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Opinioni

Se questo è un uomo...

il signore del sorrisodi Anna Vinci - Scarica il libro
Festus Omagbon 32enne, Jennifer Otioto 29enne, Gideon Azeke 26enne del Niger; Mahamadou Toure 28enne del Mali; Wilson Kofi 20enne del Ghana; Omar Fadera 23enne del Gambia.
Questi sono i nomi e i cognomi di cinque giovani uomini e una donna, impallinati da un signore, che invece, non può aspirare a essere ricordato con un nome e un cognome. Con il suo gesto si è tirato fuori dal consesso degli esseri umani.
Non erano persone, per lui, ma solo colori della pelle, minacciosi: uno, due, tre, quattro, cinque, sei. Brutti ricordi, orribili fantasmi del passato.
Da quando ho visto ciò che è accaduto a Macerata non riesco a dimenticare. E non voglio dimenticare. E credo di essere in buona compagnia. Penso a quei giovani che non sapevano cosa avrebbe spezzato il loro respiro, già affannato nel muoversi lontano dalle proprie terre.
“La prima cosa è esercitarsi a guardare chi ci sfiora per strada ricordando che è un uomo unico, e che ha un infinito valore. Non nemmeno solo una vittima, è di più: è un uomo, nella sua totalità”. Cito alcune parole tratte da un’intervista alla filosofa Laura Boella che su Antimafia Duemila è riportata integralmente.
Possibile che abbiamo dimenticato a che cosa porta ridurre l’altro a una sottospecie?! Senza memoria non c’è presente, né futuro.
Ha ragione il giovane parlamentare che vuole ricordare vicino alla Villa di Arcore le radici maleodoranti di certe ricchezze. Tuttavia, se vogliamo capire partendo dal passato il nostro presente, non bisogna neanche tirarsi fuori dalla mischia: gli altri sbagliano, gli altri imbrogliano, gli altri cattivi. Gli altri “rinconglioniti”, derivato di coglione col prefisso rin.
Per favore basta con questo linguaggio di cascami maschilisti, forse inconsapevole, peggiore di quello consapevole.

Riflettendo – di alcune riflessioni vi sto mettendo a parte –, mi è sorta l’esigenza di chiedere ad Antimafia Duemila, di collaborare a fare leggere il mio libro Il signore del sorriso che ho molto amato, che è stato completamente ignorato, prima nel 2001, (Edizioni Associate) e poi nel 2012 (Iacobelli editore).

Raccontavo a modo mio – sono una narratrice – partendo dalle nostre vite quel clima barbaro che ci aveva immerso in un’ipnosi collettiva.

