo voi a voler sapere perché Daphne Caruana Galizia è stata uccisa. Lo vogliamo sapere anche noi. Giornalisti e opinione pubblica perché se siete meno liberi voi, siamo meno liberi anche noi.

Tra gli articoli fondamentali della Costituzione italiana ce n’è uno che riguarda proprio la libertà di informare. È l’articolo 21 che recita: “tutti hanno il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. È un nostro dovere, quello di informare correttamente, ma è un diritto vostro, dei cittadini, quello di essere informati correttamente. E quando si minaccia un giornalista, quando si uccide un giornalista per il suo lavoro, viene colpita la democrazia. Senza libertà di informazione non c’è democrazia. Ecco perché conoscere la verità sulla morte di Daphne Caruana Galizia, pretendere giustizia, vedere sul banco degli imputati killer e mandanti dell’autobomba del 16 ottobre di due anni fa ci vede impegnati in prima persona.

Il mio è il Paese dove sono stati uccisi dalle mafie e dal terrorismo undici giornalisti senza contare i colleghi uccisi nei teatri di guerra. Ma siamo centinaia quelli minacciati.

Pensate solo che in questo scorcio del 2019 L’osservatorio Ossigeno per l’informazione della Federazione nazionale della stampa ha contato 295 giornalisti e blogger intimiditi e minacciati. Certo, non tutti dalle mafie. Siamo invece 22 i giornalisti ad essere protetti dallo Stato, con scorte armate.

Chi vi parla è sotto scorta in Italia dal 4 maggio 2015. Da 1596 giorni. Ci sono altri giornalisti, scrittori, privati della loro libertà personale da molto tempo. Ma grazie a questa protezione dello Stato siamo persone libere. Possiamo esprimere il nostro pensiero, pubblicamente, possiamo lavorare.

Pur vivendo a Roma la mia regione d’origine è la Campania, la città dove sono nato è Napoli. E dalla mia terra è arrivata la minaccia di morte per me. Napoli è la città dove il 23 settembre del 1985 venne ucciso un cronista del quotidiano napoletano “Il Mattino”, Giancarlo Siani. È la città, la Regione dove la criminalità organizzata si chiama camorra e che, come la mafia siciliana, con intimidazioni e minacce, cerca di imporre il suo potere.

Da noi le mafie c’erano prima della nascita del Regno d’Italia unitario, prima del 1861. Perché esistono ancora oggi? Perché dal sud del Paese, si sono radicate nel ricco centro Nord? Perché si relazionano con il potere. La lotta alle mafie è innanzitutto una battaglia per la difesa della nostra Costituzione. Dove ci sono le mafie non ci sono diritti, dove ci sono le mafie non c’è sviluppo economico e sociale. Fatturano più di 100 miliardi di euro l’anno senza contare l’evasione fiscale. Secondo alcune agenzie è l’equivalente del 7 per cento del Pil.

Uno dei settori più redditizi per la camorra è lo smaltimento e il traffico illecito dei rifiuti. In una delle mie inchieste televisive avevo chiesto, fatto cioè una domanda, ad un collaboratore di giustizia se gli risultavano rapporti tra gli uomini dell’intelligence e il capo di uno dei clan più potenti della camorra e più simile a Cosa Nostra per risolvere l’emergenza dei rifiuti in Campania. Quel boss, Michele Zagaria, del clan dei casalesi, ha deciso di farmela pagare. Mi vorrebbe squartare vivo.

Ecco vedete, uno degli aspetti che non sopporto dell’omicidio di Daphne Caruana Galizia è che lei era stata minacciata e aveva paura di essere uccisa. E nessuno l’ha protetta. Quando muore un giornalista muore un pezzo di democrazia. Siamo qui, tutti insieme, mentre sta per scadere l’ultimatum del Consiglio d’Europa per l’istituzione della commissione d’inchiesta indipendente.

Anch’io, e penso di parlare a nome dei giornalisti del mio Paese, mi rivolgo al governo di Malta. Voi avete bisogno di conoscere la verità sulla morte di Daphne Caruana Galizia, noi abbiamo bisogno di avere delle risposte. Noi tutti abbiamo il sospetto che le inchieste di Daphne avessero toccato il potere. Abbiamo bisogno di “un giudice a Berlino”. Abbiamo bisogno di una giustizia imparziale e giusta. Anche qui, a La Valletta.

Daphne non ti lasciamo sola.

A seguire le lettere di Paolo Siani, fratello di Giancarlo assassinato dalla camorra e della famiglia di Peppino Impastato ucciso a Cinisi il 9 maggio 1978 che sono state lette durante la veglia svoltasi a La Valetta

Paolo Siani: “Perché Daphne è morta?”

Quando un giornalista viene ucciso e in questo modo, con un’autobomba, non può che essere per il suo lavoro, per quello che sapeva, per quello su cui indagava e scriveva. Ma soprattutto per quello che non aveva ancora scritto, ma sapeva.

