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Opinioni

Scalfari riabilita i governi di B. Ecco tutti gli orrori che scorda

travaglio lucca2012 c castolo gianninidi Marco Travaglio
Dal 1994 al 2011 Berlusconi nelle vesti di premier ha pensato quasi continuamente a una cosa: i suoi interessi. Dal lontano decreto “salva-ladri” ai condoni
L’altra sera, a DiMartedì, mi sono confrontato a distanza con Eugenio Scalfari e sono felice che la discussione fra le nostre posizioni opposte e inconciliabili sia avvenuta in un clima civile e rispettoso. C’è però una frase di Scalfari che suona offensiva per tutta la nostra redazione e anche per la nostra comunità di lettori: che il Fatto sia “un giornale grillino”. Capisco che molti, abituati all’idea che ogni giornale abbia dietro almeno un partito o un padrone (che poi molto spesso coincidono), non si rassegnino a quella di un quotidiano libero e indipendente. Ma, per il nostro, dovranno farsene una ragione: nei primi otto anni di vita siamo stati etichettati come il giornale delle procure (almeno finché non abbiamo criticato procure), di Di Pietro (almeno finché non abbiamo criticato Di Pietro), di Ingroia (almeno finché non abbiamo criticato Ingroia), e così via per la sinistra radicale, il primo Renzi, gli scissionisti bersaniani e anche per i 5Stelle.
Chi ha svelato che la Raggi aveva dichiarato in ritardo un incarico all’Asl di Civitavecchia, facendola indagare appena eletta sindaco di Roma? Il Fatto. Chi ha rivelato la guerra sotterranea fra sostenitori della Raggi e amici di De Vito durante le primarie del M5S per il Campidoglio? Il Fatto. Chi ha raccontato la strana storia delle polizze di Salvatore Romeo con la Raggi “destinataria” mentre la sindaca era sotto interrogatorio? Il Fatto. Chi ha chiesto le dimissioni della sindaca pentastellata di Quarto per non aver denunciato le pressioni di un suo consigliere comunale? Il Fatto. Chi ha chiesto la cacciata dei parlamentari siciliani M5S che avevano fatto scena muta davanti ai pm dell’inchiesta sulle firme false? Il Fatto. Chi ha criticato l’ostracismo inflitto al sindaco dissidente Pizzarotti, varie espulsioni di grillini dissenzienti con metodi “staliniani” e la pochade delle comunarie di Genova rifatte perché vinte dalla candidata “sbagliata”? Il Fatto. E potremmo continuare. Però quando i 5Stelle fanno o dicono cose che sosteniamo anche noi, glielo riconosciamo volentieri, senza l’ostilità preconcetta dei giornaloni, convinti che il M5S sbagli sempre e comunque, “a prescindere”. Ciò che qualcuno scambia per “grillismo” è l’atteggiamento che il nostro giornale riserva ai 5Stelle, come a tutti gli altri partiti: elogi quando fanno bene, critiche quando fanno male, senza pregiudizi favorevoli né contrari. Se la Meloni, lontanissima dalle nostre idee, fa una giusta battaglia contro le pensioni d’oro, chapeau.
Se il ministro Minniti prova a mettere qualche regola e un po’ d’ordine nella jungla del Mediterraneo, riducendo drasticamente gli imbarchi e gli sbarchi di migranti, e dunque il numero dei morti in mare e il volume d’affari dei trafficanti, chapeau. Se il renziano Richetti presenta una buona legge per eliminare i privilegi dei vitalizi ai parlamentari, chapeau (anche se poi il suo partito quella legge vergognosamente la affossa). Se invece Scalfari vuole intendere che, per essere “grillini”, basta preferire il giovane incensurato Di Maio al decrepito pregiudicato ineleggibile Berlusconi, allora sono grillini la stragrande maggioranza degli italiani, visto che B. - stando agli ultimi sondaggi - è dato al 14-15%. Noi, comunque, la nostra idea su B. ce la siamo formata 23 anni fa, durante il suo primo vergognoso governo, senz’aspettare che ce la suggerissero Grillo o Di Maio. E quando peraltro anche Scalfari, ancora convinto che la questione morale fosse fondamentale in politica, la pensava esattamente come noi (altrimenti non si vedrebbe perché la sua Repubblica abbia così duramente combattuto Craxi e tutti i ladroni di Tangentopoli). Ora invece dice che “la morale e la politica devono restare separate”, senza spiegare perché gli americani Al Capone lo mandarono in galera, anziché alla Casa Bianca. Poi aggiunge che B. è “adeguato alla cosa pubblica perché sotto il suo governo le cose sono andate più o meno come andavano con altri governi”, a parte “il primo governo Prodi che lo superò largamente”. Ohibò: a noi era parso, anche leggendo Scalfari e Repubblica per vent’anni, che i tre governi B. avessero dimostrato che il Caimano è totalmente incompatibile con la vita pubblica, per i suoi conflitti d’interessi esplosi in una serie infinita di leggi-vergogna, alcune ad personam, altre ad aziendas, altre ad partitum, altre ad mafiam. Noi ne abbiamo contate 57 nei 9 anni dei suoi 3 governi: in media, 8 all’anno. Breve riepilogo per gli smemorati.