Mi sono chiesta come mai soprattutto nel 2001, quando imperversava la lotta tra il Bene e il Male, voluta dal signore dell’amore che aveva cominciato da anni a inculcare il principio del nemico, dell’odio, pur pretendendo di praticare amore, il mio libro non fu assunto, come capitò con alcuni film o altre pubblicazioni, tra i paladini del campo dei giusti. Non era schierato, è la mia risposta. Non era sufficientemente manicheo.
Mi si permetta un appunto, forse datato, del resto sono una figlia degli anni cinquanta, con ciò che consegue nella scelta di campo – certo non solo generazionale – tra sessantotto e femminismo: mi sembra che di questi tempi noi donne fatichiamo a farci ascoltare. O sbaglio?
Per questi motivi, facendo forza su me stessa, e su una certa fatica ad appassionarmi a questa campagna elettorale, ho rispolverato vecchie parole, e aggiungo: votate chi volete, ma per favore nel farlo non dimenticate il tiro al bersaglio di Macerata.
Sento rimbombare la mala fede dei soliti: ...parlate degli immigrati e non dei terremotati?
La storia di Favino a Sanremo docet.
O peggio ancora gridano indignati: ...la povera ragazza ammazzata?
Aggiungo, faticando a trattenere un conato di sdegno: ascoltate le parole dei genitori di Pamela. Se avete voglia o spirito pregate, se no, raccoglietevi in silenzio, davanti a un dolore che è strazio, e quale strazio immenso.
A che cosa serve confondere? Aggredire? Offendere? A chi giova? Serve a chi non vuole la verità, non ha la forza, la passione di cercarla, di sopportarla? Non ci sono ricette davanti a una migrazione epocale. Per favore tacciano gli avvoltoi, non servono a noi mortali che non possediamo la loro lungimiranza, che tentiamo di avanzare tra dubbi, piccoli o grandi sogni, ideali maltrattati.
Chi di noi non vuole leggi giuste, rispettate, tanto dagli italiani quanto dagli stranieri?
Quale uomo di qualità, quale donna ci rappresenta, calpestando la tensione alla pace di ogni popolo? Chi seminando zizzania, facendo presa sulle nostre paure? Invece di aiutarci a pensare, a guardare alla bellezza della vita, alla complessità, al rischio insito nel vivere?
Forse chi ci illude, offende la nostra intelligenza, affermando che con qualche legge severa, qualche frontiera in più, con qualche muro in più, si tengono lontani uomini e donne disperati?
Chi può dire SE QUESTO È UN UOMO quando afferma: ...ancora con questa storia del fascismo? ...ancora con questa storia dell’olocausto?
Rispettate i nostri padri e le nostre madri che hanno creduto nella democrazia e nella libertà, troppo comodo a parole elogiarli. No, grazie, statevene nelle vostre case. vinci anna bestE, quando uscite, abbiate almeno il coraggio di dire fino in fondo da quale parte state. Tuttavia non dimenticate la Costituzione.
Mi avvio alla conclusione, con queste parole di Tina Anselmi, mai stanca di ricordarle: “Se avessero vinto i nazisti, con cui i fascisti e repubblichini furono alleati, l’Europa sarebbe diventata una camera a gas” e questa non è una ‘coperta di Linus’, è la storia. Il voto è libero, un diritto, anche per quelli che ammiccano alla dittatura del fascismo nata con la marcia su Roma e l’assassinio di Matteotti, perfezionata con le leggi razziali del 1938! Partecipazione: questa è la democrazia.

P.S.
La copertina dell’ultima edizione del libro è stata scelta con convinzione, e ringrazio l’editore di avermi assecondato con la loro abilità grafica. I diritti del testo sono tornati a me, dopo che il libro senza neanche comunicarmelo è stato mandato al macero nelle molte copie invendute. Doloroso per un autore.
Infine, cosa più importante, grazie di cuore, all’amica Simona Argentieri, che ha voluto offrirmi la prefazione al libro. Le sue parole sono ricche d’intelligenza e pacatezza.

Ah, quel sorriso, quel suo sorriso!*
Si racconta che venendo al mondo il neonato destinato alla gloria, non pianse e che la madre, dopo un attimo, quanto umano di trepidazione per quel silenzio sospetto in un neonato, guardandolo notò che stava facendo una smorfia. Era la sua una piccola smorfia che, essendo il neonato sdentato, poteva far pensare a un ghigno. Ma non lo pensò la mamma che d’impeto urlò: ‘Ha sorriso, lui la sbeffeggia la vita! Sorride! Piccolo meraviglioso, impunito’.
Quando un dottore, un vecchio medico amante del bel canto, suggerì alla partoriente di fare un ulteriore controllo al piccolo, paventando nel ritardo del pianto una qualche conseguenza negativa, questa si offese: ‘Mio figlio! Quale deficienza. Sarà lei deficiente. Lei è un invidioso, perché sua moglie non ha partorito nulla di bello. Forse è anche sterile’.
*********************
Non bisogna dimenticare che egli era abituato fin da piccolo a confondere ciò che desiderava con ciò che gli si doveva e pertanto quando desiderava qualcosa, qualsiasi cosa fosse, oggetto, emozione o sogno, non aveva pace finché non lo possedeva. Ma per possedere, non oggetti ma emozioni e sogni bisogna impadronirsi delle anime. Per questo promise a se stesso di inventare uno spettacolo continuo che entrasse nelle case di tutti, sempre a ogni ora.
*****************
Non era ancora il capo che sarebbe diventato, non aveva ancora né circo, né pedana e a casa non possedeva un mappamondo dove esercitarsi e sempre più sentiva sul collo il fiato degli avversari, dei nemici. Era ossessionato dai nemici. Forse quella lieve linea di demarcazione tra sorriso e smorfia che lo aveva segnato al momento della nascita, era diventata in lui una falla che divideva compagni e avversari. Tra gli altri e i suoi, quelli ovvero che, come lui, avevano la capacità di svolazzare, di restare a galla qualsiasi fosse l’elemento sul quale si galleggiava.
**********************************

