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Opinioni

E' morta Pina Grassi: la forza dell'esempio

maisano pina grassi c matteo tinarellidi Marcello Ravveduto
Da Pina ho imparato la “normalità” della lotta alle mafie. Una normalità la cui sostanza è fatta della stessa materia della Libertà.

Gennaio 1993. Il viaggio è durato dodici ore. Il cielo è grigio, senza sole. Il monte Pellegrino è imbiancato. Piove. Palermo mi accoglie con un'inconfondibile lamento di sirene. L’immaginazione corre sul filo di film polizieschi e storie di gangster. Mi guardo intorno con diffidenza. Sei mesi prima Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono caduti sul campo di battaglia, dilaniati dalle esplosioni del terrorismo mafioso. Un lutto difficile da elaborare per un’intera nazione. Lo Stato, però, non indietreggia.

Da qualche giorno è stato arrestato Totò Riina, il “capo dei capi”. Balduccio di Maggio, uomo fidato del boss, arrestato e pentito, indica ai carabinieri la villa dove ‘u curtu si nasconde. Il giorno seguente scatta l’operazione: Riina esce di casa a bordo di una comune berlina familiare. L’auto si ferma al semaforo in piazza Einstein. Quattro agenti gli saltano addosso. Lo bloccano. Il boss non oppone resistenza, anzi è visibilmente scosso, teme si tratti di un sequestro di persona ad opera di un clan rivale. Si tranquillizza solo quando capisce di essere nelle mani dei Carabinieri. Quello stesso giorno Giancarlo Caselli si insedia alla guida della Procura di Palermo.

Arrivo trafelato in via Cavour. Al numero 56 c’è un negozio di tessuti. Davanti sosta una pattuglia della polizia. Due uomini piantonano l’ingresso: la scorta. Sto per entrare, mi fermano. «Giovanotto, dove va?», mi dice uno dei due. «Ho appuntamento con la signora Grassi». Intanto, Pina appare sull'uscio. Mi accoglie con un sorriso disarmante. Entro. Tra le stoffe, i tendaggi e i tappeti del negozio di famiglia, finalmente tiro un sospiro di sollievo.

Ho la testa piena di luoghi comuni, miti e false credenze. Può accadere quando ti avvicini ad un argomento impegnativo con molta passione e poca razionalità. Mi faccio forza pensando a tutti i libri che ho letto e al pacco di giornali del “giorno dopo” che porto sempre con me. Sono suggestionato, lo ammetto, dal potere dei media che hanno certificato l’eroismo dell’«imprenditore coraggioso». La stampa ha ordito la trama del martirio. Libero Grassi non è più l’industriale che ha negato il suo consenso alla mafia, ma l’emblema di una ribellione possibile. I quotidiani ripetono ossessivamente la stessa terminologia. Su tutte spiccano due parole: simbolo ed eroe.

Quando mi trovo di fronte agli occhi interrogativi di Pina Grassi, prima di cominciare a parlare, ho ben chiaro che l’immagine dell’eroe è una rappresentazione mitico-simbolica dell’omicidio mafioso. L’apparizione televisiva dell’aprile 1991, gli articoli della stampa e l’evento mediatico Rai-Fininvest, nel settembre successivo, hanno reimpostato la memoria collettiva nel verso del paradigma vittimario, annichilendo ogni tentativo di rintracciare le radici profonde di una scelta morale. La vita di Libero Grassi si riduce all’arco temporale dei pochi mesi (gennaio – agosto 1991), vissuti nell’assillo di r-esistere al racket delle estorsioni.

Prima di cominciare a parlare, Pina Grassi mi prende per mano e dice: «Incontrerai molte persone, molti ti daranno la loro versione, ognuno tirerà fuori un’interpretazione, tu, se puoi, non lasciarti condizionare cerca solo di ricordare sempre che Libero non è stato un eroe, né voleva esserlo. Era un uomo normale con i suoi saldi valori. Gli eroi sono quelli dei fumetti». Mi sta chiedendo di scavare a fondo, oltre la retorica dell’antimafia, di andare al di là della “santificazione”, più giù, sotto la crosta di riti e commemorazioni

Da quel momento dimostrare la “normalità” di Libero è stato il mio assillo. Sono giorni intensi. Davide, il figlio di Libero, mi conduce per i gironi della "città infernale" mostrandomi una Palermo diversa: democratica, civile, libertaria. Incontro uomini e donne che hanno conosciuto Libero. Gli amici del periodo radicale, i compagni della Lega Italiana per il Divorzio, gli amministratori pubblici con cui ha condiviso battaglie di legalità, già negli anni '60, ma anche figure ambigue come Vito Guarrasi, il famigerato Mister X del caso De Mauro.