1. Decreto Biondi (1994). Vieta la custodia cautelare in carcere (trasformata al massimo in arresti domiciliari) per i reati contro la PA e quelli finanziari, comprese corruzione e concussione, proprio mentre alcuni ufficiali della Guardia di Finanza confessano di essere stati corrotti da quattro società Fininvest e sono pronte le richieste di arresto per i manager che hanno pagato le tangenti. Il decreto, oltre a impedire i nuovi arresti, provoca la scarcerazione immediata di 2764 detenuti, dei quali 350 colletti bianchi coinvolti in Tangentopoli (la signora Pierr Poggiolini, l’ex ministro Francesco De Lorenzo e Antonino Cinà, il medico di Riina). Il pool Mani Pulite si scioglie. Le proteste di piazza contro il “Salvaladri” (così chiamato da la Repubblica di Scalfari) inducono la Lega e An a costringere B. a ritirarlo. Subito dopo vengono arrestati Paolo Berlusconi e i manager Fininvest Salvatore Sciascia e Massimo Maria Berruti.

2. Legge Tremonti (1994). Il decreto n. 357 detassa del 50% gli utili reinvestiti dalle imprese, purché riguardino l’acquisto di “beni strumentali nuovi”. La neonata Mediaset lo utilizza per risparmiare 243 miliardi di lire di imposte sull’acquisto di diritti cinematografici per film d’annata: che non sono beni strumentali, ma immateriali, e non sono nuovi, ma vecchi. A sanare l’illegalità interviene il 27 ottobre 1994 una circolare “interpretativa” che estende il concetto di beni strumentali a quelli immateriali e il concetto di beni nuovi a quelli vecchi già usati all’estero.

3. Condono fiscale (1994). Camuffato da “concordato fiscale”, il primo condono Tremonti consente agli evasori di “patteggiare” le liti col fisco pagando una modica multa. Chi ha contenziosi fino a 2 milioni di lire può chiuderli con un obolo di 150 mila. Per le liti da 2 a 20 milioni, si deve versare il 10%. Per quelle ancora superiori, invece, deve ricorrere alla “conciliazione”: sarà il giudice a stabilire la somma dovuta. Poi il concordato viene esteso anche alle società.

4. Condono edilizio (1994). Riapre i termini del famigerato condono Craxi del 1985: si possono sanare, a prezzi stracciati, le opere abusive ultimate entro il 31.12.1993 pagando le vecchie ammende moltiplicate per 2 (per gli abusi pre-1985) o per 3 (per quelli post-1985).