*Ringraziamo Anna Vinci per alcune frasi sintetiche tratte dal libro per renderne lo stile



“Il signore del sorriso”
Prefazione di Simona Argentieri

A che punto saranno le travagliate vicende della politica italiana nel momento in cui il libro di Anna Vinci Il signore del sorriso uscirà per la seconda volta in libreria? Avremo, come si usa dire, voltato pagina, o saremo ancora impaniati nella scomposta agonia di uno dei periodi più cupi della nostra storia?
Purtroppo, seppure saremo formalmente usciti dalla mortificazione di questi desolanti anni di malgoverno, non potremo eludere una scomoda domanda rivolta a noi stessi: perché abbiamo tollerato per tanto tempo tutto questo? Perché le acute considerazioni di Anna Vinci pubblicate per la prima volta nel 2003, basate su esplicite nefandezze alla portata di ogni sguardo, non hanno avuto eco? Quali ambiguità e reticenze, quali collusioni inconsce e sottovalutazioni coscienti del pericolo da parte degli oppositori hanno permesso un tale sfacelo collettivo della comunità civile?
Dobbiamo infatti essere consapevoli che il danno inferto al paese su ogni piano e ad ogni livello, oltre ad essere enorme, è forse anche irreversibile. Corruzione, violenza distratta, disprezzo per la cosa pubblica e per i destini dello stato, megalomania, volgarità, malafede, arroganza, incultura, amoralità... sono oramai infatti divenuti i tratti costanti di un clima pubblico e privato che ha improntato una intera generazione.
Certo non bisogna ripetere l’antico errore – e l’autrice certo non lo fa – di invertire l’ordine dei fattori: Berlusconi non è la causa, ma piuttosto l’effetto, il prodotto delle debolezze e dei vizi di un intero popolo che ha determinato un degrado etico e culturale sfuggito ad ogni controllo.

Molte volte in questi anni cupi mi è stato chiesto di tracciare un identikit psicopatologico del tiranno in forma di intervista, di articolo, di pamphlet, di libro; ma ho sempre rifiutato tale forma di lotta politica. Sono infatti convinta che non si debbano usare gli strumenti della psicoanalisi per tracciare in pubblico le ‘diagnosi’ di divi, protagonisti di cronaca nera, politici... neppure con il loro consenso. So bene che altri colleghi - magari con le migliori intenzioni - lo fanno, ma io continuo a pensare che non si debba: perché è deontologicamente scorretto, perché con gli elementi in nostro possesso possiamo fare solo illazioni generiche, ma soprattutto perché non serve. Delineare il ritratto psicologico delle madri assassine o del politico perverso non è funzionale al ‘diritto di sapere’ o al ‘bisogno di capire’ così spesso invocati, bensì appaga la curiosità morbosa, collassa lo sforzo del pensiero – già così basso – in stereotipi rassicuranti che confermano che il ‘male’ è nell’altro; con i meccanismi spiccioli della scissione e della proiezione non si attiva alcun conflitto intrapsichico, che è l’unico trasformativo.
Ad Anna Vinci che mi ha proposto di stendere questa prefazione ho invece detto subito di sì, perché le sue riflessioni e il suo intento sono di tutt’altro tenore. Fin dal titolo, infatti, indaga la questione relazionale, non la preoccupa tanto analizzare il personaggio, ma capire quali tratti del suo carattere, dell’eterno sorriso del ‘capo’, della sua storia abbiano esercitato quel fatale appeal mediatico che gli ha consentito – con la collusione di tutti noi – di impadronirsi per così lungo tempo del nostro destino.

