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Opinioni

''Il giornalismo sia a servizio della verità''

mazzola maria graziadi Maria Grazia Mazzola
Pubblichiamo l’intervento integrale di Maria Grazia Mazzola in occasione del conferimento del Premio Iride il 6 aprile a Enna.
Ringrazio la Federazione Italiana Donne Arti Professioni Affari di Enna per l’impegno sociale e per la mobilitazione per questo premio. Grazie al sindaco per l’ospitalità, agli studenti, le associazioni, i cittadini di enna, gli amici venuti qui oggi. Vi sono grata per la stima, l’affettuosità e l’accoglienza…
È un’anomalia che in un paese civile come l’Italia ci siano 130 giornalisti minacciati, 19 sotto scorta e 176 sotto vigilanza. È questo il bilancio dell’osservatorio del ministero dell’interno con la Fnsi. Un’anomalia. Vuol dire che certi territori dello stato italiano sono sotto il controllo di un altro stato. Non quello costituzionale.
Come tutti sanno il 9 febbraio scorso - quasi due mesi fa - ho subito un’aggressione mafiosa a Bari da una donna condannata definitivamente per associazione mafiosa e socialmente pericolosa. Questa donna mi ha dato un pugno - non uno schiaffo - con una violenza tale da provocarmi 40 giorni di prognosi. Sapevo che fosse la moglie del boss Caldarola e che il clan pericoloso fosse solo il Caldarola: in realtà è di peggio e di più. È lei stessa una mafiosa -si chiama Monica Laera- prima della condanna si era anche resa irreperibile alle forze dell’ordine; suo fratello Michele, morto per consumo di cocaina, era stato condannato a 10 anni ed era braccio destro del Caldarola. Il marito Lorenzo Caldarola è condannato per associazione mafiosa ed è in carcere, il figlio maggiore in carcere per omicidio. Per Speciale Tg1Giovani e mafie” stavo ponendo domande per strada, sul suolo pubblico, sul figlio minore: Ivan Caldarola, un procedimento penale in corso per stupro di una bambina di 12 anni, una condanna sospesa per rapina commessa da minorenne, rilasciato per 5 gr di cocaina. Uno che è libero. Pensate che nessuno ha scritto della pericolosità della mafiosa che mi ha aggredito, del suo parente stretto, anche lui un Laera, della sua propria famiglia.
Ciò che i giornalisti non scrivono, ciò che noi non pubblichiamo, ciò che noi non indaghiamo e non scriviamo non esiste. Ci fa vivere al buio.
Ho dovuto fare una ricerca d’archivio per rintracciare un articolo di repubblica del 2004: “Paura per Bari. Paura per la gente comune, i bambini, i passanti, la città. Paura della mafia e di una guerra a colpi di calibro nove senza più regole. È la paura ad aver convinto i giudici di Cassazione a scrivere nero su bianco che un manipolo di uomini degli Strisciuglio, esperti pistoleri, trafficanti di droga ed estortori, non sono più semplici criminali, ma mafiosi doc. Una sentenza a sorpresa, che capovolge una decisione del tribunale di Bari”. A volte i giudici dormono, consentitemelo. A volte sono doverose le critiche. “Monica Laera, moglie trentenne di Caldarola, e Damiano Spano, 26 anni, sfuggiti al blitz si sono costituiti nel primo pomeriggio. Laera era già stata posta ai domiciliari dieci mesi fa con l’ accusa di aver ricevuto ordini dal marito durante la detenzione in carcere, di aver gestito i collegamenti con gli affiliati al suo clan, di aver risolto le controversie interne e di aver impartito gli ordini gli affiliati. E secondo gli investigatori, anche in questi mesi, grazie a lei il marito e il suo “socio” gestivano dal carcere gli "affari". Non è un caso che il clan versasse ogni mese a Caldarola e a Mimmo La luna, sui conti correnti del carcere, i profitti dello spaccio di droga e delle estorsioni. Il numero uno degli Strisciuglio, infatti, dal gennaio del 2003 non è più in regime di 41 bis, e grazie a una carcerazione più morbida, secondo gli investigatori della mobile, avrebbe ripreso completamente il controllo dei suoi uomini. Avrebbe rimesso le mani sulla città”.

