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Opinioni

Apologia di Antonino Scopelliti (e in fondo pure di Maurizio Avola)

di Fabio Repici
Il magistrato Antonino Scopelliti, assassinato a Campo Calabro (provincia di Reggio Calabria) il 9 agosto 1991, a ventotto anni dalla morte non ha ancora avuto giustizia. Di verità, invece, forse ne ha avute perfino troppe, e spesso accompagnate da cortine fumogene e da insopportabili veleni.
Adempiuto anche quest'anno al doveroso tributo alla memoria del sostituto procuratore generale presso la corte di cassazione, vale la pena - ed è forse un esercizio altrettanto utile alla memoria di Scopelliti, da espletare nei restanti giorni dell'anno - riflettere sull'attenzione che l'informazione ha assegnato al suo martirio negli ultimi tempi, a far data dalle inedite e più che postume e più che sorprendenti rivelazioni del collaboratore di giustizia catanese Maurizio Avola. Il quale dal 2017, dopo averla ufficialmente intrapresa nel lontanissimo marzo 1994, ha avviato - così ha detto - la sua nuova e completa collaborazione con l'autorità giudiziaria, e in particolare, prima che con la Procura di Reggio Calabria, con la Procura di Caltanissetta, guidata dal 2017 dal magistrato Amedeo Bertone, lo stesso che in qualità di sostituto procuratore a Catania aveva già raccolto le prime rivelazioni di Avola e pure, nel 1997, le seconde (di una fase di nuove e inedite rivelazioni susseguite all'arresto del pentito per rapine commesse a Roma in quell'anno insieme a Claudio Severino Samperi e al fratello di quest'ultimo).
In sostanza, sostiene da ultimo Avola, fino al 2017 egli aveva avuto paura di parlare di vicende nelle quali era coinvolto Matteo Messina Denaro, per timore delle conseguenze che gli sarebbero potute derivare, anche sotto protezione, dalla rete massonica e di apparati deviati di cui il latitante di Castelvetrano (che a marzo 1994, in realtà, era latitante da meno di un anno) può disporre pure all'interno delle istituzioni centrali. E, così, nella sua nuova versione, Avola ha riferito di aver partecipato alla fase esecutiva dell'omicidio Scopelliti (insieme, fra gli altri, a Messina Denaro) e ha accusato il latitante capomafia di Castelvetrano pure, in una progressione geometrica della portata delle sue rivelazioni, di essere stato fra i killer di Giangiacomo Ciaccio Montalto, magistrato in servizio alla Procura di Trapani ucciso il 25 gennaio 1983.
Ma il pezzo sicuramente più forte delle ultime, reboanti, rivelazioni avoliane consiste nell'indicazione del covo, in provincia di Catania, in cui era custodito, insieme a vario munizionamento, il fucile che secondo lui era stato utilizzato per assassinare Scopelliti. E, certo, questo, se fosse stato verificato come un dato di realtà, avrebbe dato un suggello insuperabile alla veridicità di queste pur tardive (venticinque anni di ritardo!) confessioni.
Chiunque, e per primi ovviamente i magistrati della Procura della Repubblica di Reggio Calabria, davanti all'indicazione del fucile usato per l'omicidio Scopelliti, ha ben sperato che gli accertamenti tecnici avrebbero dato riscontro. Prima ancora del parere degli esperti incaricati (poi risultato non certo positivo), tuttavia, curiosamente la patente di attendibilità alle parole di Avola è venuta da molti organi di informazione. Giustolisi e Musolino, sul Fatto Quotidiano del 18 maggio 2019, se ne sono detti certi: "dopo il rinvenimento del fucile fatto trovare ai magistrati da Avola". E sempre Giustolisi, sul Fatto Quotidiano del 4 giugno 2019, ha ratificato pure la nuova versione di Avola sulla cattura di Nitto Santapaola, avvenuta il 18 maggio 1993, scagionando dal ruolo di “traditori” gli uomini di Cosa Nostra barcellonese e attribuendone il “merito” al mafioso catanese Marcello D'Agata.
