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Opinioni

Un giorno sull'Adriatico con Gaspare Mutolo

mutolo gaspare adriaticoDalla Mafia all'Arte
di Simone Gambacorta
Incontro a tu per tu con l'ex boss di Cosa nostra ora collaboratore di giustizia. Nella pittura la sua rinascita

Gaspare Mutolo cammina sulla riva di una spiaggia. È mattina, manca poco alle 10 ed è l'ultima domenica del 2018. A immortalare l'ex di Cosa Nostra (da anni collaboratore di giustizia) è Fabrizio Sclocchini, che se ne sta alcune decine di metri dietro con la macchina fotografica sul monopiede. Mentre Mutolo osserva l'Adriatico, gli scatti di Sclocchini gli arrivano a raffica alle spalle come in un agguato. Fa freddo, il sole è coperto, ma Sclocchini dice che la luce è perfetta per le foto che vuole fare oggi. Mutolo guarda intanto l'Adriatico.

Mutolo non è stato semplicemente un mafioso, è stato la mafia; era quello che si dice un pezzo grosso, un boss. Oggi invece è un uomo che dalla mafia ha preso distanza e che da tempo trova nella pittura la sua redenzione e il suo riscatto. Sarà stato crudele, ma non è ipocrita; lo dice il fatto che a domanda risponde: dipende dalla domanda, naturalmente, ma risponde. Riguardo al suo passato non imbianca sepolcri ne parla come parla dei pupi della sua Palermo: appartengono al suo vissuto; appartengono - direbbe Mario Pomilio - alla sua "esperienza bastarda di vita". Ad ascoltarlo si capisce una cosa: da dentro, respirata come esperienza reale, la mafia non ha nessuna epica. È molto più povera, triste, becera; l'immaginario la nobilita, ma è un mito mendace. Madonia, Contorno, Liggio, Riina, Bontate, Riccobono, Badalamenti, Greco, Bagarella, Provenzano sono alcuni dei "fiori del male" che spuntano dalle sue parole, ma sono diversissimi dai fiori che oggi dipinge nei suoi quadri; gli stessi quadri che lo hanno reso un artista apprezzato da tanti e anche da scrittori come Fulvio Abbate e Gabriele Romagnoli. I nomi di quei "padrini" dicono che la mafia è un link e che a cliccare su uno se ne aggancia un altro che subito ne tira in ballo altri due tre cinque dieci cento. Quanto sono ambigui i confini di Cosa Nostra: e chissà, forse nemmeno ci sono, altrimenti che ipertesto sarebbe?