Ecco chi è che mi ha aggredito. Una boss. E ho ragione di pensare di avere disturbato i traffici del clan quel pomeriggio del 9 febbraio. Una persona socialmente pericolosa in giro senza una misura. A parte la mia aggressione, il nostro paese deve rivedere le garanzie dei cittadini, la nostra incolumità di persone perbene che fanno il proprio dovere. Quando le garanzie verso i cittadini che rispettano le leggi si restringono, la democrazia si ammala. Non ci gongoliamo sul fatto che i capi storici delle mafie sono in carcere: le mafie si sono già rigenerate. Vanno liberati con urgenza i territori dalle mafie. Lo stato italiano non può essere forte con i deboli e debole con i forti. La storia della mia aggressione mafiosa è ben più complessa di come è stata raccontata: ho denunciato la mafiosa Monica Laera che mi ha aggredito e anche una seconda donna che mi ha seguita e minacciata davanti alle volanti della polizia, chiamate da me. Mi ha riempita di parolacce… Mi ha detto “stai zitta davanti alla polizia!”. È tutto registrato. Anche lei - si chiama Angela Ladisa - è la moglie di un altro boss di un clan imparentato con i Caldarola - Laera, il clan mercante. Il marito è stato arrestato pochi giorni fa. È un pluricondannato. Il Ministro dell’Interno Marco Minniti, che stimo, mi ha ricevuta con grande sensibilità e attenzione: sa bene che quanto mi è accaduto è gravissimo. Mi sono curata per 40 giorni, ho rischiato di diventare sorda per il pugno e - dopo - quando ho incontrato il Ministro così rigoroso nella sua funzione, ho sentito con orgoglio di essere italiana. Un’istituzione che ha colto con sensibilità e serietà l’accaduto. Una giornalista - pensate- che si trova di fatto di fronte a tre clan perché pone domande. E sui mafiosi - secondo questi clan - non si può e non si deve informare. Tutto deve rimanere nel silenzio. Ero proprio in via petrelli a fare domande. La Rai ha già i legali al lavoro e si costituirà parte civile. Si costituirà parte civile la Federazione Nazionale della Stampa, l’Usigrai e l’Unione Donne in Italia. Accanto a me si è schierato il Centro Antiviolenza “Renata Fonte” di Lecce; con me c’è Libera con Don Ciotti e i volontari. La democrazia non è sancita solo da una costituzione scritta: la si deve esercitare ogni giorno. Con fermezza e coraggio. Sulla mia aggressione sta indagando la Direzione Distrettuale Antimafia di Bari, non la Procura ordinaria. L’aggressione è stata ripresa dalle mie microcamere nascoste: la dinamica è inequivocabile. Si sa poco di questi clan a Bari: quando sono stata aggredita nessuno ha scritto che la donna fosse stata condannata per 416 bis. Che rimozione collettiva! Addirittura la mafiosa con i suoi legali ha convocato alcuni giornalisti ,ha offerto scuse per strategia processuale, accusandomi di essere stata insistente e inopportuna. Si è lamentata che l’ho chiamata la moglie del boss. Si è offesa: voleva essere chiamata “la signora Caldarola”. “Scusi! È lei stessa una mafiosa, una boss e non è una signora!!”. L’informazione deve essere completa, vera, imparziale. Se il giornalismo perde il sale della verità e del coraggio diventa esso stesso un megafono: come mai non è stato scritto che fosse condannata? Immaginate un po’ questa responsabilità: la verità va detta tutta. La doppia morale. Lasciatemi dire che io detesto la doppia morale. In privato sei una cosa, in pubblico l’opposto. E no! Se sei una persona pubblica, se hai un ruolo istituzionale, io cittadina, io giornalista, voglio sapere tutto: devo sapere se posso fidarmi di te, di un giurista, di un uomo di Stato, di uno che siede in parlamento. Noi vogliamo sapere tutto ciò che riguarda la vita pubblica del nostro Paese. Siamo cittadini italiani: vogliamo sapere la verità e sulle mafie e su chi copre ruoli istituzionali.