Già in passato Giustolisi, su Micromega/La Primavera n. 2 del 9 marzo 2006, si era occupato di Maurizio Avola, a commento della deposizione del pentito catanese nel processo sul “caso Messina” (che coinvolgeva, tra gli altri, magistrati messinesi e il falso pentito Luigi Sparacio). Era stato dato rilievo, in quell'occasione, alle dichiarazioni di Avola sul potente imprenditore mafioso messinese ma originario di Bagheria (zio di una attuale parlamentare di Forza Italia), Michelangelo Alfano. In questo modo: "Figura centrale degli intrecci inconfessabili fra Cosa Nostra e il mondo dei colletti bianchi, secondo Avola, era Michelangelo Alfano, un imprenditore morto suicida di recente in circostanze ancora poco chiare e imputato di mafia in questo processo. Avola sa molte cose su questo personaggio, ma all'inizio della sua collaborazione omette di raccontarle. “Non parlai di lui”, dice al pm Antonino Fanara, “perché D'Agata mi diceva che era un personaggio molto potente e che faceva anche parte della massoneria. Era quindi una persona che mi faceva un po' paura. E così non parlai né di lui, né di altri ma solo dei semplici mafiosi come eravamo noi”". Sembra quasi un canone, quello di Avola, anticipato su altri nomi oltre un decennio prima di quanto fatto con Matteo Messina Denaro. Nello stesso pezzo erano riportate, a supporto, anche le parole del difensore di Avola, Ugo Colonna, sul silenzio con cui gli organi d'informazione avevano a suo dire celato le rivelazioni del suo assistito: "Una testimonianza durata tre ore che è stata oscurata dai media locali e nazionali. Il perché prova a spiegarlo l'avvocato Ugo Colonna, parte civile al processo contro i magistrati messinesi e difensore dello stesso Avola: “Gli editori nazionali fin dal 1999 non intendono più occuparsi dei fatti di mafia che riguardano gli strati alti dell'imprenditoria e della politica. Sembra proprio che ci sia una sorta di patto trasversale sulla scorta del quale non solo la stampa ma anche certe procure hanno inteso da anni porre un velo di coperture”". Visto lo spazio dato alle recenti rivelazioni del suo assistito, oggi l'avvocato sarà sicuramente più soddisfatto. Nonostante, più che le aggiunte recenti su Messina Denaro, quel che colpisce di più delle ultime versioni di Avola nelle deposizioni, il 17 maggio 2019, al processo 'Ndrangheta Stragista a Reggio Calabria e, il 5 aprile 2019, a quello per le stragi di Capaci e via D'Amelio contro Messina Denaro a Caltanissetta siano state la sottrazione di un nome da lui fatto in passato, quello del barcellonese Rosario Pio Cattafi, e il riduzionismo (al limite della discolpa) sul ruolo di Pietro Rampulla, condannato in via definitiva come il grande stratega tecnico della strage di Capaci ma addirittura ora descritto da Avola quasi come un incapace in materia esplosivistica. Si prevede un altro clamoroso giudizio di revisione pure per Rampulla, legato fin dall'inizio degli anni Settanta a Cattafi e all'eversione neofascista? Oppure - ipotesi più auspicabile - Avola, una volta che parlasse fuori da influenze esterne, magari spiegherà alcune grossolane contraddizioni alle quali è stato indotto.
Ma, tornando a Scopelliti, sull'onda dell'attenzione provocata dalle recenti esternazioni di Avola, a destare scalpore è stato Gianfrancesco Turano, su L'Espresso del 2 maggio 2019. Il giornalista, infatti, non solo ha descritto il magistrato assassinato quasi come fosse un colluso con ambienti mafiosi e con le gerarchie vaticane dello Ior, ma ha pure espressamente parlato di "antagonismo fra Scopelliti e Falcone" ed evocato la possibilità che l'assassinio del pm designato per la trattazione del maxiprocesso palermitano in Cassazione sia avvenuta non su ordine o nell'interesse di Cosa Nostra ma addirittura, con un incredibile ribaltamento di tutte le risultanze finora conosciute, contro l'interesse dei vertici della mafia siciliana, per procurare volontariamente in loro danno l'esito disastroso del maxiprocesso.
