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Opinioni

''Presidente, è un golpe''

di Stefania Limiti
Estate 1993: black-out a Palazzo Chigi. La drammatica notte del premier Ciampi

Sulle origini della ‘Seconda Repubblica’ sappiamo troppo poco. Quel capitolo della storia italiana (1989-1994) è nata nel caos e nel sangue. Mentre si dissolveva lo Stato dei partiti, nei cieli d’Italia si addensavano nubi cariche di eventi in grado di creare gravissime tensioni, istituzionali e di massa. Statisticamente non spiegabili neanche in un Paese che ha conosciuto una lunga serie di avvenimenti stragisti.
Di quel tempo ricordiamo le scalinate del Palazzo di giustizia di Milano, la concitazione dei cronisti che non riuscivano a star dietro alle confessioni di ‘imprenditori-tangentari’, il pool di Mani pulite: ma nessuno storico potrà mai spiegare il crollo di un sistema-Paese con gli effetti di una inchiesta giudiziaria, per quanto dirompente. Ci volle molto di più, infatti: sette stragi in undici mesi; quattordici attentati sventati; ventuno depositi di ordini scoperti dalle Forze dell’Ordine; una valigia abbandonata in un treno piena di esplosivo per miracolo non esplosa; una automobile imbottita di tritolo nella via accanto alla sede del governo, altro miracolo. Il ministro dell’Interno Mancino va in parlamento a snocciolare quei dati: «non ci vuole una Cassandra per capire che potenzialmente è possibile una guerra». Ma una guerra tra chi? Tra gli interna corporis dello Stato, tra strutture del potere profondo, alcune appartenenti al passato, non disponibili alla liquidazione, altre al sistema in costruzione.
Proviamo a ricostruire gli eventi. Innanzitutto le stragi ‘di stampo mafioso’. Dopo Capaci e via D’Amelio, il teatro di violenza si sposta nel ‘Continente’: Firenze, Milano e Roma, lutti, danni e una carica di paura tra la gente mai avvertita prima. Le realizzano gli uomini di Toto Riina ma sui ‘concorrenti esterni’ c’è una lunga lista di elementi investigativi non sviluppati. Uno per tutti: è sicuro che nelle squadre omicide c’è una donna, lo disse anche il giudice Vigna, una presenza che spezza la continuità del disegno mafioso: se c’è una donna, di certo non l’ha mandata la cupola siciliana. Le indagini prendono la pista mafiosa e dimenticano la donna. Gaspare Spatuzza ci scherzò sopra: «Escludo che a Milano ci sia stata una bionda. Quando è venuto fuori questo particolare, abbiamo riso». Solo che c’è poco da ridere, lui in via Palestro non c’era. Non sa nulla dell’autobomba esplosa lì. Né di cosa accadde precisamente a Roma in via Fauro. Gaspare è un soldato e non può raccontarci niente di questo capitolo scandaloso. E di certo i picciotti di Riina niente sanno della Falange Armata, che rivendica gli attentati e ottiene l’effetto di una invincibile centrale del terrore; gli analisti concordano sul fatto che dietro la Falange c’è una pluralità di soggetti, una vera organizzazione provata «a compiere le telefonate di minaccia erano state dieci persone diverse»; i comunicati differiscono per lo stile linguistico, per non dire di qualche ricercatezza letteraria, come la citazione di Edgar Allan Poe.
Poi c’è la messa in scena di due tentativi di colpo di Stato. Quello di Saxa Rubra prevede il classico assalto alla Tv di Stato, la flotta di mercenari viene davvero attivata e addestrata. Tutti i congiurati vengono poi ‘beccati’ e processati per reati minori tranne uno che è golpista per sentenza della magistratura: incautamente chiese il rito abbreviato, la fretta gli fu fatale. L’altro è il cosiddetto golpe Nardi. Forse lo ricordiamo per la bella signora di Udine, occhi blu e fisico da modella, Donatella Di Rosa, ma non fu un gioco perché dietro quella storia ci sono militari che trafficano in armi e hanno tanti soldi. Un ufficiale estraneo alle indagini, che poi sarà comandante della base Usa di Camp Derby, in un interrogatorio di venti pagine reso alla Procura di Udine, parlò di “attività non pienamente istituzionali” e «di un nucleo antiterrorismo segreto nell’esercito fin dalla fine degli anni Settanta con tanto di campo di addestramento in Toscana, armi ed equipaggiamento provenienti anche dall’estero». Indagini fermate lì.
Nel frattempo è in corso la ‘sistemazione’ dell’eredità della Guerra fredda: manovre oscure mirano a smantellare i vecchi servizi per mano di un uomo di fiducia di Giulio Andreotti che ancora spera di avere un futuro politico, non sa che sono in arrivo le bombe di Capaci. È il messinese Francesco Paolo Fulci, a capo della struttura di coordinamento dell’Intelligence, il Cesis (l’attuale Dis), a denunciare prima i fondi neri del Sisde - ricordate quell’incomprensibile io non ci sto di Oscar Luigi Scalfaro? si riferiva ai ricatti interni, non era rivolto a noi che guardavamo la Tv - indagini tutte finite in ‘fumo’, poi le strutture segrete interne al Sismi. È la sezione Ossi, l’Organizzazione speciale servizio informazione, composta da uomini molto bene addestrati anche all’uso di esplosivi. L’ambasciatore liquidò l’Ossi dicendo che le telefonate con cui la fantomatica Falange armata rivendicava le stragi provenivano da luoghi dove erano state localizzate sedi periferiche del Sismi. In realtà, le indagini non hanno affatto provato la sorgente di quelle telefonate, ma il servizio ormai era stato smantellato. È certo che le prime telefonate della Falange partirono da casa di un signore che venne assolto da ogni accusa.
Ma di lì partirono secondo i tabulati. Come ha esplicitamente detto l’investigatore che si occupò dell’inchiesta, il Ros allora non gradì la sua prosecuzione. Poi arriviamo all’episodio che dà il senso della sfida al potere legittimo, il black-out di tutti i telefoni di Palazzo Chigi. Tecnicamente il guasto resta senza spiegazioni, sappiamo solo che non riguarda la centralina interna al Palazzo e che proviene dall’esterno. Quella notte i cronisti si ritrovano sotto la sede del governo, vedono arrivare Andrea Manzella, segretario generale di Palazzo Chigi, pallido in volto, e origliarono la sua frase al telefono con Ciampi: “presidente è un golpe”. Era la fine di luglio. Spaventato e indignato, Ciampi cambia la sua agenda e decide di partecipare alla commemorazione della strage di Bologna del successivo 2 agosto. È lì che rompe il cerimoniale, parla irritualmente dal palco, non dentro la sede del Comune come era avvenuto sempre, pronuncia un discorso durissimo, invoca il cambiamento delle regole di ingaggio nei servizi e dice esplicitamente: «una torbida alleanza di forze che perseguono obiettivi congiunti di destabilizzazione politica e criminalità comune». Anni dopo tornò a parlarne: “ebbi paura che fossimo ad un passo dal golpe”. Per fortuna non accadde ma quel biennio cambiò i connotati del Paese, incrinò la Repubblica nata dalla Resistenza e dal patto antifascista, traghettando in modo incerto, confuso e violento il futuro di un Paese ancora in cerca di se stesso.

Tratto da: L’Unità del 23 maggio 2020

Foto d'archivio dei vigili del fuoco di Milano

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