Si chiamo “vaglio della democrazia”. È il sistema delle garanzie e dell’incolumità per i cittadini che deve essere rivisto: non si può delinquere e dopo poco essere fuori. Non si possono stuprare e assassinare le donne, un giorno sì e uno no, perché tanto poi te la cavi. Ergastolo. Diamo l’ergastolo. Pene severe e certe. Poi vediamo se lo rifanno. La vita umana è sacra: non si tocca. Sporchi? Inquini? Ti sanziono con durezza. Sei corrotto? Corrompi? Ti metto al carcere duro. La democrazia non può diventare un alibi per l’illegalità! Che bella Enna… Mentre entravo nella vostra città ne ricordavo la storia. Può sembrare così lontana dal resto dell’Europa o del paese - come tutte le città e le provincie inerpicate tra i monti-, soprattutto in un periodo storico difficile per l’economia e la ricerca del lavoro da parte dei giovani, per gli studenti preoccupati che si affacciano al futuro, che stanno cercando una chiave di lettura della realtà così complessa per trovare la propria strada. Per le donne che oggi lottano per affermarsi, per essere rispettate. E non è facile. Ma Enna è in Europa oltre che in Italia. Da Enna, da Nicosia, si può capire il mondo in modo europeo: dipende da te. Da noi tutti. Avere scelto il giornalismo come mission, la mia vocazione, ha significato prima di tutto la ricerca della verità-sempre e comunque- poi la collocazione: cittadina del mondo. Mai rimanere dentro una metaforica “bacinella”. Assumere sempre dei punti di riferimento più ampi: dobbiamo contestualizzare noi stessi, la nostra vita in una comunità più grande. Il nostro paese, la nostra città possono essere europei: dipende da noi. La Sicilia per la sua storia ci offre molte chiavi di lettura, tante prospettive, da dove vedere il mondo e la nostra vita. Bisogna credere in noi stessi: e questa è la fatica più grande, nella cultura. Bisogna comprendere - oggi più che mai - che siamo cittadini del mondo, componenti della comunità europea, membri di una città che va rispettata, e come i pittori dobbiamo prendere i tanti colori della tavolozza a nostra disposizione e ispirarci per cominciare a dipingere la nostra vita, sostenendo sempre la comunità che abbiamo attorno, aiutando i più deboli, cercando la verità di quel che accade dentro e fuori di noi. Sapendo che la comunità è molto più grande di Enna o di Roma o di Milano.

Quando ci alziamo al mattino chiediamoci anche cosa stia accadendo a New York, a Tokyo, a Parigi, a Londra. Vedrete che comincerete a trovare un legame tra voi e loro, tra te e me, tra noi e gli altri. È un esercizio di correlazione, di contestualizzazione prezioso, indispensabile per cogliere il senso della civiltà. Io credo che così si debba vivere. Così e mai credendosi un’isola e imparando a credere in noi stessi e in te stesso. Devi scommettere e mai, mai, dire: “questo non si può fare… questo non è possibile… ho paura”. Cancella dal tuo vocabolario la paura e il “non posso”. Concentrati su quelle anche poche possibilità che hai, punta, rischia e non rinunciare ai tuoi sogni! È un ottimo esercizio per imparare a guardare alla vita oltre le proprie pareti, per trovare i colori e la propria strada. Non importa che professione fai, non importa se sei una casalinga, un pensionato. Questo discorso riguarda tutti. I siciliani migliori sono europei. Ragazzi, siete cittadini europei. È la lezione di Leonardo Sciascia, nato in un piccolo paese della provincia di Agrigento, a Racalmuto, e diventato uno scrittore, un critico del mondo; da Racalmuto ha imparato a capire , a scrivere, a conoscere, a decifrare la realtà e la storia. Sono un’inviata speciale: ma lo sono dentro di me anche se sto in pantofole a casa, qualche volta. Ho vissuto in giro per il mondo attraverso le notizie. Mi sono formata a Palermo, l’università è stata un laboratorio dove imparare un metodo rigoroso di ricerca. Sapete, non è tutto oro ciò che luccica: questo vale per il giornalismo quanto per le altre professioni.

Cercate sempre di avere dei buoni esempi e scartate ciò che è mera apparenza e nasconde menzogna. Dentro di te c’è un talento, hai il dovere di crederci e di svilupparlo. Non sotterrarlo mai. Tu hai una specificità dentro , una possibilità speciale, un valore aggiunto per la comunità. Quando mi sono laureata in Scienze Politiche indirizzo internazionale ho avuto davanti a me tante possibilità. Come quella per la carriera diplomatica: avevo superato una prima selezione ma mi insegnavano che mai avrei dovuto dire la verità e l’ho scartata; oppure quella in banca: anche qui, selezione superata e cestinata, senza dire nulla ai miei genitori. Avevo capito la mia vocazione: cercare la verità, dirla, denunciare i fatti al servizio dei cittadini. Attorno era un coro: non ce la farai mai. Quando mi dicono così suona Campanellino di Peter Pan dentro di me. È stata durissima farcela. Ho rischiato la pelle in zona di guerra e nelle inchieste di mafia. Sono stata pedinata, minacciata, mi hanno puntato le armi, mi hanno aggredita. Ho continuato a scrivere e denunciare i fatti. Riprenderli. La telecamera ha una grammatica che non si improvvisa. Ho imparato a pensare per immagini. Ci sono eventi storici rimasti incisi dentro di me: in Turchia fui inviata per Ballarò, per RaiTre ho vissuto un pezzo di storia indelebile che mi è rimasta dentro. La strage di Al Qaeda a Istanbul: era il novembre 2003, esplosero due bombe, 27 morti e centinaia di feriti. Andai in Bosnia nel dicembre 2003 a intervistare un addestratore di terroristi, un latitante che mi mostrò in montagna bombe, esplosivi e armi e mi spiegò come addestrava al jihad. Le stragi di Al Qaeda a Madrid, quando l’11 marzo 2004 avvenne l’attentato terroristico più violento della storia d’Europa: 10 esplosioni in 4 treni diversi che provocarono 191 morti e 2000 feriti.