Dopo ogni incursione si rientra a casa in via D'Annunzio, ultimo piano, attico. Si discute, si ride. Emergono episodi di vita familiare, aneddoti gustosi. La “normalità” di Libero. Appena posso esco sul terrazzo per guardare intorno: da un lato c’è via Vittorio Alfieri, dove l’hanno ucciso, che sfocia su viale della Libertà, dall’altro corso Piemonte confinante con Villa Sperlinga. Sullo sfondo il monte Cuccio, Pina dice «che si dà arie da vulcano», e la fascia collinare della Conca d’oro. In quella direzione dovrebbe esserci Monreale. Il condizionale è d’obbligo: due palazzoni di venti piani la nascondono. Tra le alture della Conca d’oro spicca una scritta cubitale “HOLLIWOOD”, uguale a quella di Los Angeles. Serve a segnalare la discarica. Il panorama si completa passando nella camera da letto che fu di Davide: dalla finestra prorompe il monte Pellegrino, la sua imponenza sovrasta le spalle dell’edificio.

Pina mi racconta che «Quando il palazzo fu costruito era in mezzo alla campagna. La mattina portavo Davide a passeggio e facevo sosta dall’ortolano da cui compravo le verdure. Tutt’intorno c’erano ancora gli agrumeti. Emanavano un magnifico odore. Sapevamo delle trasformazioni che avrebbe subito questa parte di città. Il Piano Regolatore Generale prevedeva lo sventramento dei giardini, l’abbattimento degli agrumi e la cementificazione dei prati per far spazio a nuovi palazzi. Oggi quello che vedi è un quartiere pienamente urbanizzato. Anche le aiuole di Villa Sperlinga, nel corso degli anni, sono state sostituite da grigi marciapiedi e spianate d’asfalto, occupate dalle automobili in continua crescita».

In questo quartiere c’è la più alta concentrazione di vittime innocenti della mafia: via De Amicis, Cesare Terranova; via Libertà, Piersanti Mattarella; via Cavour, Gaetano Costa; via Pipitone Federico, Rocco Chinici; via Alfieri, Libero Grassi; via Isidoro Carini, Carlo Alberto Dalla Chiesa. Qualcuno ha anche inventato il giro turistico delle lapidi commemorative, sembra piaccia molto ai tedeschi. In questo fazzoletto di città si ammassa buona parte della classe dirigente locale. Qui comincia e finisce la “militarizzazione” dell’operazione “Vespri siciliani”. Tra un portone e l’altro è facile notare i presidi delle scorte: soldati immobili che imbracciano una mitraglietta. Due all’ingresso del palazzo, uno ad ogni angolo. Davide, Alice e Pina, secondo disposizioni governative, avrebbero dovuto avere la scorta, ma, dopo un breve periodo di “vita blindata”, l’hanno rifiutata.

«Se la mafia ti condanna a morte – dice Pina – prima o poi ti raggiunge e sembra quasi che quella esecuzione sia l’espiazione di una colpa reale. Un giorno una signora è venuta al negozio. Cercava una tappezzeria per i suoi mobili. Mentre l’aiutavo a scegliere, forse non aveva letto l’insegna con il nostro cognome, ha cominciato a parlare dell’omicidio di Libero. Diceva: “Bisogna stare attenti con questa gente che ammazza!!!” Che voleva dire con il suo “bisogna stare attenti”? Significava che è meglio pagare e non avere guai. Significava: “se gli hanno sparato se l’è cercata, con quella sua denuncia”».

La vedova Grassi esemplifica così un concetto importante, la mafiosità. Nel comunicato distribuito il giorno dopo la morte scrive: «Nell’immediato uno Stato migliore non ci salverebbe dalla mafiosità della gente di Sicilia». Uno schiaffo in pieno volto a quanti si affollano “premurosi” intorno al feretro di Libero e reagisce, così, alle domande incalzanti del giornalista di «Repubblica»: «Le pare una novità la mafiosità della gente di Sicilia? Sciascia non ha insegnato niente a nessuno? Io credo che sia tutto chiaro, che non ci sia niente da spiegare, che sia una storia antica e che non sia cambiata mai».

Questo è il mio ricordo. Senza l’esempio di Pina molti ventenni degli anni Novanta non avrebbero mai trovato il coraggio, in Sicilia e in Italia, di decidere da che parte stare nella lotta contro le mafie a difesa delle libertà costituzionali.

Tratto da: fanpage.it

Foto © Matteo Tinarelli

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