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Opinioni

Moro e Impastato: due storie diverse, un destino comune

di Giuseppe Lumia
Siamo già a 40 anni da quel tragico giorno in cui il Paese assistette inerte al ritrovamento del corpo di Aldo Moro, riverso e piegato nel portabagagli della ormai famosa Renault rossa. Così in Sicilia sempre in quel giorno fa capolino un’altra notizia. Viene ritrovato il corpo dilaniato in mille pezzi di un giovane di Cinisi, Peppino Impastato, impegnato contro le potentissime mafie del suo territorio.
Due storie così diverse e per molti versi lontane e contrapposte che il destino avvicina più di quanto si possa pensare sino a stagliarle insieme nella storia travagliata della nostra democrazia.

Peppino Impastato
Fu rapito da ‘Cosa nostra’, torturato in un casolare, nelle campagne vicino Cinisi, e fatto letteralmente esplodere sui binari accanto per camuffare un attentato terroristico.
Perché gli toccò questo atroce destino? Perché colpì il suo stesso mondo sino a incrinare alcuni pilastri portanti di ‘Cosa nostra’:
1. Mise in discussione ‘Cosa nostra’ all’interno del proprio reticolo familiare, visto il “pedigree” mafioso di Cesare Manzella, suo zio e anche del proprio padre.
2. Sfidò il sistema degli affari di ‘Cosa nostra’ sul territorio a partire dal grand affaire dell’aeroporto di Punta Raisi così pure della costruzione del Villaggio AZ-10, un’altra speculazione pseudo-turistica dove giocavano un ruolo tutti soggetti potenti non solo di allora.
3. Aggredì anche il rapporto mafia-politica fino a quel momento incrollabile, scontato e in grado di controllare la democrazia locale, sottoponendo a dura critica il consociativismo, da una parte, e l’estremismo, dall’altra, delle diverse sinistre di allora.
4. Ridicolizzò ‘Cosa nostra’, fino a fargli perdere quella sacralità e quella potenza che hanno sempre fatto le fortune delle mafie, nel suo modo di rappresentarsi e comunicare.
In sostanza Peppino Impastato operò, come Aldo Moro su una più ampia scala, una rottura di un certo modo di pensare e concepire la società e la politica attraverso l’impegno antimafia. Ecco perché fu preso di mira senza esitazioni e colpito con una ferocia disumana.
Mi trovavo in quegli anni impegnato politicamente e socialmente al liceo e la prima notizia che giunse, secondo cui Impastato fu vittima di se stesso mentre provava a far saltare in aria i binari,  mi lasciò perplesso. Non avrei mai immaginato che tanti anni dopo, in Commissione Antimafia, da Presidente, avrei suggerito di controllare un documento della Stazione dei Carabinieri di Cinisi da cui risultava che Impastato e i suoi compagni erano lontani da qualunque processo eversivo che potesse lambire il terrorismo. In sostanza in Conmissione Antimafia si riuscì a dimostrare con una inchiesta senza precedenti che Peppino Impastato agiva per colpire “Cosa Nostra” e il suo sistema di potere. Non altro! Ma la Commissione Antimafia fece di più: si riuscì a provare, per la prima volta nella nostra martoriata vita democratica, che settori dello Stato depistarono.
Ancora oggi leggere la Relazione della Commissione è educativo e importante per comprendere il cammino fatto, e soprattutto da fare, in una vera e progettuale lotta alle mafie.

Aldo Moro
Su Moro si è scritto e detto molto. Ma ancora c’è molto da riflettere al di fuori di una lettura quieta e scontata che si cerca tutt’ora di elargire. Consumò delle rotture senza precedenti con il suo stesso mondo culturale e politico anche su scala internazionale. Questo approccio gli costò l’isolamento e la morte. Una rottura che possiamo assimilare a quella che, in piccolo, fece Peppino Impastato nel territorio di Cinisi. Sappiamo bene che con la sua barbara uccisione si avviò al declino inesorabile la vita della Prima Repubblica di cui ancora piangiamo tutte le conseguenze, visto che la Seconda è agli sgoccioli del suo percorso fallimentare. Conseguenza non da poco, naturalmente accompagnata da altre cause strutturali, ma con l’eliminazione di Moro veniva meno anche una certa idea politica di gestione della crisi della società e della democrazia italiana. Non possiamo ricordare Moro senza mettere a fuoco alcuni punti fermi.
1. Conosciamo ancora poco del suo approccio culturale e progettuale alla politica. L’idea di Stato, di Partito, di rapporto con le nuove generazioni e con i problemi internazionali…, in sostanza l’idea portante che coltivava di “democrazia compiuta” che ancora ha bisogno di dispiegare tutte le sue migliori energie sociali ed istituzionali. Per questo oltre ad essere ucciso fu lasciato anche solo!
2. Aldo Moro comprese che in Italia non poteva più vigere lo schematismo di Jalta, dove i vincitori della seconda guerra mondiale, divisero in due le sfere di influenza del mondo: una con a capo l’URSS, l’altra gli USA. L’Italia ricadeva nella sfera occidentale, per cui non poteva consentire l’accesso al governo di un partito comunista, per quanto democratico e radicato nella storia e cultura del proprio Paese. La democrazia bloccata era un male e Moro capì che era giunto il momento di sbloccarla. Apriti cielo! Non mancarono le minacce che Moro avvertì chiaramente nel suo viaggio negli Stati Uniti di pochi  anni prima.
3. Per quarant’anni si sono celebrati processi e organizzate Commissioni ma non si è mai lavorato per scavare sino in fondo su quello che avvenne realmente intorno alla vicenda Moro e sulle varie responsabilità istituzionali, sia interne che esterne al nostro Paese.
4. Aldo Moro ha subito di fatto una rimozione culturale e politica. Si preferì ricordarlo, via via negli anni, genericamente e superficialmente come se fosse morto chissà per quali cause  “prematuramente”.
Un tratto importante del mio impegno culturale e sociale è stato da me vissuto nella F.U.C.I., dove era stato Presidente molti anni prima Aldo Moro. Mi ha sempre affascinato il suo rigore progettuale e la messa in discussione dell’ idea “dorotea” della politica, per cui il potere legittima il potere a prescindere dai profili ideali e sociali che un Partito deve coltivare. Un approccio, quello di Moro, così coraggioso nel concepire la politica che va portato avanti anche a costo di produrre delle inevitabili rotture interne su cui si rischia di pagare di persona.
Anche su Aldo Moro il Parlamento solo di recente ha prodotto delle relazioni coraggiose e senza precedenti che costituiscono comunque una novità assoluta e positiva (Leggi la relazione su Aldo Moro). Della serie non è mai troppo tardi! La Commissione sul caso Moro ha rimesso in discussione con dovizia di particolari le varie dinamiche di tuti quei tragici giorni che vanno dal 16  Marzo al 9  Maggio: dalla strage di Via Fani sino al ritrovamento in Via Gaetani, dal ruolo delle Brigate Rosse a quello di altri soggetti che agirono sul campo e pilotarono l’isolamento… Relazioni queste da leggere attentamente per comprendere meglio i limiti della nostra democrazia e del cammino che ancora siamo chiamati a fare.
Peppino Impastato e Aldo Moro, due storie diverse ma forse meno lontane di quanto a prima vista appaiano.

Tratto da: giuseppelumia.it

Foto © Imagoeconomica

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