5. Rogatorie (2001). Berlusconi torna a Palazzo Chigi col suo secondo governo e fa subito approvare una legge che cancella le prove giunte dall’estero per rogatoria ai magistrati italiani, comprese quelle che dimostrano le corruzioni dei giudici romani da parte di Cesare Previti&C. La legge 367/2001 stabilisce l’inutilizzabilità di tutti gli atti trasmessi da giudici stranieri che non siano “in originale” o “autenticati” con apposito timbro, che siano giunti via fax, o via email o brevi manu o in fotocopia o con qualche vizio di forma. Anche se l’imputato non ha mai eccepito sulla loro autenticità, vanno cestinati. Poi, per fortuna, i tribunali scoprono che la legge contraddice le convenzioni internazionali ratificate dall’Italia e le prassi seguite da decenni in tutta Europa. E, siccome quelle prevalgono sulle leggi nazionali, disapplicano la legge, che resterà lettera morta.

6. Falso in bilancio (2002). Avendo cinque processi per falso in bilancio, B. riforma i reati societari: abbassa le pene da 5 a 4 anni per le società quotate e addirittura a 3 per le non quotate (prescrizione più breve, massimo 7 anni e mezzo per le prime e 4 e mezzo per le seconde; e niente più custodia cautelare né intercettazioni); falso in bilancio per le non quotate perseguibile solo a querela del socio o del creditore; depenalizzate alcune fattispecie di reato (come il falso in bilancio presentato alle banche); altissime soglie di impunità (fino al 5% del risultato d’esercizio, all’1% del patrimonio netto, al 10% delle valutazioni). Così tutti i processi al Cavaliere per falso in bilancio vengono cancellati: o perché manca la querela dell’azionista (B. non ha denunciato B.), o perché i falsi non superano le soglie (“il fatto non è più previsto dalla legge come reato”), o perché il reato è ormai estinto grazie alla nuova prescrizione lampo.

7. Mandato di cattura europeo (2001). Unico fra quelli dell’Ue, il governo B. rifiuta di ratificare il “mandato di cattura europeo”, ma solo relativamente ai reati finanziari e contro la Pubblica amministrazione. Secondo Newsweek, il premier “teme di essere arrestato dai giudici spagnoli” per l’inchiesta Telecinco. L’Italia recepirà la norma comunitaria solo nel 2004.

8. Giudice trasferito (2001). Il 31 dicembre, mentre gli italiani festeggiano il Capodanno, il ministro della Giustizia Roberto Castelli, su richiesta dei difensori di Previti, nega contro ogni prassi la proroga in tribunale al giudice Guido Brambilla, membro del collegio che conduce il processo Sme-Ariosto, e dispone la sua “immediata presa di possesso” presso il Tribunale di sorveglianza dov’è stato trasferito da qualche mese, senza poter completare i dibattimenti già avviati. Così il processo Sme dovrebbe ripartire da zero dinanzi a un nuovo collegio. Ma poi interviene il presidente della Corte d’Appello con una nuova “applicazione” di Brambilla in tribunale sino alla fine del 2002.

9. Legge Cirami (2002). I difensori di Previti e B. chiedono alla Cassazione di spostare i loro processi a Brescia perché a Milano l’intero tribunale sarebbe prevenuto contro di loro. E, per oliare meglio il meccanismo, reintroducono la “legittima suspicione” per motivi di ordine pubblico, vigente un tempo, quando i processi scomodi traslocavano nei “porti delle nebbie” per riposarvi in pace. È la legge Cirami. Ma nemmeno questa funziona: la Cassazione respinge la richiesta di trasferire i processi perché il Tribunale di Milano è sereno e imparziale.

10. Patteggiamento allargato (2003). Sfumato il trasloco dei processi, bisogna rallentarli prima che arrivino le sentenze, in attesa di inventare qualcos’altro: ecco dunque nell’estate 2003 la legge sul patteggiamento allargato, che consente a qualunque imputato di chiedere 45 giorni di tempo per valutare se patteggiare o meno, guadagnando tempo fino a dopo le vacanze. B. ormai è salvo grazie al lodo Schifani, ma Previti no. Dunque annuncia che utilizzerà la nuova legge. Così i giudici devono dargli un mese e mezzo per pensare all’eventuale patteggiamento. Poi ovviamente lo esclude, ma intanto i processi sono sospesi fino a ottobre.