Intervistai le famiglie degli operai, dei pendolari morti ammazzati, cittadini spagnoli che vivevano del sudore della propria fronte. Povera gente. Sono rimasta 12 giorni a Madrid per Ballarò con l’orrore negli occhi. Negli Anni 90 nel periodo della Calabria dei sequestri ero là per Samarcanda: raccontai i fucili delle ‘ndrine, degli Ierinò, il patrimonio da 4 miliardi del boss-pastore di Gioiosa Macrì, un pastore con gioiellerie, pelliccerie… Bussai alla mega villa da Dallas che aveva e chiesi al citofono: “Mi scusi ,a quanto la vende la ricotta per essere così ricco?” Che putiferio! Fu così che il suo guardaspalle mi pedinò, voleva il filmato e voleva scipparmelo, avevo ripreso tutti i suoi beni, fu così che con l’operatore ci rifugiammo nella caserma dei carabinieri, c’era solo un ragazzo in divisa giovanissimo. Il guardaspalle del boss gli disse: “Mi fornisca le generalità della signorina”. una scena surreale che racconta bene l’arroganza delle cosche di allora. Dissi quattro paroline garbate ma molto ferme a tutti e finalmente il giovanissimo carabiniere si svegliò e buttò fuori dalla caserma il guardaspalle del boss Macrì. Il fatto lo pubblicò il quotidiano l’Unità a mia insaputa. La storia surreale spiccò il volo. Poi le stragi di mafia del 1992: ero a Capaci e intervistai i sopravvissuti della scorta del giudice Falcone. Nel 2005 per l’inchiesta di Report “La mafia che non spara” Roberto Formigoni fece il diavolo a quattro per le mie domande che definì “impertinenti”: avevo osato chiedere della sua indagine sulla corruzione in una conferenza stampa. E ancora, marzo 2007 l’imam Khoeila, della moschea salafita di Porta Palazzo a Torino: avevo infiltrato una telecamera nascosta, ho ripreso il materiale propagandistico che inneggiava ad Al Qaeda, ho ripreso la sua predica contro ebrei e cristiani in Italia. Predicava questo. Predicava contro l’integrazione delle donne e degli uomini in Italia! Dopo lo scoop, lo scandalo c’è sempre il fastidio di vedere la realtà che denunci. Ho dovuto difendermi io dalla sua querela e dalle accuse di sensazionalismo. Ma avevo ragione. Era contiguo con i terroristi di Casablanca, ma nel frattempo io non sono più uscita la sera per mesi. Mi accusarono i suoi seguaci salafiti di sacrilegio - non so se mi spiego - e di molto altro. Il ministro dell’interno Amato lo espulse dopo un’indagine successiva al mio scoop perché trovò i legami con i terroristi di Casablanca, città da cui l’imam faceva la spola. Si paga un prezzo per pubblicare la verità. E quando ti arriva la diffida preventiva alla messa in onda? L’inchiesta non si tocca. I nomi soprattutto. Le verifiche, tante e fatte tante volte, sono fondamentali. Ma dire la verità, scriverla, è indispensabile, è esercizio della democrazia. E io non rinuncerò mai finché avrò fiato al servizio dei cittadini. “Esprimo tutta la mia solidarietà e vicinanza al collega Paolo Borrometi per il gravissimo progetto di morte nei suoi confronti emerso dalle indagini che riguardano i mafiosi di Pachino e del clan Cappello di Catania. Sono indignata che in un paese come l’Italia la mafia sia ancora così forte. Mancano le tutele ai cittadini costretti ad abbandonare il campo per salvarsi. Bisogna liberare i territori dalle milizie mafiose. Si faccia di più e meglio. Così si violano le garanzie costituzionali. I personaggi mafiosi pericolosi siano ristretti al carcere duro e non lasciati in libertà”.

Tratto da: liberainformazione.org

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