Questo deve essere il punto di partenza di tutte le indagini, anche se complesse e difficili. La procura generale maltese ha formalizzato le accuse e chiesto condanne all’ergastolo per i tre presunti autori materiali dell’omicidio di Daphne Caruana Galizia, ma restano sconosciuti i mandanti.

Le storie dei giornalisti uccisi in Italia sono uguali a quella di Daphne. In tutti i casi, se dopo le prime fasi tutti parlavano di mafia e tutti dicevano cercate nei loro articoli, in quello che dicevano alla radio o alla tv, poi piano piano le indagini si indirizzavano verso altro e quando pure venivano arrestati gli autori materiali i mandanti spesso restavano nel buio, proprio come per Daphne.

È successo così per Peppino Impastato, Mauro Rostagno. E’ successo così anche per Giancarlo.

Come ha sottolineato l’Unesco, non ci si può limitare a commemorare i giornalisti uccisi senza comprendere che essi rappresentano solo la punta dell’iceberg. Infatti per ogni giornalista ucciso ve ne sono tantissimi che subiscono minacce e intimidazioni.

Penso che oggi la libertà di stampa e di informazione nel nostro Paese siano fortemente minate. Nessun giornalista può essere lasciato solo. E le istituzioni, oltre che i cittadini, hanno l’obbligo di dimostrare che non lasciano solo o indifeso chi mette a rischio la propria vita per informarli.

E allora ecco che la memoria è importante. Perché ci consente di ricordare fatti del passato per cercare di comprenderli, e trarne indicazioni valide anche per il presente.

La memoria è fondamentale per la collettività. Un Paese senza memoria è un Paese condannato a deperire. La memoria poi si materializza, nei monumenti, nei simboli, nelle intitolazioni delle strade, delle scuole, e serve a ricordare anche dopo molti anni le vittime delle mafie.

Il nostro è un Paese che tende a ricordare i caduti con corone, celebrazioni, ma senza meditare a sufficienza sul significato di quelle morti ed evitare quindi che ce ne siano altre.

Per questo motivo da 34 anni mi batto nella mia città, Napoli, per ricordare Giancarlo e i giornalisti uccisi e con loro tutte le vittime innocenti della criminalità.

Conosco bene la solitudine, le sofferenze dei familiari di Daphne. Tocca a loro e a tutti noi tenerne vivo il ricordo, per provare a costruire una nuova società libera dalle mafie.

Non siete soli.

Famiglia Impastato: “Peppino come Daphne”

Peppino, come Daphne, ha speso la sua vita in nome di un ideale, ha posto la ricerca della verità davanti a tutto il resto, alla famiglia, alla paura e alla sua stessa vita.

Come Daphne ha denunciato la corruzione e il malaffare, le connivenze tra il potere e la mafia; lo ha fatto dalle pagine de “l’idea socialista” prima, giovanissimo, dai microfoni di Radio Aut, poi. Come Daphne, Peppino, faceva nomi e cognomi, e, come lei, non si è mai fermato neppure davanti alle minacce ed alla paura.

Peppino Impastato e Daphne Caruana Galizia, hanno dunque avuto in comune il loro amore per la verità, che ha portato Peppino a compiere la sua scelta di rottura con la famiglia mafiosa ed a quella di dedicare la sua vita alla militanza politica, alla denuncia e alla lotta contro la mafia.

Daphne, come Peppino, è stata fatta saltare in aria, lei con un’autobomba, lui con 5 chili di tritolo sui binari della ferrovia. Li hanno uccisi dilaniandoli, perché così fanno i poteri oppressivi quando vogliono colpire chi si batte a testa alta in difesa della giustizia e della legge, chi vuole raccontare i malaffari della politica e gli intrecci tra questa e la criminalità. Li hanno voluti zittire, spegnere le loro voci, come quelle di tanti che hanno subito la stessa sorte, i tanti, troppi giornalisti che come Daphne e Peppino, sono stati uccisi solo perché hanno tentato di raccontare la verità.

Noi non ci siamo arresi e grazie a chi si è speso in tutti questi anni perché non calasse il silenzio sul caso Impastato, prima fra tutte Felicia, la madre, Peppino, dopo 24 anni, ha ottenuto giustizia.

Adesso la stessa Giustizia la chiediamo per Daphne. Per lei e per chi come lei aspetta ancora una risposta giudiziaria, chi aspetta di ottenere una verità, quella verità in nome della quale hanno speso la propria vita.

Sposare le cause di Peppino oggi e rispettarne la memoria, per noi significa anche non lasciare soli quei giornalisti che, ancora adesso, quotidianamente, con coraggio, svolgono la loro professione e si battono per la libertà di espressione, perché solo la solidarietà di tutta la società civile può permettere loro di non rischiare la vita, di non sentirsi soli e di poter continuare ad informarci, perché solo la salvaguardia di un’informazione libera è garanzia di un Paese libero e democratico. 

Tratto da: liberainformazione.org

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