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Opinioni

B. e Renzi sono pallidi imitatori di Andreotti

berlusconi renzi profilodi Antonio Ingroia
Primo, sopravvivere. Restare a galla in qualsiasi modo, con qualunque espediente, anche a costo di stracciare princìpi, tradire valori, disprezzare l’etica. Anche a costo di sacrificare verità e giustizia. È la regola su cui si regge l’Italia di oggi, sempre più ostaggio di un meschino pragmatismo, povera di ideali, incapace di osare, priva di coraggio. Il fine giustifica i mezzi, sempre. Anche i mezzi peggiori. Lo ha detto bene Nino Di Matteo alla festa del Fatto, ricordando l’apparente paradosso di un Matteo Renzi che, da presidente del Consiglio, discuteva su come riscrivere la Costituzione con il pregiudicato Silvio Berlusconi, proprio mentre la Cassazione confermava la condanna definitiva di Dell’Utri e, quindi, che B. era stato per decenni un finanziatore della mafia. Tutto normale per buona parte degli italiani, che ha taciuto, non ha avvertito il bisogno di protestare, si è lasciata scivolare addosso una vergogna che qualche anno prima avrebbe riempito le piazze di gente indignata. Così come sorprende vedere in questi mesi la mesta parabola del sindaco di Palermo Leoluca Orlando, esponente per decenni di posizioni radicali, che oggi propone per le elezioni siciliane larghe intese con nemici della Costituzione come Renzi e Alfano.

Ma non è solo la politica ad aver sposato questo pragmatismo al ribasso. Il processo di omologazione, lo abbiamo già scritto su queste colonne ricordando i casi Regeni e Manca, non ha risparmiato la magistratura e il mondo dell’informazione. Anche tra i magistrati e i giornalisti, salve le dovute eccezioni, si è affermato quell’insopportabile pragmatismo per cui è preferibile evitare di disturbare i manovratori anziché inseguire verità scomode. Meglio essere accomodanti, sperando poi di incassare i dovuti dividendi. Per non parlare dell’antimafia istituzionale, come dimostrano le sconvolgenti rivelazioni sulla sequestropoli siciliana della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Palermo. E persino la mafia non è più quella di una volta, trasformatasi oggi in quella che Roberto Scarpinato chiama la “mafia mercatista”, ovverosia una mafia così integrata nell’economia legale da contribuirvi alla crescita del Pil. Una mafia sempre meno antistatalista e sempre più moderna, per sfruttare al meglio le opportunità del mercato globale e offrire beni e servizi illegali ovunque ci sia domanda. Siamo nel mezzo di una stagione di declino, segnata da un’omologazione dilagante, che ha infettato ogni angolo della nostra società: politica, magistratura, informazione, cultura. Sono lontanissimi gli anni in cui l’Italia, sfregiata dalle stragi, privata dei suoi uomini migliori, trovava coraggio e forza per ribellarsi al potere criminale e pretendere giustizia e legalità. E dove nasce questa mediocre, triste e tremenda stagione? Affonda indubbiamente le sue radici nella misconosciuta “trattativa con la mafia”, di cui nulla si deve sapere, per cui chi prova a mettere assieme pezzi di verità viene immancabilmente attaccato, denigrato, isolato.

Il contagio è iniziato quando il Paese ufficiale ha preferito trattare con la mafia anziché affrontarla a viso aperto, così offendendo il sangue versato da uomini dello Stato, da Dalla Chiesa, fino a Falcone e Borsellino e le loro scorte, in un anno in cui si sono celebrati tanti anniversari fra insopportabile retorica e imperdonabili amnesie. Il resto del Paese non è rimasto immune dal virus, l’infezione si è propagata senza trovare i necessari anticorpi. E se oggi, in un Paese smemorato e senza etica come il nostro, si celebra il ritorno alla grande in politica del condannato Silvio Berlusconi è anche perché il vero ispiratore di questo spirito cinico e pragmatico è stato Giulio Andreotti, riconosciuto colpevole per i suoi rapporti con la mafia ma rimpianto post mortem da tantissimi italiani. Un Andreotti ‘padre della Patria’ di cui Berlusconi e Renzi sono solo dei mediocri imitatori.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

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