Anna Vinci è giornalista, scrittrice, ma è anche molto di più: è una cittadina eccellente, normale; non nel senso, purtroppo, che rispecchi la media, ma in quello a me caro di persona che rappresenta la ‘normatività’, la misura antieroica dell’impegno civile quotidiano, la moralità solida e discreta di chi vede coincidere i valori etici privati con quelli pubblici, consapevole del vincolo essenziale tra bene individuale e bene comune.
Come nella sua recente pregevole fatica - La P2 nei diari segreti di Tina Anselmi (Chiarelettere 2011) - ha messo il suo talento di scrittura al servizio del lettore. Implacabile, severa nella sostanza, usa però il tono che la contraddistingue di leggerezza, sobrietà, persino di eleganza. Cito ad esempio il capitolo La soglia, dove con raffinata estetica narrativa parla dello squallore psicologico che lega ‘il dio dell’amore’ ai suoi adepti: della capacità del ‘signore del sorriso’ di cogliere “le differenze tra quelli per contiguità di carattere destinati a seguirlo, pochi, e gli altri, i più, destinati a riconoscerlo capo per bisogno, per servilismo...”; e per contro di quel suo speciale “tocco di non classe, ovvero la capacità di svolazzare, di stare e non stare, di agire e non agire. In breve di restare a galla, quale che sia l’elemento sul quale si galleggi”.
La sua critica è spietata, ma non ha mai – le sia reso merito – la qualità fastidiosa del narcisismo morale, di chi si dichiara al di sopra della mischia.

Quale fascino ha dunque esercitato questo ometto con i piedi piatti e l’eloquio da imbonitore su una così larga fascia del popolo italiano? La risposta dell’autrice è che ha fatto appello alle nostre parti peggiori, all’illusione infantile che sia possibile essere esonerati dalle leggi del principio di realtà, che il desiderio di ciò che si vorrebbe coincida con il diritto di poterlo avere.
Non sopravvalutiamo l’uomo, in sé rozzo e mediocre, né le sue argomentazioni deboli e fallaci; perché la delega che gli è stata data, l’autorità che gli è stata conferita “sotto i cieli bassi di un paese piatto” si basano sul cinismo e l’egoismo miope dei suoi elettori, sulla pretesa ad accedere a un privilegio personale che è basato sull’inganno e soprattutto sull’auto-inganno.
Il malefico influsso dell’era berlusconiana non si è limitato alla sia pur larga cerchia dei suoi complici e neppure dei suoi elettori, ma si è esteso – nostro malgrado – all’intera comunità sociale. L’abitudine allo scandalo, l’indulgenza scambiata per tolleranza, la corruzione serpeggiante sono ormai considerate ‘normali’ come eventi metereologici. Basta pensare al vertiginoso regresso culturale della sessualità (come sembrano lontani gli anni delle battaglie femministe!), con donne liete di vendere il loro corpo senza più neppure il disagio di essere chiamate puttane; e per contro la complicità sotterranea dei tanti che, pur senza essere perversi, un po’ invidiano l’atteggiamento sfacciato e impunito degli uomini vecchi che costruiscono la loro autostima in ordine al numero di prestazioni sessuali (non importa se di matrice chimica) e di fanciulle utilizzate (non importa se pagate); e così colludono senza saperlo con coloro che lo trovano simpatico e comunque lo tollerano. “Che male c’è?” è la formula genericamente assolutoria oggi prevalente, che taccia di moralismo chi non la condivide. Il “male” è proprio che non ci sia altro per riscattare l’identità in crisi.

Per riuscire a vedere che l’azzurro preso ad emblema del partito del signore del sorriso è in realtà “il colore di un sacchetto della spazzatura, per di più bucato”, occorre allora finalmente un po’ di coraggio; che noi tutti tolleriamo di vedere noi stessi in un reciproco rispecchiamento che non ha niente di lusinghiero. Il riscatto deve passare purtroppo da un sentimento di vergogna, premessa indispensabile alla assunzione di responsabilità e alla riconquista della padronanza del proprio destino. Una ‘libertà’ che è tutt’altra cosa dalla mancanza del controllo degli impulsi, dall’aspettativa infantile e delirante che qualcun altro si faccia carico di realizzare i nostri sogni.
Forse è troppo ottimista augurarsi una assunzione di responsabilità, un senso di colpa... magari basterebbe che gli italiani si rendessero conto che hanno fatto un pessimo affare.

Scarica il libro: "Il signore del sorriso"

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