11. Lodo Maccanico-Schifani (2003). Le sentenze Sme e Mondadori incombono. Su proposta del senatore della Margherita Antonio Maccanico, il 18 giugno 2003 la Casa delle libertà approva la legge Schifani che sospende sine die i processi ai presidenti della Repubblica, della Camera, del Senato, del Consiglio e della Consulta (il provvedimento contiene anche la legge Boato, trasversale, che vieta ai giudici di utilizzare senza la previa autorizzazione delle Camere le intercettazioni “indirette”, cioè disposte su utenze di privati cittadini, quando questi parlano con parlamentari). I processi a B. si bloccano in attesa che la Consulta esamini le eccezioni di incostituzionalità sollevate dal Tribunale. Poi nel gennaio 2004 la Consulta boccia il “lodo” e le udienze ripartono.

12. Legge ex Cirielli (2005). Approvata il 29.11.2005, si chiama così perché l’ha disconosciuta persino il suo proponente: dimezza i termini di prescrizione per gli incensurati e trasforma in arresti domiciliari la detenzione per gli ultrasettantenni (Previti ha appena compiuto 70 anni e B. sta per compierli). Risultato: le prescrizioni si moltiplicano, da 100 mila a 150 mila processi all’anno; vengono decimati i capi di imputazione del processo Mediaset a B. (la prescrizione per frode fiscale passa da 15 a 7 anni e mezzo) e viene annientato il processo Mills (la corruzione anche giudiziaria si prescrive non più in 15 anni, ma in 10).

13. Condono fiscale (2002). La Finanziaria varata nel dicembre 2002 contiene il condono tombale per gli evasori fiscali. B. giura che non ne faranno uso né lui né le sue aziende. Invece Mediaset ne approfitta per sanare le evasioni di 197 milioni di euro contestate dall’Agenzia delle Entrate pagandone appena 35. Anche B. usa il condono per cancellare con appena 1.800 euro un’evasione di 301 miliardi di lire contestata dai pm di Milano.

14. Condono ai coimputati (2003). Il decreto 143 del 24.6.2003 contiene una presunta “interpretazione autentica” del condono, in cui il governo infila anche chi ha “concorso a commettere i reati”, anche se non ha firmato la dichiarazione fraudolenta. Così B. salva anche i suoi nove coimputati nel processo Mediaset, accusati di averlo aiutato a evadere con fatture false o gonfiate.

15. Legge Pecorella (2006). Salvato dalla prescrizione nel processo Sme grazie alle attenuanti generiche, B. teme che in appello gli vengano revocate, con conseguente condanna. Così il suo avvocato Gaetano Pecorella, presidente della commissione Giustizia, fa approvare a fine 2005 la legge che abolisce l’appello, ma solo quando lo propone il pm contro assoluzioni o prescrizioni. In caso di condanna in primo grado, invece, l’imputato potrà ancora appellare. Il presidente Ciampi respinge la legge in quanto incostituzionale. B. allunga di un mese la scadenza della legislatura per farla riapprovare tale e quale nel gennaio 2006. Ciampi stavolta è costretto a firmarla. Ma poi la Consulta la boccia in quanto incostituzionale.

16. Legge ad Legam (2005). Dal 1996 la Procura di Verona indaga su una quarantina tra dirigenti politici e attivisti della Lega Nord, accusati di aver organizzato una formazione paramilitare denominata Guardia nazionale padana in camicia verde. Imputati anche Bossi, Maroni, Borghezio, Speroni, Calderoli e altri. Le accuse sono tre: attentato alla Costituzione, attentato all’unità e all’integrità dello Stato, costituzione di una struttura paramilitare fuorilegge. Ma i primi due vengono depenalizzati dal centrodestra con una leggina ad Legam nel 2005, con la scusa di cancellare i “reati di opinione”: gli attentati alla Costituzione e all’unità e all’integrità dello Stato non sono più reato, salvo in caso di uso effettivo della violenza. Resta l’ultimo reato, la costituzione di banda armata a scopo politico, ma a questo - come vedremo - provvederà il governo Berlusconi-3.

(1 - continua)

Tratto da: Il Fatto Quotidiano del 30 novembre 2017

Foto © Castolo Giannini

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