Quanto alla falsità del presunto conflitto fra Antonino Scopelliti e Giovanni Falcone (che subito dopo l'omicidio del collega, peraltro, si precipitò in Calabria e presenziò al funerale), basterebbe leggere cosa scrisse proprio il magistrato palermitano su La Stampa il 17 agosto 1991 (il pezzo è riportato nel libro "Primo sangue", di Aldo Pecora, con prefazione di Rosanna Scopelliti, ed. BUR): "L'ultimo delitto eccellente - l'uccisione di Antonino Scopelliti - è stato realizzato, come da copione, nella torbida estate meridionale cosicché, distratti dalle incombenti ferie di Ferragosto e dalla concomitanza di altri gravi eventi, quasi non vi abbiamo fatto caso. Unico dato certo è l'eliminazione di un magistrato universalmente apprezzato per le sue qualità umane, la sua capacità professionale e il suo impegno civile … uno dei più apprezzati collaboratori del procuratore generale della corte di Cassazione, addetto alla trattazione di gran parte dei più difficili ricorsi riguardanti la criminalità organizzata".
E, del resto, nitide e inequivocabili sono state le parole del Procuratore di Reggio Calabria, Giovanni Bombardieri, per il ventottesimo anniversario del delitto Scopelliti: "Il brutale omicidio del giudice Scopelliti ha rappresentato una ferita profonda per l'intero Paese, perché è collegata alla sua attività professionale. Un'attività che ha riguardato l'intera nazione, la Procura è in prima linea nell'affrontare le indagini che sono collegate a quel vile attentato".
In fondo, le sue qualità il magistrato Antonino Scopelliti le aveva mostrate fin da giovanissimo pubblico ministero a Milano, chiamato a dibattimento a sostenere l'accusa contro gli imputati, tutti di estrazione anarchica, di numerosi attentati che erano stati commessi nel capoluogo lombardo e in altre città nel 1968-69. Le forze di polizia e il giudice istruttore di Milano avevano puntato tutto e solo contro la responsabilità di esponenti di sinistra e del mondo anarchico, in una "prova generale" (come acutamente raccontata di recente da Paolo Morando in "Prima di Piazza Fontana", ed. Laterza) del depistaggio su piazza Fontana. Agli imputati era stato addebitato anche l'attentato del 25 aprile 1979 alla Fiera Campionaria di Milano, preludio di quelli dell'8 e 9 agosto sui treni. Tutti questi attentati, si seppe dopo (ma si poteva capire fin da subito), erano stati compiuti dalla banda neofascista veneta di Franco Freda e Giovanni Ventura.
Bene, in un giudizio celebratosi in un clima complessivo fortissimamente colpevolista, il giovanissimo pm Scopelliti aveva saputo tenersi distante dalle pulsioni reazionarie che ai tempi governavano gran parte della magistratura e, separando il grano dal loglio, aveva chiesto l'assoluzione degli imputati per le bombe che poi la storia dimostrò fasciste e aveva chiesto la condanna di taluni di loro per alcuni fatti che gli stessi protagonisti, in appendice al libro di Morando, da ultimo hanno ammesso come effettivamente da loro commessi.
È il caso di riportare direttamente le parole di Scopelliti, pronunciate nel corso di un'udienza in cui la trama accusatoria (non costruita da lui) aveva mostrato crepe scandalose intorno alle dichiarazioni di una testimone d'accusa palesemente posticcia: "Fin dal primo giorno di questo processo abbiamo affermato che noi, più ancora della difesa, ci saremmo preoccupati di far luce su questa avventura giudiziaria certamente inquietante. Devo dare atto che questa Corte ha dimostrato sensibilità e serenità. Il discorso della difesa relativo alla protagonista della vicenda è accorato ed è certamente il risultato di determinate inquietudini e va ascoltato. Ma da questo banco dobbiamo dire che le amarezze della difesa sono anche le nostre e noi, al momento delle nostre conclusioni, terremo conto di tutte le luci e di tutte le ombre del processo".
Non c'è modo migliore per ricordare un magistrato ucciso semplicemente per non aver abdicato al suo dovere.