A quasi ottant'anni non si può fingere, tanto più se si vive sotto protezione e se in pubblico si deve nascondere il proprio volto con una maschera. Sulla spiaggia stamani la maschera non c'è: ci sono solo una sciarpa, un berretto e un cappotto scuro, e c'è un uomo asciutto e non alto, cortese, vedovo da due anni, padre di quattro figli, nonno, che porta la sua età così come porta le sue consapevolezze: senza poterci fare nulla se non prendere atto ogni giorno di quel che è stato e di quel che è diventato. Mutolo è tutto nel suo oggi proprio com'è adesso qui, su una spiaggia e sotto un cielo, con a portata di mano memorie tra cui poter pescare liberamente come in un mare. Difficile dire se in tutto questo vi sia serenità. Certo è che, ad ascoltarlo, Mutolo mostra di essere poco incline alla retorica non meno che all’elegia: parla con lucidità, ma senza freddezza e senza rassegnazione. "Ora a me interessano tre cose: la famiglia, la fede e la pittura", dice mentre cammina sulla sabbia; e in questo trittico sembra essere racchiusa la sua nuova vita. "L'amore per la pittura - scrive sul suo sito Maria Santamaria, che lo supporta nella sua attività espositiva - nasce durante i lunghi periodi di detenzione tra le anguste pareti del carcere. Una passione che cresce di giorno in giorno e va di pari passo con la profonda trasformazione che Io coinvolge". Prima di andare in spiaggia, appena sceso dall'auto con la quale è arrivato da un'altra città, Mutolo accarezza il cane di una coppia che passeggia qualche metro più in là. Ci gioca un po', poi lo saluta. "I cani non portano odio, non sono come gli uomini", dice. Sarebbe una frase come tante, se non fosse che la parola odio, pronunciata da lui, che di odio ne ha visto a fiumi e che per odio o vendetta ha visto persone trapassare in un istante cadaveri, non suonasse carica di un'infinita amarezza. Quasi che in quel sostantivo si riassumesse il sentimento prevalente tra quelli di un uomo che sotto il sorriso lascia intuire qualcosa di vietato a chiunque: come una lettera senza possibile destinatario, una lettera ripiegata mille volte su se stessa. In Abruzzo è stato spesso (anche per la detenzione a Sulmona). "A Teramo - ricorda - ho trascorso anni fa uno dei periodi più belli della mia vita". Mutolo a Teramo era in regime di semilibertà. Fa un certo effetto. Ancora più effetto fa sentirlo raccontare di Riina, di cui è stato autista, parlandone col nomignolo Totuccio, così poco differente e così enormemente diverso dal Totò delle cronache. Sono stati gomito a gomito per anni, prima che Mutolo si pentisse ("La sua - ha scritto Romagnoli su La stampa - è anche una storia di sangue versato e il sangue versato non torna nelle vene. La complicità è totale, nel bene come nel male. Ma la redenzione è o non il fine della storia delle storie?"). Resta storico il loro faccia a faccia durante il Maxiprocesso di Palermo, dove hanno dato vita a un contraddittorio pugilistico. In quel confronto - che resta un capolavoro del grottesco - Riina chiama Mutolo con un diminutivo che per anni dev'essere stato una parola d'ordine Asparino. Gaspare, Gasparino, Asparino foss'anche per una sola consonante, la mafia ti depezza, ti ribattezza, t’ingoia come Crono i figli. Anche questa è una legge del potere. "Riina aveva preso il potere con un colpo di mano - spiega Mutolo davanti a un aperitivo - e viveva nell'ossessione di poter essere tolto di mezzo allo stesso modo. La sua violenza ha rotto ogni argine. Con lui sono stati superati limiti che prima non erano mai stati oltrepassati. E’ stato un crescendo folle e per questo ho scelto di cambiare vita. Appena sospettava o capiva che qualcuno dei suoi aveva mire di crescita, Io faceva fuori. Bastava una parola di troppo, bastava un niente. E’ stato un dittatore. Quella che è stata definita guerra di mafia era una lotta per il potere fatta di tradimenti, gelosie, ossessioni". Il nome di Riina richiama inevitabilmente quello di Giovanni Falcone: "Era un uomo di grande intelligenza, aveva passione per il suo lavoro. Studiava tantissimo, sapeva tutto. Era uno che parlava chiaro, se ti doveva colpire ti colpiva, ma colpiva te direttamente, senza mezzucci tipo mettersi alle calcagna dei tuoi familiari per costringerti a parlare". Falcone, quindi Borsellino, quindi lo Stato, quindi la lotta alla mafia. "Lotta dello Stato alla mafia... la verità è che a lottare sono solo alcune parti dello Stato". Pare una boutade, ma è una chiamata in causa per tutta la società civile: sarà possibile portare avanti la lotta alla mafia se saranno anzitutto i cittadini a riconoscerla nemica. Serve fare massa critica altrimenti contiguità e collusioni continueranno nel loro teatro. Il discorso è allora culturale. Bisogna aprire le menti. Uno dei primi a rendersene conto fu il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, trucidato da Cosa Nostra a Palermo nel 1982, in un attentato dove a essere crivellata di pallottole fu anche la moglie Emanuela Setti Carraro, il generale era temuto e rispettato - ricorda Mutolo - e aveva capito che per sconfiggere la mafia serviva un cambio di mentalità. AI di là dell'efficacia degli strumenti e dei mezzi di cui disponeva, e che sapeva usare molto bene, fu questa intuizione a rappresentare l’arma in più nelle sue mani. A Cosa Nostra le sue operazioni facevano male, ma a fare ancora più male erano le parole di spregio che usava per i mafiosi. Pesavano come macigni perché cambiavano la percezione che i siciliani avevano della mafia". Il cambiamento culturale serviva pure per abbattere una certa idea di status. "Diventare mafiosi significava fare un salto di qualità. La tua vita cambiava dall'oggi al domani - spiega Mutolo - eri rispettato e temuto per il semplice fatto di essere stato scelto da Cosa nostra. Se entravi in un bar, tutti sapevano chi eri. Lo stesso mentre camminavi per strada. Si veniva scelti per delle caratteristiche, a cominciare dall'essere affidabili e dalla capacità di tenere la bocca chiusa". A proposito di cultura, a un certo punto Mutolo dice una cosa che avrebbe rincuorato Leonardo Sciascia "Se cominci a leggere I Beati Paoli non riesci più a smettere", e non aggiunge altro. La frase sul grande romanzo d'appendice di Luigi Natoli (romanzo che Sciascia conosceva a fondo) dice qualcosa di enorme, dice che la letteratura può aiutare a comprendere la mafia. Altro che testa tra le nuvole, leggere i libri.

La pittura di Mutolo è veramente un nuovo giorno, è di per sé l'allegoria di una svolta: dal tempo buio di Cosa Nostra all'esplosione non delle pallottole o delle bombe, ma di colori che deflagrano con un'allegria cromatica vitalissima. Una festosa riappropriazione di vita che dal presente guarda al vissuto richiamando segni e simboli anche affettivi. Spiega Fabrizio Sclocchini: "Quando la mafia non ha più avuto le sue regole, il suo codice d'onore, Mutolo si è sentito libero di uscirne. Quando la mafia non è stata più quella della sua visione proustiana, lui si è sentito svincolato dal giuramento, dal rito della pungitura e della santina bruciata. Il rapporto che Gaspare intrattiene con la pittura va oltre ìl puro fatto artistico, appare evidente che la pittura lo risarcisce" di una mancanza. Interrogarsi sul suo stile o sulla sua appartenenza a una corrente invece che a un'altra è riduttivo. Quella di Mutolo non è solo passione, ma è una vera esigenza di vita». Così, grazie ai suoi olii su tela, il pentito diventa testimone non di delitti e complicità, ma di una rinascita possibile per tutti. Questo spiega anche come mai Mutolo tenga cosi tanto a fare mostre: non è per vanagloria né perché abbia della sua pittura un'idea tanto seriosa o grandeggiante; è un suo messaggio, un modo di condividere un approdo. I suoi quadri li firma in corsivo, in bella grafia.

Tratto da: La Città Quotidiano

Visita: gasparemutoloarte.it

Foto © Fabrizio Sclocchini

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